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La storia della Russia secondo Gustave Doré

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Ricorre oggi l’anniversario della morte del leggendario pittore e incisore francese Gustave Doré. Eris Edizioni ha pubblicato di recente la sua Storia della santa Russia.

di Daniele Ferriero

Imparammo l’estensione del segno di Gustave Doré tutti insieme, alla stessa maniera. Lungo gli stessi anni, l’uguale trafila ormonale. Non tra le pagine colorate dei manuali di storia dell’arte, bensì sulle bigie e fitte di caratteri che recitavano le lettere del mondo: l’italianistica, le letterature straniere e le lingue che si voleva forzatamente ricordare come “morte”, benché cariche di significati tutt’altro che spenti o smarriti.

Fu lì, tra un Don Chisciotte della Mancia, un Paradiso perduto e una Divina Commedia, che le incisioni – l’incisività – superbe di Doré scelsero di scalciare con cupa allegria nelle nostre menti. Durarono il tempo di un sospiro, non avendo noialtri le energie per sostenere l’attenzione troppo a lungo. La grazia forzata di quelle immagini e il prodigio tecnico delle mani che l’avevano prodotta probabilmente ci sfuggivano. D’altronde, si era negli anni giovani dell’immaturità da superare, e la bellezza ostentata dei suoi disegni non riusciva a scalfire la preoccupazione, o il disinteresse, per lo studio.

Eppure, per molti, il tratto di Gustave Doré rimase infilato a viva forza nell’encefalo, anche senza averne coscienza. Come un ricordo incerto che però si porta nel subconscio a lungo. La memoria a metà, dell’arte e della storia di specie. Il pensiero che naufraga tra i ricordi delle superiori ma si risveglia davanti ai singoli segnali. Per un motivo semplice.

Perché a Doré appartiene per diritto regale, ma acquisito sul campo, la capacità indicibile e indelebile di tradurre in visione l’interezza degli immaginari che si trova a rappresentare. Si tratti degli abissi, di angeli o dei folli cavalieri: tutte le esuberanti favole della mente e della creazione. Quei volumi. I classici che segnano i passi dell’intera specie umana. Libri che vengono trasfigurati al di là della scrittura e del racconto, resi iconici e iconografia eterna anche grazie all’apporto della sua mano, e che proprio grazie alle sue mani hanno avuto una diffusione così prodigiosa.

E se la forza piena e la portata divulgativa di questo sua opera è ormai data per scontata, vale la pena sottolinearne tuttavia l’appartenenza – forse – a un continuum specifico. Quello che si esplicita in una vera e propria potenza viva che ri-scrive, tutto daccapo, i connotati della nostra specie e, non contenta, la sostanzia,accompagnando da sempre la mano dell’uomo: il “disegno”. Che designa e di-segna, appunto, per permetterci di raffigurare, comunicare, sublimare, adorare, visualizzare, visionare e inventare.

In questa tradizione abnorme e titanica e infuocata stanno ovviamente molte e diverse spinte propulsive, nonché tutti i segnali dell’estro e dell’arte di Doré: l’irrealistico iper-realismo, la puntigliosa e stentorea densità del suo tratto e la vastità delle tecniche utilizzate (una miriade di soluzioni e modi rappresentativi che gli valsero, a posteriori, l’attestato di genio precoce). Fatti che lo rendono moderno ancora prima della modernità.

Fino a quale punto si attesti questa maestria, a quale sublime grandiosità, possiamo rendercene conto appieno, e con estrema facilità,ripartendo per paradosso da un’opera del tutto minore; in apparenza. Nonché ironica.

Ossia dal suo Storia (pittoresca, drammatica e caricaturale) della Santa Russia, recentemente edito dai tipi di Eris in una splendida pubblicazione, dopo quarant’anni d’indisponibilità e una prima edizione di Comic Art).

Un’opera che Doré realizza nel 1854, un giovinetto di ventidue anni, forte di una volontà conclamata ed eretta sulle barricate del grottesco, della satira feroce e un poco stronza, fino al parossismo più estremo che oggi non faticheremmo troppo a definire fuori luogo e scorretto su qualsiasi fronte. È qui che, tra pagine che sembrano omaggiare idealmente Swift e Sterne, l’autore celebra il suo approccio caustico con la furia di un disorientamento continuo, alienante e grottesco.

In queste vignette ante litteram la Russia diventa solo un pretesto per alimentare un continuo rimpasto di forme, ed è su queste forme che si compie l’insospettabile. Lo spirito goliardico e acido che infetta la sua rappresentazione finisce infatti per riflettersi appieno nell’elemento che più ci sta a cuore, travolgendolo: quello grafico.

Quel che accade è che l’esplosione che segue tra le pagine del volume si mostra come una sintesi e una destrutturazione felicissime di un’arte che in realtà non aveva ancora nemmeno trovato la sua piena definizione, o la sua vera sostanza. Cioè, il fumetto.

Benché Storia (pittoresca, drammatica e caricaturale) della Santa Russia possa presentarsi in apparenza come un prototipo, quindi, si tratta in realtà di un oggetto che, grazie all’estro dell’autore, trascende se stesso e proietta nel futuro il suo modo di stare al mondo.

Un libro talmente raffinato sul piano formale ed espressivo da apparire, più che pre-moderno, lanciato tra le spire della post-modernità e del metalinguismo, fiondato tra ribaltoni dadaisti e surrealisti, estro poetico figurato e concreto. Oppure, più semplicemente,fecondo di una tale libertà nelle forme e nella sperimentazione da farci gustare un’ampiezza stilistica prometeica e proteiforme: impensabile, allora. E non a caso affine alla penna e agli scritti di quell’altro terrorista della creatività che risponde al nome di Rabelais, dei cui libri Doré curerà le illustrazioni.

Resta il fatto che tra le pagine di Storia della Russia si re-inventano le convenzioni prima ancora di averle sfiorate, figurarsi formalizzate. E si trovano tutti i prodromi della creatività espansa e titanica del suo autore.

Nei fatti c’è qui una vertigine che non si può dire, il balzo oltre il continuum, un calore impensabile.

Questa materia, difatti, è fiamma.

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