sing

La singolarità imperfetta

sing

Cos’ha in comune ognuno di noi con un web designer di Piacenza e un cellulare di vecchia generazione?

Prima di approfondire il senso della domanda, è importante cogliere un banale dato di fatto: si tratta di un indovinello; uno di quegli enigmi che Ray Kurtzweil, l’ingegnere capo di Google, ha buoni motivi di pensare che possano essere risolti con molta più facilità da una macchina che dall’uomo.

Nonostante le sue apparenze bislacche, entrare a conoscenza degli elementi indispensabili per affrontare tale quesito significa procedere attraverso un percorso inusuale, che partendo da vicende apparentemente inverosimili ci porterà ad interrogarci sul senso dell’esistente. E tanto dovrebbe bastare per spingerci a trovare una risposta.

L’Uomo Bionico

Durante le recenti elezioni per il sindaco di Piacenza, un candidato si è reso protagonista di un piccolo cortocircuito mediatico; oltre ai manifesti elettorali dove era immortalato mentre ammiccava ridanciano con in sovrimpressione lo slogan, “Un buon sindaco manda a cagare tutti”, le sue proposte, elencate puntualmente nel programma consultabile tramite il suo sito, catturavano l’attenzione per il tenore surreale. Una di queste prevedeva di costruire un vulcano a Bogoferte (una frazione di Piacenza); un’altra di distribuire il Viagra e il Cialis a tutti coloro che avessero già compiuto cinquantacinque anni; un’altra ancora di costruire un muro al confine con Caorso e Pontenure (due comuni in provincia di Piacenza) per bloccare il flusso di extracomunitari e profughi.

Non esitando a presentarsi in televisione con un appariscente cappello a cilindro, perfino nelle più seriose e plumbee tribune politiche, Torre snocciolava i suoi punti con piglio deciso e una parlata strascicata ma fluente, puntellata da una sonora erre moscia.

In realtà il suo modo di articolare le parole non è un semplice vezzo, ma deriva da alcune circostanze che di primo acchito potrebbero suonare surreali: una storia che Torre ha raccontato ai giornali locali fuori dalla campagna politica, anche se sembra della stessa risma delle sue proposte elettorali.

Cominciò a soffrire di un male sconosciuto a otto anni, quando si rese conto di non riuscire a governare una mano. La malattia si sarebbe evoluta con il passare del tempo, trasformando il suo corpo in una macchina difettosa: riusciva a correre ma non a camminare in avanti; poteva camminare all’indietro ma la sua mano destra non funzionava, esprimersi gli costava sempre più fatica.

Intuendo la matrice neurologica della sua sintomatologia, dopo quasi 40 anni di tentativi, in un calvario che procedeva parallelamente all’aumento delle nostre  conoscenze sul cervello umano, Torre è arrivato a ottenere la diagnosi: distonia DYT11, una malattia neurodegenerativa di cui si contano appena un migliaio di casi in tutto il mondo.

Poi è arrivata la cura.  La tecnica della deep brain stimulation (DBS), che riesce ad attenuare e spesso eliminare i sintomi delle distonie, consiste di norma nell’inserire degli elettrodi in alcune aree cerebrali del paziente, come per esempio il globus pallidus, e un chip sottocutaneo a livello sottoclavicolare; poi, con un apparecchio esterno si regolano vari parametri, tra cui il numero di impulsi e il voltaggio.

“L’idea di farmi aprire il cranio mi spaventava da morire: ci pensai per due anni. Ero arrivato ad usare solo tre dita, a vivere con il braccio schiacciato dietro la schiena e a gambe incrociate”. Alla fine, quindi, l’intervento era diventato necessario. Torre ne ha subiti due: il primo gli ha provocato un ictus, che invece di mandarlo al creatore gli ha restituito per qualche giorno, miracolosamente, tutte le facoltà motorie che aveva perso. Mentre la seconda operazione, per fortuna, è andata meglio.

Oggi Stefano Torre ha 52 anni, due figli, fa il web designer e vive, detto in maniera molto poco tecnica, con due computer a pile piantati nel petto che si scaricano ogni 4 o 5 anni; e no, gli interventi che ha subito non lo hanno fatto diventare matto: le sue proposte politiche, ha svelato, erano di natura satirica. “La menzogna – ha dichiarato in merito – è ormai divenuta la forma mentis di ogni politico che voglia ottenere voti e per questo ho deciso di prenderla in giro con queste mie idee”.

Abolire la morte

La proposta più interessante di Stefano Torre, almeno ai fini di questo scritto, non è tra quelle citate, sebbene sia altrettanto suggestiva: “Abolire la morte”. “Dall’anno scorso la durata media della vita ha iniziato a decrescere – ha detto in un’intervista – io vorrei dare nuova dignità alla popolazione con questa battaglia alla morte e ciò si potrebbe fare se si decidesse finalmente di investire nella ricerca, in particolare in campo medico e biotecnologico.”

Il richiamo al campo biotecnologico non è assolutamente casuale; anzi: oltre a costituire un riferimento autobiografico (in effetti, viene da un uomo “bionico”) si inserisce in un discorso scientifico che sembra schiudere prospettive a dir poco avveniristiche.

Ray Kurtzweil, inventore, tecnologo, saggista e oggi capo del comparto ingegneri di Google, è uno di coloro che prenderebbero con la massima serietà la proposta di Stefano Torre. Con una piccola differenza di approccio: mentre il candidato sindaco avrebbe provato ad abolire la morte “tramite decreto legge”,  l’ingegnere americano prevede che a mettere in pratica questo precetto d’immortalità sarà la tecnica, e per giunta nel giro di pochi decenni. Ora; come sbandierato dallo stesso Kurtzweil nel suo volume del 2012 “How to Create a mind”, il suo primo libro, “The Age of Intelligent Machine” (1990) “comprendeva (…) 147 previsioni per il 2009. Di queste 115 (il 78 per cento) erano del tutto corrette alla fine del 2009 (…) Altre 12 (l’8 per cento) erano sostanzialmente corrette. Altre 17 (il 12 per cento) si sono rivelate parzialmente corrette e 3 (il 2 per cento) si sono dimostrate sbagliate” . Tra le sue previsioni più eclatanti il crollo dell’Unione Sovietica, come effetto della massiccia diffusione di telefoni cellulari e dei fax, che avrebbero contribuito a creare un flusso di informazioni senza possibilità di controllo statale; l’esplosione della rete, la visione cioè di un mondo “internet–dipendente”, che negli anni ’90 era difficilmente pronosticabile; la vittoria dei computer sull’uomo nel gioco degli scacchi e tante altre piccole intuizioni che, innegabilmente, ammantano di preveggenza quelle che al senso comune potrebbero sembrare uscite esagerate.

Insomma, nello sport di vedere il futuro prima degli altri, Ray sembra un autentico fuoriclasse; e se non è facile dare credito a una profezia dai connotati mistici come quella di “abolire la morte”, forse il fatto che le tesi messe in campo siano fortemente ancorate al terreno scientifico (anche se, per molte di esse, più che di metodo potremmo parlare di una più lasca “mentalità scientifica”) potrebbe smussare la diffidenza di molti.

Il cuore delle sue argomentazioni è composto da due teorie che agiscono all’unisono: la legge del ritorno accelerato e la cosiddetta rivoluzione GNR. La prima legge ci dice che la tecnologia e i processi evolutivi in generale progrediscono in modo esponenziale: “Un processo evoluivo ha la caratteristica intrinseca di accelerare (…) e i suoi prodotti crescono esponenzialmente in complessità e capacità. (…) questo fenomeno (…) riguarda sia l’evoluzione biologica che quella tecnologica”.

Fin qui niente di particolarmente eclatante; la situazione cambia nel momento in cui Kurtzweil decide di quantificare l’avverbio ‘esponenzialmente’: ” Nel corso del ventesimo secolo il progresso è andato accelerando gradualmente fino a raggiungere la velocità attuale (2005 ndr): i suoi risultati, quindi, erano pari a circa 20 anni di progresso al ritmo del 2000. Faremo 20 anni di progresso in solo 14 anni (per il 2014) e poi lo stesso in soli 7 anni. (…) nel Ventunesimo secolo vedremo nell’ordine di ventimila anni di progresso (sempre misurati in base alla velocità del progresso di oggi)”.

Il motivo per il quale evoluzione biologica e tecnologica crescono esponenzialmente è che man mano che vanno avanti possono beneficiare delle invenzioni e delle migliorie passate, che si accumulano come riserva crescente di “carburante” del progresso.

La rivoluzione GNR indica il forte sviluppo delle tre aree della Genetica, Nanotecnologia e Robotica, che sottostanno alla legge dei ritorni accelerati, e che ci porteranno ad ottenere una serie di risultati tra i quali il prolungamento indefinito della vita biologica. In particolare, sono la Genetica e la Nanotecnologia ad essere coinvolte in questa impresa; la prima consegnandoci i segreti per intervenire sui geni responsabili dei processi di invecchiamento delle cellule, la seconda, ben più potente anche se in ritardo di un decennio rispetto alle biotecnologie, fornendoci i mezzi per “progettare e ricostruire, molecola per molecola, i nostri corpi”.

A questo punto per lasciarci persuadere dall’argomentazione di Kurtzweil abbiamo bisogno di una spiccata propensione alla sospensione dell’incredulità; il termine chiave è ‘nanobot’, in parole povere una tecnologia di dimensioni così ridotte, da poter disporre delle nostre molecole: “I nanobot potranno viaggiare nella circolazione sanguigna, poi entrare nelle cellule e (…) rimuovere le tossine, spazzare via i rifiuti, correggere errori nel DNA, riparare e ripristinare le membrane cellulari, far regredire l’arteriosclerosi, modificare i livelli di ormoni, neurotrasmettitori e altre sostanze metaboliche, e molto altro ancora. Per ciascun processo dell’invecchiamento si può descrivere un modo in cui i nanobot possono invertirlo, fino al livello delle singole cellule, dei componenti cellulari e delle molecole.”

Kurtzweil, che coerentemente con le sue teorie ha scritto un libro nel 2004 (con Terry Grossman) chiamato Fantastic Voyage: Live Long Enough to Live Forever e prende 250 pasticche di integratori alimentari ogni giorno, non si tira indietro nel prevedere una data anche per questa “abolizione della morte” (o, quantomeno, della sua ineluttabilità a meno di scelta volontaria o incidente): male che vada potremmo toglierci il pensiero entro 13 anni, nel 2030…

L’Oltreuomo

Per risolvere l’enigma con cui si apre questo pezzo manca all’appello un solo un elemento, il fattore R della rivoluzione GNR; quello al quale Kurtzweil dà maggiore importanza: la robotica, intesa come Intelligenza Artificiale Forte. Per spiegare di cosa si tratta, l’esempio più illuminante è una citazione che appare alla fine di How to Create a Mind; è un pensiero del matematico inglese Irvin J. Good, collega del più celebre Alan Turing, il cui altrettanto famoso test per individuare macchine pensanti ha, per Kurtzweil, una precisa data di scadenza: il 2029. Good sostiene che dopo aver inventato la prima macchina ultraintelligente, che supererà tutte le attività intellettuali dell’uomo, non ci saranno ulteriori progressi “umani”. “Dato che progettare macchine è una di queste attività intellettuali, una macchina ultraintelligente potrà progettare macchine ancora migliori; senza alcun dubbio a quel punto ci sarà un’esplosione d’intelligenza”. Pura logica: se inventeremo qualcosa di più intelligente di noi, da quel momento in poi le invenzioni di questa superintelligenza sostituiranno le nostre, che diventeranno inutili. Dietro questo passaggio del testimone si cela la teoria più radicale di Kurtzweil, quella che preconizza l’avvento della cosiddetta Singolarità, “Un periodo futuro in cui il ritmo del cambiamento tecnologico sarà così rapido e il suo impatto così profondo, che la vita umana ne sarà trasformata in modo irreversibile”.

Si parla di un mutamento così radicale da “trasformare i concetti su cui ci basiamo per dare un significato alle nostre vite, dai nostri modelli di business al ciclo della vita umana, inclusa la stessa morte”; lo stesso termine, Singolarità, indica in fisica un punto dello spazio–tempo con un campo gravitazionale infinito, che si suppone possa stravolgere le leggi della fisica.

Ma non si venga a parlare di distopia o utopia, Kurtzweil spiega come nessuna di queste due definizioni coglie la portata dell’imminente trasformazione, che per lui è pura realtà. Anzi: “Chi capisce la Singolarità e ha riflettuto sulle sue conseguenze per la propria vita è un singolaritariano”.

Cerchiamo di afferrare il concetto di esplosività che Kurtzweil utilizza per connotare la sua teorizzazione. In breve, immaginando la curva dell’incremento esponenziale dello sviluppo tecnologico, all’inizio questa avrà un andamento quasi lineare, per poi impennarsi sempre più repentinamente fino a tendere all’infinito a velocità sempre maggiore; anche alla velocità della luce: o ancora di più, se essa si rivelerà un limite valicabile come suggerisce l’autore con peregrini riferimenti alla capacità di piegare lo spazio–tempo attraverso i buchi neri.

Ma è necessario un ulteriore passaggio per poterci davvero raffigurare cosa ha in mente Kurtzweil. In How to Create a Mind, l’autore tira le fila riguardo alla nostra attività di “retroingegnerizzazione” del cervello umano; praticamente la possibilità di riprodurre i meccanismi celebrali, in particolare quelli della neurocorteccia, in cui si forma il nostro pensiero gerarchico ricorsivo, quello che ci distingue da qualsiasi altro animale e il cui “principio operativo (…) si può dire sia l’idea più importante del mondo, poiché è in grado di rappresentare tutta la conoscenza e tutte le abilità, ma anche di creare nuova conoscenza. È alla neurocorteccia, in fin dei conti, che va il merito di ogni romanzo, di ogni musica, di ogni dipinto, di ogni scoperta scientifica e di tutti gli altri multiformi prodotti del pensiero umano”. Secondo il Nostro, fra pochi anni saremo in grado di riprodurre, potenziandoli, tutti i meccanismi della neurocorteccia.

Ora abbiamo tutti gli elementi necessari per ricomporre facilmente un quadro d’insieme, e capire cosa succederà circa a metà di questo secolo.  “Ci fonderemo con la tecnologia intelligente che stiamo creando” (Kurtzweil, 2012, p. 239) e ancora: “La singolarità ci permetterà di superare (le) limitazioni dei nostri corpi e cervelli biologici. Acquisteremo potere sul nostro stesso destino. (…) Capiremo a fondo il pensiero umano e ne estenderemo ed espanderemo enormemente il dominio. Alla fine di questo secolo, la parte non biologica sarà miliardi di miliardi di volte più potente dell’intelligenza umana priva di ausili. Dopo la singolarità non ci sarà distinzione fra umano e macchina” (Kurtzweil, 2005, p. 9). E qui occorre abbandonare l’immaginario canonico che abbiamo riguardo a robot, cyborg et similia: grazie alle nanotecnologie che si autoreplicano – veri e propri computer della grandezza di molecole – sarà possibile compiere questa trasformazione in maniera non invasiva, sostituendo tutti i mattoncini che compongono il nostro corpo. “Il processo è già iniziato con l’introduzione di dispositivi come gli impianti neurali per ovviare a disabilità e malattie. Proseguirà con l’introduzione di nanobot nel flusso sanguigno, inizialmente per applicazioni mediche ed anti-invecchiamento. Poi nanobot più perfezionati si interfacceranno con i nostri neuroni biologici per potenziare i sensi, darci una realtà virtuale e potenziata dall’interno del sistema nervoso, collaborare ai nostri ricordi e svolgere altri compiti cognitivi di routine. A quel punto saremo cyborg, e da quella pedana nei nostri cervelli la parte non biologica comincerà a espandere la sua potenza in modo esponenziale”(Kurtzweil, 2005, p. 375)

Per Kurtzweil questa non è fantascienza, ma ciò che già accade; e se non bastasse l’esempio già citato, rincara la dose: “Non è qualcosa di futuristico come potrebbe sembrare: esistono già dispositivi della dimensione di una cellula sanguigna che possono curare il diabete (…) o distruggere cellule cancerose”.

Certo, per ora si tratta solo di meccanismi che servono a ripristinare le nostre funzioni biologiche, ma quando lo sviluppo della R sarà in accelerazione esponenziale, allora l’intelligenza di questi microscopici robot verrà messa al sevizio del superamento dei nostri limiti biologici.

L’enigma del telefono cellulare di vecchia generazione, che apre questo pezzo, trova così la sua esplicita soluzione: “Il telefono cellulare nella mia tasca è milioni di volte meno costoso eppure migliaia di volte più potente del calcolatore che tutti gli studenti e i professori del MIT dovevano condividere quando ero studente in quella università. Questo corrisponde a un miglioramento di vari miliardi di volte nell’arco degli ultimi quarant’anni”.

Come Stefano Torre, che meglio di ogni altro rappresenta una sorta di grado zero del futuro uomo bionico, possiamo anche noi essere paragonati a cellulari di vecchia generazione in rapporto a ciò che presto diventeremo. Un qualcosa che non è ancora definito da un termine preciso e che per ora ci limiteremo a chiamare “oltreuomo”.

Risvolti filosofici della teoria della Singolarità

Kurtzweil dimostra molto interesse nel confrontarsi con alcuni dei più importanti pensatori occidentali; da Cartesio a Wittgenstein, tanto per intenderci. In How to Create a Mind c’è un capitolo in cui riprende le tesi di alcuni grandi filosofi, anche se da una citazione che compare sia nel suo libro del 2012, che in “the Singularty is Near”, emerge, nemmeno troppo sottotraccia, come per lui il posto della filosofia all’interno dello scibile umano non sia propriamente centrale. Si tratta di un breve passo preso da “Representations: Philosophical Essays on the Foundations of Cognitive Science” di Jerry A. Fodor: “Alcuni filosofi sostengono che la filosofia è quello che si fa con un problema finché non è abbastanza chiaro da poterlo risolvere facendo scienza. Altri sostengono che se un problema filosofico si risolve con metodi empirici, questo dimostra che non era affatto un problema filosofico dall’inizio”.

Nonostante questo, è possibile far emergere alcune implicazioni di natura filosofica dalle sue teorie, a patto di allargare il nostro sguardo sulle conseguenze più radicali della teoria della singolarità, e su come questa orienterebbe il cammino dell’evoluzione.

Raccontare cosa accadrà una volta entrati nell’epoca della singolarità presenta, secondo Kurtzweil, delle difficoltà intrinseche da non sottovalutare. Lo scenario che si va delineando è grossomodo riassumibile in due momenti: prima, le macchine superintelligenti autoreplicantesi procederanno nel loro progresso esplosivo. Poi, l’intelligenza comincerà ad estendersi ovunque: “In base alla legge dei ritorni accelerati, alla fine del secolo saremo in grado di creare dispositivi di calcolo ai limiti del possibile secondo le leggi della fisica. Chiamiamo computronium, materia ed energia organizzate in questo modo. (…) Nel tempo convertiremo in computronium gran parte della massa e dell’energia adatte allo scopo, nel nostro angolino della galassia. Poi, per tenere il moto delle leggi dei ritorni accelerati, dovremo estenderci al resto della galassia e dell’universo.” È importante capire che computronium non è qualcosa di diverso da noi, ma lo stadio più avanzato di evoluzione dell’oltreuomo di cui parlavamo prima. “Alla fine, l’intero universo verrà saturato dalla nostra intelligenza. Questo è il destino dell’universo. Determineremo il nostro destino invece di lasciare che sia determinato dalle attuali forze ‘stupide’, semplici, simili a macchine che governano la meccanica celeste”. Visto che l’intelligenza di cui parla Kurtzweil presenta, in maniera iper–esponenziale, tutte le caratteristiche di quella umana, ha senso parlare di una sorta di super–mente autocosciente dalle potenzialità praticamente illimitate.

È possibile percepire in questa visione una certa eco della filosofia hegeliana, una sorta di versione aggiornata del compimento dello Spirito Assoluto, momento in cui l’idea giunge a conoscenza della propria infinità. Oppure potremmo immaginare che una volta colonizzato tutto l’universo, questa intelligenza si renda conto di dover creare qualcosa che le si contrapponga e in qualche modo autolimitarsi per rimettersi in moto: scenario che ricorda il principio fichtiano dell’Io che pone il non Io per innescare un processo dialettico. O ancora, l’universo divenuto intelligente potrebbe ogni volta decidere di creare un ulteriore universo. D’altronde: “Il fatto che le leggi della fisica siano definite con tanta precisione da consentire l’evoluzione dell’informazione sembra incredibilmente improbabile” (Kurtzweil, 2012, p. IX) e questa perfetta rispondenza sarebbe allora la prova che siamo frutto di un principio intelligente.

Potremmo, infine, chiamare in causa la teoria dell’universo come simulazione, tanto in voga negli ultimi tempi, ipotizzando che con simulazione s’intenda questa ciclica produzione di universi, che si evolvono fino a saturarsi d’intelligenza per poi ricominciare daccapo, magari in un percorso in qualche modo perfettivo il cui disegno globale ci è ancora oscuro.

Ma al di là delle divagazioni, c’è da rilevare che Kurtzweil è disposto ad ammettere che la scienza, per quel che riguarda alcune questioni filosofiche cruciali, come ad esempio la coscienza o il libero arbitrio, non può esercitare la sua funzione primaria: trattare qualsiasi cosa come un oggetto, astraendola dal tempo e dallo spazio per poterne disporre.

È lo stesso motivo per il quale anche la teoria dei quanti rappresenta uno tra i maggiori fattori di criticità per il Nostro: ovunque il dominio del soggettivo offusca o si mischia a quello dell’oggettivo, ha luogo una contaminazione esiziale per la scienza. Viene da pensare, parafrasando Jerry A. Fodor, che forse queste non saranno mai questioni “abbastanza chiare da poterle risolvere facendo scienza”, almeno per noi creature dotate d’intelligenza biologica.

Probabilmente è proprio tale elemento di soggettività irriducibile a costituire il tratto saliente dell’essere umano; ciò che sfugge al disegno evolutivo e, soprattutto, al piano di completa retroingegnerizzazione dell’uomo, volto a disporre del suo “segreto” per replicarne e potenziarne l’essenza ancora sfuggente.

Una descrizione di come questa soggettività possa sentirsi avulsa dal concetto di Singolarità la troviamo dopo poche pagine de La Singolarità è Vicina. Con una verve che non ci saremmo stupiti di trovare in Stefano Torre, è Molly2004, la figlia di Ray Kurtzweil che compare nei dialoghi immaginari alla fine di ogni capitolo di The Singularity is Near, a illuminarci attraverso una considerazione tanto semplice quanto lampante: “Molly 2004: Beh, se finirò per passare dall’altra parte (della singolarità) con tutta quella distesa di tempo soggettivo, penso che morirò di noia”.

Nato a Roma nel 1977. Ha scritto per il supplemento di Repubblica Musica! Rock & Altro, è autore di brani musicali e suona nei Carpacho! e nei MiceCars. Si occupa di cultura sul sito de l’Unità.
Commenti
9 Commenti a “La singolarità imperfetta”
  1. Mario Rossi scrive:

    Caro Bova, non è affatto detto, come sembra evincersi dal suo articolo, che le tesi di Kurtzweil siano fondate e scientificamente credibili. Anzi, direi proprio il contrario.

    1) La “possibilità di riprodurre i meccanismi celebrali” non esiste da nessuna parte, neppure in nuce. Non è neppure lontanamente all’orizzonte. Per una ragione fondamentale: il parallelismo tra pensiero computazionale e pensiero umano non è affatto stato provato. Roger Penrose, fisico e matematico inglese, ipotizza che il pensiero umano non sia algoritmico e per questo non possa essere riprodotto da macchine costruite sui principi di Turing.
    2) Cos’è l’intelligenza? Che significa essere intelligenti? Nessuno lo sa. Quello che è ovvio è che non c’è nessuna correlazione fra intelligenza e capacità di calcolo.
    3) La coscienza: e qui casca l’asino. Anche il buon Kurtzweil è costretto ad ammettere che la scienza non può disporne come di una cosa. Semplicemente perché la coscienza non è una cosa, non è localizzabile. Ma tutto quanto è umano c’è perché c’è coscienza. Già; ma se è così, se la scienza non può maneggiare la coscienza, come farà a edificare l’oltreuomo? La vedo dura, caro singolaritariano.
    4) L’abolizione della morte è un’altra solenne sciocchezza, che può essere sbandierata solo da un rappresentante della società statunitense, forse la società sulla terra più terrorizzata dalla morte. Nessuna ingegneria genetica si è mai neanche lontanamente avvicinata a comprendere il funzionamento del processo cellulare chiamato apoptosi (morte programmata). E non lo farà neanche in futuro, a meno di sovvertire quel principio basilare dell’universo che è l’entropia. Governare l’entropia significherebbe poter invertire la freccia del tempo. Ma, per restare in tema di fantascienza, come mai non si vedono tra noi uomini del futuro?

    Caro Kurtzweil, l’amara – amara come le sue 250 pillole giornaliere – verità è che siamo programmati per morire.

    Paura, eh?

  2. Daniele Bova scrive:

    @mario Rossi infatti parlo “di una lasca mentalità” scientifica. Anche io sono del parere che il riduzionismo di Kuertzweil impedisca di cogliere alcuni caratteri essenziali dell’essere umano, come credo emerga nell’ultimo paragrafo.

  3. Mathias Coler scrive:

    Ma secondo Harari, nel suo saggio Homo Deus, sembra ormai acclarato che noi umani siamo soltanto algoritmi, seppur complessissimi. Caso e programmazione genetica, nient’altro. Dura da accettare… E che le possibilità espresse da Kuertzweil, seppur da intendersi come il prodotto di una società ossessionata dalla morte, anche altri ricercatori le prevedono.
    Il punto è che – necessariamente – non saranno per tutti. Anzi apparterranno a un numero ristretto (o ristrettissimo) di persone, proprio per caratteristiche intrinseche.
    Il dibattito quindi appare molto aperto… e come evolverà il futuro difficilmente prevedibile.
    Mat
    P.S. Torre a Piacenza non è riuscito a entrare in Consiglio Comunale. Ma se confrontate i personaggi che sono riusciti a farne parte… i Piacentini non possono che rimpiangerlo!

  4. Mario Rossi scrive:

    @ Daniele Bova
    sì, però “lasca mentalità scientifica” lo mette tra parentesi, dopo aver scritto che le tesi di Kurtzweil sono “fortemente ancorate al terreno scientifico”. Non è vero. Di scientificità queste tesi non hanno un bel niente. Nessuno sa come dalle sinapsi neuronali si inneschi il fenomeno chiamato pensiero. Nessun biologo/chimico è ancora riuscito a passare dall’inorganico all’organico; non è stata nemmeno coniata una definizione scientificamente condivisa del fenomeno-vita. La coscienza poi: non c’è nessuna sede cerebrale per essa. Non si sa dov’è! Ci sono degli studi – questi sì davvero di frontiera – che ipotizzano che la coscienza sia indipendente dal cervello.

    @ Mathias Coler
    Harari è un altro futurista furbetto, che vende tante copie perché dice cose che gli uomini-bambini vogliono sentirsi dire, ovvero che non moriremo più, che creeremo la vita assemblando pezzi organici e inorganici, che saremo governati dagli algoritmi e quindi non dovremo più prendere decisioni importanti, che terremo le emozioni sotto controllo… tutti sogni infantili: non morire mai, il potere di fare e disfare come con il lego, nessuna responsabilità, emozioni a comando.

    Bello giocare a fare i bimbi, ma il problema è che questi imbonitori-piazzisti fanno riferimento a una scientificità che non esiste. Sul pensiero, sul fenomeno-vita e sulla natura della coscienza, questa scienza di retroguardia brancola nel buio.

  5. Daniele Bova scrive:

    @Mario Rossi capisco il suo punto, ma secondo me non ha senso tentare di smontare le tesi di K. battendo sul chiodo della pseudo-scientificità, piuttosto bisogna mostrare come la scienza sia una delle aperture possibili alla realtà. Non escluderei che un domani la tesi dell’uomo=algoritmo possa acquisire validità scientifica.Questo vorrebbe dire che l’uomo é un algoritmo? No, ma solo che la riduzione scientifica funziona. Non bisogna confondere il piano epistemologico con quello ontologico. (ps: L’esempio della coscienza che lei fa è già presente, pari pari, all’interno dell’articolo)

  6. Mario Rossi scrive:

    Caro Bova, chi può negare che la scienza sia un’apertura alla realtà? È piuttosto questa scienza riduzionista in senso materialistico che si chiude alla realtà, che non è riducibile alla misurazione, alla quantificazione binaria. L’approccio epistemologico di tale scienza non è – ironicamente – futuristico, ma assolutamente di retroguardia. Personalmente escludo che la tesi dell’uomo=algoritmo acquisirà mai validità scientifica.

  7. Daniele Bova scrive:

    Una delle possibili aperture, non l’unica, come credono alcuni scientisti alla Kurtzweil. Questo è il punto inho

  8. Daniele Bova scrive:

    imho 😀

  9. Maurizio Cotrona scrive:

    L’universo saturato dalla nostra intelligenza mi sembra il perfetto epilogo dell’evoluzione raccontata da Pierre Teilhard de Chardin ne “Il fenomeno umano”

Aggiungi un commento