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L’orrore secondo Emmanuel Carrère

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Questo articolo è uscito in forma più breve su Pagina 99. (La foto è di Massimo Vitali)

Pubblicato con immediato successo in Francia nel 1995, uscito una prima volta da Einaudi nel 1996 e ora riproposto da Adelphi nella traduzione precisa ed efficace di Maurizia Balmelli, La settimana bianca è il punto culminante della prima parte della carriera di uno dei migliori narratori europei degli ultimi due decenni. Tra la fine degli anni ottanta e i novanta Emmanuel Carrère ha prodotto romanzi formalmente tradizionali, di buon livello, segnati da un interesse ossessivo per gli aspetti più fragili e morbosi della psicologia individuale, le maschere, i lati oscuri della personalità piccolo-borghese. Questo orizzonte psicologico ed esistenziale è sfociato in due libri d’indubbio valore: La settimana bianca al di qua, e L’avversario (2000) immediatamente al di là del crinale che divide l’opera dello scrittore in due blocchi distinti: romanzi di finzione da una parte e “romanzi verità”, come li chiamava Capote, dall’altra.

Se L’avversario e Limonov (2011), sono le due opere più riuscite, quelle che hanno reso Carrère famoso nel mondo e apprezzato dai critici più esigenti come dai lettori più onnivori, La settimana bianca, per quanto “minore” e sicuramente meno impegnativo in termini di lavoro, viene immediatamente dopo. Legato all’Avversario da fili sottili (è stato scritto durante la lunga pausa che ha interrotto la stesura di quel libro, e generato – come racconta l’autore in un’intervista – dall’immagine di Jean Claude Romand, l’assassino protagonista dell’Avversario, intento a passeggiare in una foresta innevata), in entrambi i casi l’indagine sui moventi del crimine, o meglio sull’insensatezza del crimine, sul vuoto di senso che lo circonda e determina, è al centro della narrazione. Ciò che cambia, radicalmente, è il punto di vista. Nell’Avversario entriamo nella testa di un carnefice, nella Settimana bianca in quella di una vittima, una vittima però molto particolare, potremmo dire “indiretta”, senza troppo svelare per non guastare al lettore il piacere (atroce) della scoperta progressiva dell’orribile retroscena.

L’avversario, prendeva il suo titolo da un riferimento biblico alla figura di Satana: La settimana bianca ci mostra il male, assoluto e irredimibile, attraverso gli occhi di Nicholas, un ragazzino delle elementari immerso nel cupo e suggestivo paesaggio alpino, tra le risa spensierate dei compagni, nel bianco opprimente della neve. Questa focalizzazione, unita all’estremo realismo dell’impianto narrativo, rende il libro tesissimo, agghiacciante. C’è qualcosa, fin da subito, che distingue Nicholas dagli altri bambini: taciturno, ombroso, cagionevole, chiuso. Ogni pagina del romanzo è un passo avanti negli abissi interiori del piccolo, nei suoi inespressi sensi di colpa, nei suoi presentimenti inconfessabili, nel regno nerissimo di un’immaginazione ipertrofica che cerca di dare forma all’angoscia, di fare i conti con qualcosa di enorme.

La scrittura di Carrère è estremamente sensibile nel rappresentare le difese interiori del bambino, nel tradurre le atmosfere di una banale gita scolastica e i più minuti dati ambientali in pura angoscia infantile, insinuando il lettore nella bolla autistica dentro cui il ragazzino cerca di salvarsi e che solo poche figure (un compagno eccentrico, un insegnante carismatico) riescono a penetrare, senza peraltro riuscire a impedire l’inevitabile.

Breve intenso romanzo privo di azione, o meglio tutto orchestrato a margine della vera azione, a lato allo scandalo, La settimana biancalavora sulla percezione sottile del male, sulla lenta e inesorabile manifestazione di un peccato inespiabile la cui influenza maligna coinvolge, per contagio psichico e sociale, gli individui più vicini alla sua sfera distruttiva, come in una tragedia greca. E per primo il più indifeso, il più inerme: Nicholas. Il cortocircuito di una morale che non lascia scampo nella sua assurda ingiustizia: imperdonabile perché innocente, irresponsabile e perciò condannato – tale sembra essere la sentenza che colpisce il giovane protagonista, la distorsione mostruosa del mondo che si affaccia nelle ultime pagine del libro.

Contrariamente a ciò che vuole l’etica cristiana, civile, ragionevole, il male (o almeno una parte di esso) non è l’assenza di bene, non una disfunzione della vita civile e morale, ma l’imposizione oscura di una condanna ingiustificata che potrebbe abbattersi su chiunque: così gli amici di Nicholas, così gli insegnanti, e così noi lettori, impotenti e muti davanti al manifestarsi della disgrazia.

Rileggendo oggi questa piccola perla di Carrère viene da augurarsi che lo scrittore non rinunci in futuro e riprendere la strada della fiction, della narrazione squisitamente impersonale, per quanto felici possano essere stati i risultati delle sue ultime fatiche e al di là dell’ormai consueta immagine di autore-personaggio, quell’io narrante autobiografico, acuto, affascinante (ma anche, a tratti, un po’ civettuolo), che ha non poco contribuito alla sua celebrità.

Non sarà questo comunque il caso del suo prossimo libro “Le Royaume”, la cui uscita è prevista in Francia a settembre di quest’anno, sempre per P.O.L, il suo editore ormai storico: tratterà in 640 pagine degli inizi del cristianesimo, tra il 30 e l’80 dopo Cristo. Anche qui, stando alle prime voci che circolano sui giornali francesi, l’autore confonderà la narrazione storica con episodi, aneddoti e riflessioni legati alla sua vita privata. Inseguendo il premio Goncourt. L’attesa è comunque grande.

Carlo Mazza Galanti è nato a Genova nel 1977. Ha lavorato in Francia come ricercatore universitario prima di tornare in Italia, a Roma, dove vive e lavora. Scrive su diversi giornali e riviste, in particolare Alias, il manifesto, D di Repubblica, lo Straniero, Nuovi Argomenti, Orwell. Traduce romanzi dal francese.
Commenti
7 Commenti a “L’orrore secondo Emmanuel Carrère”
  1. Nicola Rinchi scrive:

    Ho letto La Settimana Bianca da poco, rimanendone folgorato e disturbato. Ad avercene di narratori di tale calibro in Italia… forse (seppur in atmosfere differenti), solo con Francesco Pecoraro il romanzo italiano sta risorgendo – o per meglio dire – nascendo la prima volta dai fasti di Svevo, Berto, Pavese, Moravia, Bianciardi e pochi altri… In ogni caso auspico anche io un ritorno a breve per Carrère alla narrativa di finzione, ma non ci metterei la mano sul fuoco.

  2. michele scrive:

    @ Nicola Rinchi

    Trovo il tuo accostamento interessante: Carrère mi sembra infatti, insieme a Pecoraro, lo scrittore più sopravvalutato degli ultimi anni.

  3. Nicola Rinchi scrive:

    Mi permetto di dissentire. Può essere che Emmanuel Carrère possa non piacere a tutti, in quanto tenuto molto in considerazione e certo lo scrittore-personaggio dall’ego ingombrante che si infila dappertutto non aiuta molto… ma indubbiamente stiamo parlando di un narratore di razza, tra quanto di meglio la contemporaneità ha da offrire. La questione Pecoraro a mio avviso è molto più semplice: La vita in tempo di pace è forse il grande romanzo che mancava in Italia da molti anni. Chi non l’ha ancora fatto, lo legga. E non mi si venga a dire che è troppo sopravvalutato da pubblico e critica: fino ad un mesetto fa si attestava poco sopra le 2000 copie vendute (uscito il 3 ottobre 2013), e seppur nella cinquina stregata, dovrà immolarsi per quella furbata da “compagnuccio” di Francesco Piccolo (guarda caso nel 30° anniversario della morte di Berlinguer), dato già per vincitore da almeno un anno.

  4. raffaello scrive:

    Andrea Tarabbia, “Il demone a Beslan”.

  5. michele scrive:

    Se Carrère fosse davvero quanto la contemporaneità ci può dare di meglio, saremmo messi davvero male; per fortuna non è così. La sua capacità ad affrontare la sfera del perturbante non è molto più evoluta di quella degli adolescenti parigini che vanno a farsi le canne al cimitero Père-Lachaise o nelle catacombe. È lo scrittore istituzionalmente deputato a fornire un’innocua dose di spaesamento a lettori formatisi sulle pagine culturali di giornali come Repubblica, e scrive come gli autori di quelle pagine. Per quanto riguarda Pecoraro: lo slogan del grande romanzo italiano che tutti aspettavamo, rimbalzato di recensione in recensione, verrà ricordato come un grosso abbaglio della critica peninsulare, ma, contrariamente a roba come Il padre infedele o Il desiderio di essere come tutti, si tratta di un libro vero, certo, con al suo interno cose anche molto belle, un libro di cui è normale discutere. Secondo me rimane però un libro farraginoso, stilisticamente goffo e ideologicamente superficiale.

  6. Nicola Rinchi scrive:

    Non facciamone una questione ideologica, perché soprattutto Pecoraro si presta molto bene :) In ogni caso, mi ha fatto molto piacere discutere con lei. Attualmente sto leggendo “La gemella H” di Falco, e nonostante lo stile un po’ asettico e la partenza pesantuccia si sta rivelando una buona lettura. Vedremo se sarà all’altezza di certe recensioni entusiastiche… oltre le “sagome sudate”, ovviamente :)

  7. Leo Pantera scrive:

    La Francia non è ancora l’Italia, ultimo baluardo del comunismo europeo, paradiso giudiziario, ostaggio della censura. A un Carriere italiano per poter lavorare verrebbe pretesa una professione di antifascismo.

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