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Come un corpo che cade: “La sottovita” di Francesco Savio

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di Maurizio Cotrona

Nell’immagine qui sopra c’è la vacca delle Highlands, razza bovina proveniente dalle terre alte della Scozia, ve lo stavate chiedendo.

Quando ho provato a comprare il libro che porta questa vacca in copertina non ricordavo il titolo; così ho detto al libraio “c’è una vacca in copertina”, e poi “l’autore è Francesco Savio”. Il libraio mi ha fatto perdere almeno un quarto d’ora prima di trovare il romanzo sugli scaffali, tratto in inganno dalla costina rossa, lui se l’aspettava bianca.

Anche Francesco Savio fa il libraio, in una Feltrinelli di Milano. Prima di prendere il suo libro ho dovuto lottare contro il moto di stizza dovuto al fatto che la sua Feltrinelli non ha ordinato neppure una copia del mio ultimo romanzo (così risulta dal sistema online di ricerca copie della Feltrinelli). Voi comprereste il libro di un libraio che non ha ordinato neppure una copia del vostro romanzo? (Essi che io mi ero sminuito al punto di chiederglielo di ordinare delle copie,

“Il mio nuovo romanzo dovrebbe essere già in promozione. Sentiti libero di ordinarne due o trecento copie”, gli avevo scritto, cercando di nascondere l’imbarazzo con l’ironia.

“Ottimo. In bocca al lupo”, aveva risposto lui e, a ripensarci adesso, “ottimo” non vuol dire “sì, ok, certo”, è solo un espressione entusiastica per non rispondere nulla.)

Ma superare la stizza e sminuirmi sono due attitudini proprie del mio carattere, a quanto pare, così io il suo libro l’ho preso (per stroncarlo, penserà qualcuno, per stroncarlo, forse, magari nel segreto del mio cuore, per consolarmi con l’idea che Mondadori pubblica cose peggiori di quelle che scrivo io).

L’ho preso. L’ho letto.

“La sottovita” racconta la storia di un uomo che, avendo una vita troppo ingombrante (due lavori, due bimbi piccoli, nessun aiuto familiare) per lasciare spazio alla vita di altre storie, prende la vita stessa e la lancia nel vuoto di una pagina bianca.

Mi viene in mente la scena vista in mille film, in cui il protagonista è inseguito da lupi, tigri o altri animali che non danno scampo e fugge finché non si trova davanti ad una vertiginosa casata e, con essa, davanti al dilemma: morire divorati o saltare?

Lasciarsi dominare dalla cose che divorano il nostro tempo (ancora i figli, piccoli, sanguinici, i lavori, la stanchezza e la voglia di stare seduti sul divano prima di andare a letto) o saltare?

Io so cosa farei. Non salterei. Rimarrei attaccato agli ultimi istanti di vita e mi lascerei divorare, morso a morso.

Fransceso Savio (Francesco Savio?) salta. “La sottovita” comincia con la scena in cui il protagonista (l’autore?) sta per morire calpestato da una vacca delle Highlands: il romanzo racconta il volo di una mente in quelli che saranno, forse, i suoi ultimi istanti.

Nel raccontarci questo volo Savio si conquisto uno spazio di libertà così pura da farci distogliere lo sguardo, quasi, perché il desiderio di luce produce luce, e allora socchiudiamo gli occhi e rimaniamo a guardare di sbieco quello che fa questo corpo che cade, sperando di trovare, ispirati da lui, il coraggio di fare altrettanto.

Questo ci mostra “La sottovita”: l’ebrezza, la libertà di un corpo che cade. Nella scelta dei temi (temi che farebbero fuggire a gambe levate il più forte dei lettori: il romanzo si presenta come un’autobiografia mascherata da analisi critica della saga in sei volumi dell’autore norvegese Karl Ove Knausgard) e, soprattutto, nella scrittura. Una scrittura che si concede tutte le licenze immaginabili (anacoluti, incisi lunghi tre pagine, dialoghi dentro gli incisi, digressioni, parola rivolta al lettore) senza perdere limpidezza. Ma non pensate a un flusso di coscienza alla Virginia Woolf o alla prova di forza di uno di quegli autori che si impegna a scrivere periodi lungi tre pagine senza un punto e dialoghi senza virgolette.

Nel libro di Savio ci sono tanti punti. Ci sono le virgolette.

Si va spesso a capo.

Come sto facendo io adesso, ma, mentre questo è l’esercizio di stile di una recensione che assomigli al romanzo recensito (un esercizio interessante, magari divertente, non molto di più), leggere “La sottovita” fa pensare a tutto fuorché allo stile, la penna non la vedi mai, vedi solo un corpo che cade con tale leggerezza che presto dimentichi che si tratta di una caduta.

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