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La stanza di Therese: un estratto

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dall’ultimo libro di Francesco D’Isa, La stanza di Therese (tunué).

di Francesco D’Isa

Ho contemplato il panorama di questa stanza fino allo sfinimento e ho ripetutamente imposto posizioni, ruoli e confini agli oggetti che mi circondano. I libri, soprattutto. Ne ho acquistati a sufficienza da creare tre ziggurat sulla scrivania (li impilo dal più grande al più piccolo) e due sui comodini, mentre il rimanente dorme nei cassetti.

Accanto a ognuno di essi giacciono i brani e i disegni che ritaglio per queste lettere, alla sinistra della relativa fonte e con sopra un oggetto sufficientemente pesante da impedirgli di volar via ma abbastanza piccolo da non coprirli, come il tappo di una penna, un flacone di struccante, un temperamatite, una scatola di aspirina. La straripante monotonia dello spazio attorno a me impone brevi scollature, in cui ogni oggetto stira i propri anfratti e palesa il nuovo in ciò che è abituale. Le cose sono più di quel che sembrano, mi dico, e lo dimentico subito. Guardo il frammento di un’unghia tagliata che insozza uno dei miei foglietti. È un cinquecentesimo della mia mano. Le cellule che la compongono sono un miliardesimo di una sua briciola. Gli atomi un milione di miliardesimo delle cellule, alcuni componenti degli atomi centomila volte più piccoli degli atomi. Quel che c’è sotto poi, è così piccolo che la stessa idea di dimensione perde di significato. Guardo la mia mano. È centoventi volte più piccola del mio corpo, che è cento volte più piccolo della mia stanza, che è duecento volte più piccola dell’albergo, che è un milione di volte più piccolo del pianeta, che è un milione di volte più piccolo del sole, che è venti volte più piccolo di una stella come Betelgeuse, che è un miliardo di volte più piccola del buco nero OJ 287, che è un miliardo di miliardi di volte più piccolo dell’universo visibile, che non so quante volte è minore dell’universo invisibile. In questo abisso interminabile sono meno di una virgola fra le parole che sono state scritte, e se volessi nobilitarmi con l’esser viva, o intelligente, resterei una minima parte di una delle probabili dieci milioni di miliardi di civiltà intelligenti dell’universo osservabile.

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Ma qualcosa non torna. Dico: ‘questo è grande’ e ‘questo è piccolo’ accostando le cose. Penso che un atomo sia un atomo perché ha certe caratteristiche, una stella è una stella perché ne ha altre, questo è minore di quello e viceversa; ogni cosa è definita attraverso le relazioni che ha con le altre, dunque sono anch’io il coltello che le separa e che assieme alle identità costruisce un vertiginoso abisso in basso e un inarrivabile cielo in alto. Divido e identifico le cose attraverso i miei criteri: le galassie sono stelle ‘più vicine tra loro’, le persone sono separate dalla pelle e le uova dal guscio.

201606172215121000-1122L’esistenza è una nube che oscilla in base a diversi parametri e incertezze; se considerassi gli oggetti soltanto in virtù della loro temperatura, ad esempio, due persone sarebbero una se abbracciate e due a debita distanza.
Se alla mia percezione si aggiungesse una quarta dimensione, tipo il tempo, ti vedrei contemporaneamente neonata e adulta, vecchia e morta. Sarebbe strano assistere al tuo ‘io in quattro dimensioni’ e probabilmente rinverrei delle versioni di te stessa che entrambe abbiamo dimenticato, come quando ti convincesti di essere adatta alla politica.

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Eri la più impegnata, quella che gridava gli slogan più forte, stampava più volantini, leggeva più giornali, seguiva dibattiti, collettivi, associazioni, assemblee, ogni volta con gli abiti e il fidanzato appropriati. Mai però che ti inventassi qualcosa, presa com’eri a seguire i codici giusti; il tuo limite era un difetto letale per un leader, annoiare a morte. Le persone ti seguivano per sfinimento più che per adesione, e pur di non ammettere le tue manchevolezze, aggravate dall’effetto universalmente avvilente del potere, preferivi abbagliarti con la convinzione che la cosa migliore da fare fosse modellare lo sfondo in modo da incastrarci al meglio la tua forma. Ricordo quando tu e ———— vi proponeste come rappresentanti degli studenti; nonostante le sue posizioni invise alla stragrande maggioranza dell’istituto, il tuo modo di replicare, traboccante di consapevolezza d’aver ragione, si arenava contro le sue risposte spiritose – e sai bene chi venne eletta. Io sono peggio di te, perché ancor più lontana dal possedere le giuste doti, reagisco a un’ambizione maggiore, puerile, che mi porta non tanto a voler soddisfare i desideri, quanto a dominarli. Ma sto divagando – questo è quel che vedrei solo con la percezione di una dimensione in più, il tempo. Se vado oltre e penso a una quinta dimensione, o a una sesta, diventa ancor più complicato. Cos’è che ancora non vedo? La possibilità? La contraddizione? Cosa accadrebbe se i limiti tra atomi, cellule, organi, persone e pianeti venissero riscritti all’improvviso, come se fossero delle mappe politiche, o se addirittura si cancellassero? Il mondo è in qualche modo ergonomico alla mia forma e mi si adatta come un guanto.

Ma qual è la mia forma? Trovare chi sono non è facile, tanto che in risposta ho accettato spesso quel che gli altri dicevano di me, in un mutuo contratto di schiavitù. Diciamo che sono questo cerchio:

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Dentro c’è tutto quel che dico mio: le braccia, la testa, i pensieri, le emozioni eccetera. Il cerchio cambia spesso, può espandersi o restringersi; posso cambiare opinioni, emozioni o persino parti del corpo, restando ‘io’.

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Può inoltre infilarsi in altri, quali persone, oggetti, luoghi, idee. In questo momento sono anche parte dei clienti dell’albergo e assieme a loro dell’albergo. Ma assieme ai clienti faccio anche parte del cerchio degli esseri umani, e una parte di me, assieme alle nuvole e al contenuto di quel bicchiere, fa parte del cerchio dell’acqua.

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Le intersezioni sono moltissime e le circonferenze fragili, ogni cerchio contiene ed è contenuto da milioni, miliardi di altri. Le cellule, gli atomi, sono tutti cerchi. Ma anche le stanze, le città, i pianeti e le stelle.

Se invece mi affido alla materia degli elementi che mi compongono, scopro che ogni cinque anni vengono completamente sostituiti. Cellule nuove, atomi nuovi, la materia cambia completamente e il confine della mia identità sembra coincidere con la mia forma. Inoltre, se vado oltre le cellule, gli atomi e i quanti, se scompongo la materia per cercarne l’elemento ultimo, trovo ancora una forma. Come potrei descrivere un elemento, infatti, se non attraverso la sua struttura o le sue parti? E queste se non mediante relazioni interne ed esterne? Materia e forma mi sembrano identiche, e forse, nella loro essenza più profonda, coincidono con l’assolutamente indifferenziato.

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Gli elementi nel mio cerchio sono cerchi a loro volta, che si intrecciano l’uno con l’altro fino a divenire quasi illeggibili. Posso essere Therese, un corpo, una sorella, una donna nubile, questa lettera, una casa per virus e batteri, una parte minuscola di un pianeta, o ancor più piccola di una galassia. Ci sono cerchi che sembrano più grandi e altri più piccoli, ma forse sono tutti vuoti.

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