Liu_Bolin_HITC_ItalyNo2_LG

Non siate così stupidi e irresponsabili da lasciare implodere il mondo del teatro a Roma

Negli ultimi mesi nella Roma teatrale – quel magma informe fatto di grandi festival e piccoli esercenti, di occupanti e di compagnie, di artisti e di critici – si respira quasi un’aria da fine dei tempi. Siamo sulla soglia di qualcosa che ancora non ha una forma, forse una metamorfosi, un cambiamento, ma forse anche una banale, lenta e prolungata decadenza. Ma cos’è che sta succedendo? Occorrerebbe mettere assieme una serie di avvenimenti che, a un occhio profano, potrebbero sembrare non troppo connessi tra loro. Come la chiusura del Palladium, sottratto alla decennale gestione della Fondazione Romaeuropa che lo aveva trasformato in una piazza della scena contemporanea. La chiusura, per lavori, del Teatro India, che di quella scena è l’epicentro naturale. Lo sgombero dell’Angelo Mai, centro di produzione culturale indipendente, che arriva dopo i cinque anni di stop imposti al Rialto (oggi in ripartenza) e il depotenziamento di altri spazi come il Kollatino Undergorund. Infine, la prolungata assenza di una direzione al Teatro di Roma, dove la “nomina lampo” di Ninni Cutaia aveva dapprima acceso, e subito dopo gelato, le speranze di un territorio complesso e variegato.
Dicevo che questo ventaglio di situazioni – a cui andrebbe aggiunta la Fondazione mancata al Valle Occupato – può sembrare troppo eterogeneo. Eppure, a vario titolo, ha costituito una rete imperfetta che ha sostenuto la creazione teatrale contemporanea a Roma. Una rete dove, ad esempio, gli spazi sociali e occupati hanno svolto una funzione supplitiva in ambito produttivo e di sperimentazione di modelli di socialità. Dove festival come Short Theatre hanno lavorato attorno alla visibilità e alle relazioni in ambito internazionale (assieme a progetti come Face à Face) svolgendo una funzione supplitiva di quell’attività costante che dovrebbe essere in carico alle stabilità pubbliche e alle istituzioni teatrali territoriali. Questa supplenza continua delle carenze pubbliche, tuttavia, non è mai riuscita a creare un vero e proprio “sistema” alternativo, un modello in grado di gestire e far prosperare il territorio che anima. Il motivo è piuttosto semplice: tutte queste realtà non sono mai state stabilizzate, anzi, sono costantemente passibili di messa in discussione e persino di chiusura. Gli spazi sociali per i problemi di messa a norma; festival e progetti per il fatto che debbono concorrere ogni anno ai bandi di finanziamento, non potendo progettare nel lungo termine. Il resto è un mare magnum dove galleggiano stabili d’innovazione che non riescono a divenire polarità di alcunché e circuiti regionali e “case teatrali” cittadine dove vige la regola della nomina politica, che non sono stati in grado come in altre regioni di creare sistemi alternativi supportando – anche e soprattutto economicamente – le energie vive del territorio. Nella maggior parte dei casi, infatti, le risorse servono per mantenere in piedi le scatole (vuote) dell’organizzazione teatrale, relegando quello che dovrebbe essere il vero destinatario del supporto pubblico – l’artista – in una posizione secondaria e questuante.
Che il problema profondo di Roma, a livello teatrale, stia nell’assenza di sistema è un fatto che sembra finalmente entrato a far parte anche del lessico delle amministrazioni pubbliche, soprattutto dopo l’incontro promosso da Cresco al Teatro Argentina lo scorso 24 marzo. È un bene, anche se occorre uno sforzo collettivo affinché questa presa di coscienza generale non torni ad essere lettera morta con il prossimo avvicendamento degli assessori. Non solo perché l’azzeramento dei dibattiti pubblici come quello avvenuto negli ultimi anni nel mondo teatrale sono il sintomo più virulento di un malfunzionamento della politica, che così facendo allarga sempre di più – e in modo drammatico – la frattura che c’è tra le istituzioni e la parte creativa ed effervescente del nostro Paese. Ma anche, e soprattutto, perché non c’è più tempo.
Non c’è più tempo perché stiamo per perdere una generazione di artisti. Stiamo per perdere soprattutto le energie insostituibili che essi potrebbero mettere a servizio della loro città. Roma è stata infatti, negli ultimi vent’anni, una fucina straordinaria di talenti e di menti e al contempo il più folle sistema di dissipamento degli stessi. Mario Martone – l’ultima persona ad aver lasciato, agendo all’interno di un’istituzione, un segno indelebile nella città aprendo il Teatro India e programmando lo stabile cittadino – aveva 40 anni quando è stato nominato direttore del Teatro di Roma. Fabrizio Arcuri, che è probabilmente il più capace organizzatore di cui dispone il nostro territorio – con alle spalle le esperienze di Short Theatre a Roma, Prospettiva a Torino e la direzione del Teatro della Tosse di Genova – ne ha oggi 46 e non è stato ancora messo in grado di agire con continuità nella propria città. Roberto Latini, classe 1970, è dovuto emigrare a Bologna per dare corso a un’esperienza come quella del Teatro San Martino. Massimiliano Civica, che alla guida della Tosse è stato il più giovane direttore di uno stabile (per quanto privato), ha abbandonato progressivamente la citta sia, come molti altri, nell’ambito produttivo che in quello creativo.
Non stiamo parlando di artisti qualunque, ma di alcuni dei nomi più rappresentativi della scena contemporanea italiana, di cui Roma non solo non si cura ma che pian piano espelle con noncurante strafottenza. Oggi soltanto Veronica Cruciani ha all’attivo una significativa esperienza di direzione, quella del Teatro Quarticciolo (all’interno della Casa dei Teatri), ma ciò grazie al fatto di avere accettato – bontà sua – una direzione artistica a carattere gratuito. Mentre un’organizzatrice attenta e capace come Debora Pietrobono (classe 1970), uno dei pochissimi nomi realmente rappresentati di un intero panorama artistico, resta in un limbo di sottoutilizzo pur essendo costantemente presa in considerazione per le cariche più svariate, non ultima quella di direttrice dello Stabile capitolino. (Anzi, è stata l’unica candidata ad aver subito un attacco mediatico non solo indebito, ma pure sconclusionato: l’accusa di essere stata presa in considerazione in virtù della sua collaborazione a Radio3, di cui l’attuale presidente del Teatro di Roma Marino Sinibaldi è direttore, è ridicola quanto fantasiosa se si considera il fatto che il nome di Debora Pietrobono era stato già considerato nella tornata precedente, quando di Sinibaldi all’Argentina neppure si parlava).
Attorno a questi nomi se ne muovono altri, altrettanto geniali in campo artistico, che hanno scelto di non spendersi in chiave organizzativa, come Lucia Calamaro, Lisa Natoli, Tony Clifton Circus, Andrea Cosentino, Daniele Timpano, Muta Imago, Santasangre, Teatro delle Apparizioni, Daria Deflorian e Antonio Tagliarini, Psicopompo Teatro, solo per citarne alcuni. Appunto, un panorama artistico. Un’intera generazione, o anche più di una.
Questo è il tempo della responsabilità. Questo panorama artistico – a cui si aggiungono nomi che sono riusciti a crearsi una strada personalissima come Ascanio Celestini o Antonio Rezza – esprime oggi la punta più avanzata della creazione contemporanea nel nostro Paese. Lo esprime oggi, non tra vent’anni. Possiede oggi, e non tra vent’anni, l’energia e la lucidità necessarie per imprimere una svolta nella vita culturale e artistica di una città sonnolente come Roma.
Quello che oggi la politica deve avere il coraggio di operare è un cambio di paradigma nelle modalità di scelta e assegnazione dei ruoli. Un cambio di paradigma che deve scardinare la cooptazione politica in favore della qualità e della competenza. Il che significa pure fare una scelta di campo netta su come e perché vanno utilizzati i fondi pubblici. Oggi la politica deve essere in grado di distinguere senza esitazione tra la ricerca, dove alberga tanto l’innovazione dei linguaggi che la cura per la tradizione, e le “rendite di posizione culturale”, dove alberga la musealità più polverosa quando non l’intrattenimento più puro. Non solo deve essere in grado di distinguere, ma deve anche operare con decisione a sostegno della prima e a discapito della seconda.
Ciò è possibile soprattutto valorizzando le esperienze artistiche e organizzative di chi fa questo lavoro sul nostro territorio ormai da anni. Le istituzioni, e persino i “sistemi”, non sono meccanismi freddi, in grado di operare con equità in base alla loro impersonalità. È piuttosto vero il contrario: le istituzioni, quando funzionano, sono animate dalle persone che le abitano, innervate della loro carne e del loro sangue e, soprattutto, attraversate dal loro pensiero.

Graziano Graziani (Roma, 1978) è scrittore e critico teatrale. Collabora con Radio 3 Rai (Fahrenheit, Tre Soldi) e Rai 5 (Memo). Caporedattore del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha collaborato con Paese Sera, Frigidaire, Il Nuovo Male, Carta e ha scritto per diverse altre testate (Opera Mundi, Lo Straniero, Diario). Ha pubblicato vari saggi di teatro e curato volumi per Editoria&Spettacolo e Titivillus. Ha pubblicato l’opera narrativa Esperia (Gaffi, 2008); una prosa teatralizzata sugli ultimi giorni di vita di Van Gogh dal titolo Il ritratto del dottor Gachet (La Camera Verde, 2009); I sonetti der Corvaccio (La Camera Verde, 2011), una Spoon River in 108 sonetti romaneschi; i reportage narrativi sulla micronazioni Stati d’eccezione. Cosa sono le micronazioni? (Edizioni dell’Asino, Roma, 2012). Cura un blog intitolato anch’esso Stati d’Eccezione.
Commenti
3 Commenti a “Non siate così stupidi e irresponsabili da lasciare implodere il mondo del teatro a Roma”
  1. angelo scrive:

    che triste teatro racconti graziano graziani… ma qualche spettacolo al valle lo hai visto o ne hai solo parlato?
    qui di “mancata” c’è solo la tua capacità critica…

  2. Sulla validità della scena che ho (solo in parte) illustrato parlano – meglio di me – programmi nazionali e internazionali, festival e molti altri critici. Si può concordare o meno con le loro scelte estetiche, io stesso alle volte non lo faccio, ma è difficile prescindere dal fatto che a Roma il dibattito culturale in ambito teatrale si svolga in larga parte all’interno di questo panorama.
    Degli spettacoli che passano al Valle certo, alcuni li vedo, di alcuni scrivo. Dunque il problema dove sarebbe? Tenerli in eccessiva considerazione? A prescindere dalle valutazioni politiche il Valle resta comunque una soggettività che produce e programma. Non averli considerati a sufficienza? Difficile rispondere a una critica così lapidaria e poco articolata.

Trackback
Leggi commenti...
  1. […] Non siate così stupidi e irresponsabili da lasciare implodere il mondo del teatro a Roma […]



Aggiungi un commento