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La società a cassetti vista da un sagrestano. “L’apprendista” di Villalta

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“Insegnaci a aver cura e a non curare/ Insegnaci a starcene quieti”, scrive T.S. Eliot nel Mercoledì delle ceneri (1933). Si interroga sulla propria evoluzione religiosa nell’urgenza di rintracciare qualcosa in grado di generare un consenso assoluto, consapevole della necessità di dover passare attraverso la ragione.

Il feroce desiderio di capire legato all’assenza di fede è oggetto dell’esplorazione narrativa compiuta da Gian Mario Villalta nel suo ultimo romanzo, L’apprendista, edito da Sem, in cui gli interrogativi di chi cerca di interpretare le Scritture per comprenderne il senso ultimo si connettono al significato profondo dell’aver cura.
Tilio ha superato i settant’anni, è vedovo e vive un rapporto conflittuale con suo figlio. È diventato un apprendista sacrista per cercare di imparare dall’anziano sagrestano Fredi i ritmi e la vita di una chiesa, mosso non da ragioni spirituali ma da una sola consapevolezza: “Non si può vivere senza servire a niente”. Ex operaio, non si è mai spostato dal paese, sente la necessità di diventare un apprendista nònsol per capire di non essere ancora arrivato, convinto che solo così possa rendersi conto di saper stare al proprio posto, non assegnato da sempre.

Un piccolo paese della provincia veneta fa da teatro all’avvicendarsi di storie che risultano interessanti per la collettività solo se caratterizzate dal dramma e che, infarcite da maldicenze, si trasformano di continuo in versioni diverse, a partire da quella di Tilio, aspramente criticato per le sue scelte. Fredi, invece, dopo l’esperienza dell’esercito col padre, in procinto di sposarsi lascia tutto e parte per una missione in Giappone, per poi tornare e dedicarsi unicamente alla cura della chiesa seguendo i dettami di Don Livio.

Al pari del digiunatore di Kafka, Fredi ha perso appetito per la vita, che osserva nella sua vacuità. “Lui e Fredi, questo aveva capito subito, erano soli ma non erano disperati, sapevano dare ordine alla giornata, avere pensieri per ogni cosa, ma avevano perduto la letizia del cuore”. Attraverso il rapporto che si instaura tra i due, fatto di silenzi e di rivelazioni fugaci, si aprono riflessioni sul passato, tra rimorsi e rimpianti, sul peso di quanto rimasto in sospeso e destinato a non avere risposta. “Certo che i matrimoni sono come i funerali, uno finisce sempre per lasciarsi invadere dai suoi amori e dai suoi morti”.

La tensione narrativa è affidata alla continua costruzione e decostruzione del passato, tra rivelazioni e interrogativi rimasti in sospeso. Il racconto dell’esperienza della malattia vissuta da Tilio nell’assistere sua moglie Irma evidenzia il netto contrasto tra una lancinante sofferenza condivisa e il peso dell’incomprensione generale da parte di una comunità perennemente giudicante.

La cognizione della malattia è inesorabilmente legata alla ricerca di risposte nuove che, come suggerisce Villalta attraverso la sua narrazione, sono da rintracciare usando l’esperienza del dolore e la vicinanza con la morte per aprire nuovi interrogativi sul senso della fine, sul ruolo della preghiera e sul dramma in chi resta e permette di osservare con uno sguardo nuovo la dilagante incapacità di compassione davanti ai deboli e agli oppressi. “Ecco cosa siamo, pensa Tilio, mentre riordina dopo la messa, buoni a trascinare fuori dalla chiesa un pezzente. Fatti a cassetti, pieni di doppi fondi”. Si domanda a più riprese se sia ancora lecito aspettarsi ancora qualcosa dalla vita e cosa possano insegnare in tal senso le Sacre Scritture anche a chi non ha la fede.

La chiesa rappresenta il teatro entro cui portare in scena il dramma, che Villalta allestisce attraverso continue immersioni e emersioni nella memoria personale per renderla portavoce di quella collettiva e immortalare, così, uno spaccato della società del presente. Il nuovo modo di essere fedeli, l’indifferenza nei confronti del prossimo, il cinismo e la concezione delle unioni, della fine, lo sfaldamento della comunità costruita attorno alla ritualità ecclesiastica richiamano nuovi interrogativi sulla necessità di ancorarsi al senso del dovere e ai valori per capire dove indirizzare la propria esistenza. Lontana da una raffigurazione di rassicurante isolamento e rifugio simile a una casa, la chiesa incarna invece il passaggio, teatro di misteri indecifrabili alla ragione umana.

Il lento scorrere del tempo reso nel romanzo con la rigida ripetizione delle incombenze in sagrestia pone al centro del racconto l’atto dell’ascolto, che nella relazione tra i protagonisti diventa un’espressione cognitiva del particolare, in netto contrasto con la rappresentazione del mondo esterno incarnata dalla comunità del paese, nei toni cupi dell’ipocrisia e dell’assenza di autenticità delle relazioni.

Il costante confronto tra Tilio e Fredi permette di delineare, a partire dalle loro diversità, una microanalisi della società attraverso una distinzione di massima tra due categorie di esseri umani: “quelli che stanno fermi in se stessi e quelli che si perdono da qualche parte”, come sostiene Fredi, nelle amare riflessioni sulla vita che concede a Tilio. Il suo sguardo lucido e disincantato sul presente è spezzato da fulminee visioni del passato che cerca di acquietare per chiedersi “se succede a tutti così, che il tempo fa come una curva, un tornante, e ti riporta di fronte a uno spazio incerto, come da bambino, dove importa quello che succede oggi e domani sembra troppo distante per potersi fidare”.

Al pari dei temi trattati, la prosa di Villalta assume rilievo per lo sguardo poetico che la caratterizza. Profondamente rappresentativa e realistica nel restituire le immagini di un paese di provincia come tanti, dove i piccoli drammi altrui rappresentano gli unici veri sconvolgimenti della comunità, è al contempo densa di sottesi.

Il fondo psicologico della narrazione, intriso di analogie sottili, rivela una dolorosa inquietudine nella raffigurazione della condizione esistenziale di chi è preda delle tenebre del passato, e richiama un costante confronto con i grandi temi d’indagine, a partire dalla relazione con la fine, il senso da intravedere nel percorso personale, il ridimensionamento delle scelte compiute in relazione all’importanza reale collettiva.

A caratterizzare la prosa di Villalta una scrittura misurata, che attraverso il discorso indiretto libero permette di dare voce ai personaggi dosandone la rappresentazione emotiva, anche attraverso un uso sottile dell’elemento ironico. Il distacco che pare rendere i due difficilmente avvicinabili a un livello di confidenza più profondo, si rivelerà invece un modo alternativo per sviluppare una comunicazione dominata dai silenzi e dall’interpretazione dell’altro attraverso gesti, movenze, impercettibili mutamenti espressivi e rivela la vana illusione di isolamento del solitario.

“Quando si hanno gli stessi pensieri per molto tempo, quando si fanno certi gesti per mesi e poi per anni, si cambia senza rendersi conto, si diventa fatti di quei pensieri e quei gesti. Si crede di essere rimasti quelli di prima, e che adesso, dopo che è passata l’emergenza, adesso che la marea si è ritirata, si è convinti di poter tornare indietro, quelli di prima, e invece senza saperlo si continua a essere chi si è diventati”.

Villalta si insinua tra le pieghe di un’umanità raccontata attraverso le sue debolezze e le sue convinzioni, a partire dal modo di pensare alla morte, di illudersi di prepararsi alla propria, per far sfilare storie che nella loro piccolezza raccontano le miserie umane, la definizione di una personale idea di giustizia, il significato della preghiera a prescindere dall’appartenenza a un credo, il senso del perdono, il dolore delle rinunce e il sospeso lasciato dai rimpianti. “C’è chi torna sempre a casa e chi scappa sempre via. Io sono scappato. Però la casa è sempre quella. Nessuno se ne libera”.

Alice Pisu, nata nel 1983, laureata in Lettere all’Università di Sassari, si è specializzata in Giornalismo e cultura editoriale a Parma dove vive. Collabora per diverse testate di approfondimento, tra cui L’Indice dei libri del mese, minima&moralia, il Tascabile. Libraia indipendente, fa parte della redazione del magazine letterario The FLR -The Florentine Literary Review.
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