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Ho fatto la spia, l’ultimo romanzo di Joyce Carol Oates

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Prendiamo un arco di vent’anni. Dieci, per non esagerare. In un decennio, non sono molte le persone di cui si possa dire che, nel loro campo, sono insuperate a livello universale; le più grandi di tutte. Sì, ok, la logica suggerirebbe che non superino l’unità, ma visto che l’assolutismo è un cascamorto ogni categoria finisce per comprendere più di una medaglia d’oro nella stessa disciplina. Cosa che, pur svilendo di un poco la proclamazione e la simbologia del podio, in realtà non pregiudica la vittoria: quando qualcuno la spara grossa dicendo “Per me, X è la più brava del mondo/il più grande di tutti”, vuol dire che c’era sia la preda che la carica, non solo il silenzio giusto per far risaltare un boato. Che, cioè, i criteri sono arbitrari, ma le basi solide, rispettabili, di pubblica conoscenza.

Insomma, è difficile che un vostro amico se ne esca dicendo che il più grande pittore vivente è suo nonno – a meno che, e potrebbe pure essere, non siate amici del nipote di Gerhart Richter.

Una delle persone di cui si afferma con maggior frequenza che sia la più grande in vita, in questo caso tra scrittrici e scrittori, è Joyce Carol Oates. Ottantuno anni, una cattedra alla Princeton University dal 1978, oltre cento libri tra romanzi, raccolte di racconti, non-fiction, poesia, testi teatrali: un profilo, il suo, che complica le cose a chi sintetizza per specialità. Oates è inclassificabile; una che, per intenderci, nello stesso anno, il 2003, ha dato alle stampe sei opere di genere diverso, alternando un romanzo costruito interamente sul trauma di una dodicenne che assiste a una violenza sessuale di gruppo su sua madre (Stupro. Una storia d’amore) a Il gattino che si credeva una volpe, libro illustrato per bambini.

Una professionista del depistaggio. Probabilmente, l’essere umano famoso che meglio incarna, oggi, la letteratura, se per letteratura intendiamo un universo complesso, libero, contraddittorio, in continuo mutamento, bugiardo e sincero allo stesso tempo; ben più veloce dei suoi lettori.

Di certo, complice anche la vastità della sua opera, si può che Oates sia autrice (non detentrice, attenzione: proprio scaturigine) di un vero e proprio immaginario, e di un modo peculiare di raccontare gli Stati Uniti. Se, per dire, esistesse una Terra di un universo parallelo in cui le nazioni corrispondono alle geografie letterarie e le città si stagliano per come sono descritte nei romanzi, in quel mondo ci sarebbe un’intera America fondata da lei.

Il suo ultimo romanzo, Ho fatto la spia (La Nave di Teseo, traduzione di Carlo Prosperi), ha per protagonista Violet Rue, che appena adolescente viene esiliata dalla sua famiglia, i numerosi Kerrigan, per aver rivelato un segreto atroce: gli assassini di Hadrian Johnson, il ragazzo nero ucciso a colpi di mazza da baseball sul ciglio di Delahunt Road, sono due dei suoi fratelli, Jerome Jr. e Lionel. Lei è l’unica a saperlo. Naturalmente vuole loro molto bene, «come non adorarli!», ma ha anche paura: Lionel, dopo il fatto, è diventato aggressivo, la ferisce, e il timore di una sua aggressione la spinge repentinamente a sfogarsi.

Fu così che iniziò. E una volta iniziata, non si poté più fermare. Sarebbe diventata una questione di pubblico dominio: le spontanee, non estorte, puramente volontarie informazioni fornite alla polizia di South Niagara dalla sorella dodicenne di due dei sospettati per la morte di Hadrian Johnson. In questo modo fu deciso il resto della mia vita.

Alternando strategicamente la prima persona alla seconda, fornendo una specie di spectatoring della protagonista, Oates ci mostra Violet dai momenti che precedono la confessione fino all’età adulta, raggiunta grazie a una stupefacente abilità nel darsela a gambe al momento opportuno. In originale, il libro si chiama My life as a rat, La mia vita da “ratto”, che nello slang americano è il corrispettivo dei nostri “spione” o “infame”; titolo coerente ai toni e alle corde dell’autrice, che se pure si fosse abbandonata a una cosa tipo Storia di una gazzella non avrebbe sfigurato.

Violet cresce, infatti,con l’ossessione di essere una rinnegata, una disconosciuta, ma la cosa più rappresentativa della sua esistenza, almeno agli occhi del lettore, non è una condizione sfavorevole, bensì un talento: quello per la fuga. Fin dall’infanzia coi Kerrigan, al 388 di Black Rock Street, South Niagara,subisce e si dilegua appena prima di morire, riuscendo a sopravvivere a ogni tipo di sopraffazione. I predatori sono gli uomini, specialmente, che vedono nel suo corpo esile e sfuggente una personale valvola di sfogo per la propria violenza repressa, nonché il feticcio a cui dedicare un’ambigua adorazione di ciò che ritengono “normale” (leggi: bianco, giovane) e domabile (leggi: ragazza, povera).

Come sempre, nell’opera di Oates, le questioni razziali e di classe sono il ceppo su cui poggia l’intera narrazione. Qui, Violet appare destinata a rimbalzare all’infinito tra il ricordo tormentato della sua confessione e una miriade di altri momenti-verità in cui, con molta meno gravitas, gli uomini che incontra le rivelano di odiare i neri, consapevolmente e profondamente, ma in incognito, per non avere problemi; una cosa che non ammettono, invece, è di odiare anche le donne.

C’è un personaggio, Orlando Metti, un riccone con cui Violet ha appena troncato una relazione, che un certo punto del romanzo fa un micro-monologo esasperato in cui mischia inquietantemente piani sessuali e di filiazione, l’esserle amante con l’idea di esserle padre, fino a lamentarsi dell’abbandono con la stessa indignazione che si riserva al customer service di un’azienda che ha tempi troppo brevi per il diritto di recesso.

Una ragazza – una figlia – può scopare con chi gli pare e piace. […] Ma credevo che me l’avessi giurato. Mi dev’essere sfuggito qualcosa, ero sicuro che me l’avessi giurato. Quando accettavi i miei regali. I miei soldi. C’era un accordo. C’è un accordo, se una donna accetta regali e denaro. Tu invece no, tu mi hai mentito. E ciononostante no, non ti sto accusando, Violet. Sei molto giovane. Ma non sei troppo giovane per sapere che certe cose non si fanno.

Gli uomini che interpretano le donne. Che stabiliscono leggi basate sulle loro aspettative. Maschi bianchi di mezza età convinti di dover dominare il mondo per investitura divina. Violet è un rilevatore della loro pochezza, una speleologa delle peggiori vedute ristrette, una ragazzina senza più genitori che finisce per costruirsi una coscienza antitetica a ciò che vede. Priva di pregiudizi, priva di ideologie, soprattutto priva di educazione: potrebbe lasciarsi fagocitare, e invece tende sempre al bene, perché osserva il mondo in maniera diretta e genuina. Viene a contatto col razzismo e scopre di trovarlo innaturale, patetico, e troppo spesso legato a un senso di minaccia che ha a che fare con la mascolinità. Perché?, si chiede. Come mai gli uomini bianchi sono ossessionati dai corpi degli uomini neri? Il machismo, apprende, è una palafitta eretta su pali marci, un traballante rifugio di insicurezze: su di esso, il suo scherno di ragazza ha lo stesso effetto di un uragano.

Un po’ come Briony Tallis, protagonista di Espiazione di Ian McEwan, Violet comincia la sua Odissea da imperdonabile per via di un’accusa che, di fatto, distrugge una famiglia. Ma mentre il disegno di McEwan puntava a costruire un romanzo che raccontasse la letteratura, l’onnipotenza dello scrittore e l’alternativa finzionale alla miseria della vita vera, Oates tratteggia, attraverso la graduale consapevolezza di Violet, la difficile rivalsa del bene assoluto sul bene privato, dell’essere buoni sull’essere amati, dell’etica sull’affetto; e la superiorità della gentilezza su ogni tipo di violenza. La furia è fragile, ripete Oats, e il vigore è caduco. La vera forza sta da un’altra parte, non è né degli uomini e né delle donne, di certo non dei bianchi o dei neri: sta nella voglia di comprendere, di andare più vicino, di osservare a un palmo dal naso anche a costo di rischiare la vita. E poi, in parte, nella capacità di sopravvivere a questa comprensione.

Sfiorare l’orrendo. Imparare a conoscerlo. Perdonarlo, se necessario; e riuscire comunque a salvarsi.

Nicola H. Cosentino (1991) è nato a Praia a Mare e vive a Cosenza, dove cura per l’Università della Calabria un progetto di ricerca su Michel Houellebecq e le distopie contemporanee. Ha esordito come autore pubblicando Cristina d’ingiusta bellezza (Rubbettino, 2016) e alcuni racconti per Colla e Nuova Prosa. Il suo ultimo romanzo è Vita e morte delle aragoste, uscito a luglio 2017 per Voland.
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