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“La straniera” di Claudia Durastanti

Questo pezzo è uscito su “La Stampa”, che ringraziamo.

di Nicola Lagioia

Si può scrivere un memoir prima di avere compiuto quarant’anni? Certo, a patto di avere stile, sfrontatezza, capacità di maneggiare dolori mai risolti, tutte doti necessarie per saltare nel cerchio infuocato che il genere comporta. C’è riuscita Claudia Durastanti (classe ’84), che con La straniera porta alla luce un continente altrimenti perduto. Il libro è insieme epopea famigliare cioè disfunzionale (padre e madre sordi, incoscienti e sottoproletari), racconto di una continua migrazione (dalla Basilicata agli Stati Uniti, da qui in Basilicata, poi Roma, quindi la Londra della Brexit) e romanzo di formazione (la storia di come l’io narrante – apolide ancor prima di abbandonare il luogo di nascita – raggiunga temporaneamente se stessa emancipandosi dalle origini che pure la definiscono).

Sono diversi i meriti di questo libro. Per esempio la capacità di liberare due temi molto forti (indigenza e disabilità) dalle zavorre della retorica a cui cui l’opportunismo della politica e l’imbecillità del discorso pubblico (giornalistico e social) li stanno incatenando. I genitori dell’io narrante sono i personaggi più potenti de La straniera: seguendo le loro imprese non proviamo mai pietà o commiserazione (non credo si tratti di un camuffamento dovuto all’orgoglio filiale) ma ammirazione per la forza con cui travolgono i mille ostacoli che li separano dai desideri realizzati. Nonostante la disabilità (“i disabili sono una maggioranza nascosta, quasi tutti con il tempo perderemo un super potere, che sia la vista, un braccio o la memoria”), la debolezza culturale ed economica (“la povertà non è solo una condizione sociale, è una malattia che inferisce sul piano biologico, condiziona il corpo in un modo che neanche una futura ricchezza sa come rimediare”) i genitori dell’io narrante non si negano niente a priori. Il sesso, i consumi, la comodità, la vendetta: si credano giustamente all’altezza di ogni cosa. “Non avevamo il primo requisito necessario per una buona povertà: l’umiltà e l’assenza di pretese”, e anche più saggiamente, “il povero senza debiti è moralmente superiore al povero con debiti. Oggi, nei confronti di questo insegnamento nutro un feroce sospetto”.

Ecco perché La straniera porta in superficie un continente altrimenti invisibile alla classe sociale che più consuma e produce romanzi: la piccola e media borghesia, spesso progressista. La piccola e media borghesia – per un mai confessato razzismo, e un’ancora meno confessabile invidia – non ammette che i poveri possano godere, che accumulino debiti o truffino il prossimo pur di viaggiare su belle macchine (più belle di quelle che potrebbe guidare un professore di letteratura), che saltino i pasti pur di acquistare bei vestiti, che facciano viaggi impossibili, che consumino senza sentirsi in colpa, che approdino al barbiere dei vip (Amleto a Roma: questo nome, sconosciuto ai filologi, ha accomunato per decenni la quotidianità dei politici alla brama di qualche proletario con centomila lire in tasca). La piccola e media borghesia, in definitiva, non perdona ai poveri ciò di cui spesso si è castrata per nevrosi: il reale sfrontato legittimo desiderio – per quanto perseguito in modo scomposto e fallimentare – di migliorare la propria vita. In un articolo di qualche tempo fa Claudia Durastanti descriveva mirabilmente gli elettori poveri di Trump, portandoci a provare per loro un sentimento di prossimità, mai di disprezzo. Se la sinistra istituzionale leggesse gli scrittori capaci di provocarle un inizio di mutazione antropologica, non starebbe rovinata come sta.

Quando scrivevo che i memoir riusciti obbligano al salto nel cerchio infuocato, volevo dire che non sei più lo stesso dopo averli scritti. Se racconti così bene il passato, in qualche modo lo archivi. Man mano che la Durastanti racconta con successo e padronanza la sua storia, per forza di cose lo status di “straniera” le si stacca di dosso come una vecchia pelle. È ancora tale – straniera – mentre scrive, non lo è più alla fine del racconto. Come farà in futuro senza quel punto di vista così magnetico e prezioso? Compito degli scrittori davvero in gamba è mettersi nei guai di libro in libro: Houdini, non Prometeo, è il loro nume tutelare.

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.

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