La strategia delle emozioni. L’io dal reality show ai social network

di Manolo Farci

Dopo il 2000, e Grande fratello, sono esplosi i confessionali e le bacheche, il “mi piace” e il “mi sei arrivato”, gli stati aggiornati di continuo e i provini, The Club e Small World. Sul piccolo schermo come sui media che ci ostiniamo a definire “nuovi”, gli Zero sono stati anche gli anni dell’emozione. Dai reality a Facebook, tutti vogliono raccontare la loro storia. Questo pezzo è stato pubblicato su Link Mono – “Ripartire da Zero”.

Quando nel Duemila venne annunciata in Italia la messa in onda del Grande fratello, fu immediatamente evidente che non ci trovavamo di fronte all’ennesima trasmissione televisiva che si proponeva come specchio fedele della realtà. In fondo, alla fine degli anni Ottanta, la telecamera aveva già fatto il suo ingresso negli spazi della vita pubblica dei cittadini con gli esperimenti della tv verità di Angelo Guglielmi, mentre trasmissioni datate anni Novanta come Stranamore, Carramba che sorpresa, Amici (il talk show) ci avevano ampiamente abituato allo sfruttamento spettacolare delle esperienze quotidiane della gente comune. Sin dal suo apparire, s’intuì che il Grande fratello sarebbe stato capace di fare qualcosa di diverso, ciò che nessun’altra trasmissione televisiva aveva osato fare fino a quel momento, perlomeno in modo così esplicito: abolire lo spazio di mediazione simbolica tra il telespettatore e lo schermo, non per offrirci un’esperienza di vita reale e autentica – questo, in fondo, lo avevano già fatto le telecamere di Un giorno in pretura – per immergerci piuttosto in un set artificiale, spacciato per vita vissuta, ma palesemente costruito a uso e consumo dello spettacolo televisivo.
La realtà quotidiana consumata come fosse televisione, la televisione consumata come fosse realtà quotidiana: presi singolarmente, nessuno di questi fenomeni era particolarmente significativo o originale; assieme davano vita a un mix esplosivo, radicale e insolente.
Grande fratello, si diceva, aveva determinato il trionfo assoluto dell’immagine, dell’occhio, dello sguardo. Non c’era una sola delle caratteristiche tanto celebrate o screditate di questo nuovo spirito dei tempi che non veniva interpretata come un effetto molto banale dell’onnipresenza del visivo nella nostra vita quotidiana. Centinaia di pagine furono spese per sostenere quanto il reality show rappresentasse il punto di massima saturazione di questa pervasiva videosfera, il grado zero dell’immagine, l’ultimo oltraggio lanciato dal dominio narcisistico del visuale sugli orizzonti della nostra immaginazione sociale e delle nostre facoltà di giudizio critico e autonomo.

UNA POSTMODERNA EDUCAZIONE SENTIMENTALE
Nulla di più inesatto: la bella prosa dei critici culturali aveva totalmente sbagliato il segno, non aveva compreso che il reality non era affatto l’ultima lampante conferma dell’influenza dell’immagine mediatica sulle nostre relazioni quotidiane, né uno specchio deformante della vita reale, né tanto meno il simbolo della degradazione di un immaginario visivo sempre più morbosamente attratto da tutto ciò che appartiene alla sfera intima e privata degli individui. I reality show erano qualcosa di diverso: rappresentavano il primo meccanismo mediatico di massa in grado di esprimere le esigenze che provenivano da un pubblico di individui – quella gente comune fino ad allora vissuta ai margini dei tradizionali discorsi sociali e politici – alla ricerca di nuove forme di rappresentazione del sé. L’errore di valutazione è stato quello di considerare i reality alla stregua di spettacoli, laddove avrebbero dovuto essere letti come i primi dispositivi capaci di rendere in termini mai così espliciti il rapporto tra consumo dei media e nuove forme di presentazione del sé. In effetti, potrebbe essere davvero banale raccontare cosa sia un reality show: una macchina di intrattenimento che si basa sulla messa in scena delle più elementari logiche che muovono le nostre relazioni sociali nei contesti della vita quotidiana – l’amicizia, l’invidia, la competizione, l’attrazione sessuale, il tradimento – mescolate con meccanismi sapientemente rodati da anni di commedia all’italiana, teatro di varietà, vaudeville. Ma in realtà, quando vediamo i protagonisti dei vari reality ripresi nelle dinamiche d’interazione quotidiana con gli altri concorrenti, quello a cui realmente siamo interessati non è lo spettacolo in sé, né quel tanto vituperato gioco narcisistico di esibizione dell’io messo in scena dai vari concorrenti. Quello che ci attrae è piuttosto la possibilità che ci viene offerta di guardare, comodamente seduti in poltrona, gli intricati meccanismi di retroscena attraverso cui si costruiscono i rituali di comportamento, le esperienze quotidiane, le dinamiche sociali che caratterizzano lo spettacolo: una sorta di postmoderna educazione sentimentale, filtrata attraverso il vocabolario del consumo mediatico. Nessun reality avrebbe successo senza i confessionali, gli appunti didascalici, gli espedienti registici, i talk show o gli appuntamenti satirici che ne costituiscono il naturale prolungamento riflessivo, la cornice metanarrativa che fa acquisire a queste trasmissioni un valore differente rispetto sia alla dimensione spettacolare, che a quella meramente documentaristica da esperimento di sociologia.
Siamo chiamati a raccogliere questi frammenti di senso comune, e proprio perché ci è stata data la possibilità di conoscere tutto quello che ha concorso a costituirli, li giudichiamo con il metro della nostra esperienza quotidiana, ne facciamo continua materia di discussione e di confronto: non importa il nostro giudizio, che li rifiutiamo o li accogliamo, che li riteniamo farsa o vita reale, in ogni modo siamo chiamati a collocarci come soggetti attivi rispetto a essi. E non c’è scampo a questo: costituendosi come format multipiattaforma, diversificando le opportunità di fruizione del prodotto – dalla carta stampata sino alle reti digitali – non c’è momento in cui il reality non sfrutti occasione per interpellarci continuamente e farci sentire, volenti o nolenti, partecipi e coinvolti. È evidente, quindi, quanto questo genere di trasmissione rappresenti il dispositivo comunicativo che più di altri ha segnato l’avvento di una nuova televisione: una tv che aumenta i momenti di partecipazione diretta del pubblico alla sua rappresentazione, non solo offrendo alla gente comune la possibilità di intervenire direttamente nella costruzione del programma, ma rendendo le forme del consumo mediatico sempre più flessibili e fluide, modellate proprio per collocarsi negli interstizi della vita quotidiana.

UN PROGETTO IDENTITARIO
Ma questo meccanismo di convergenza tra le forme della produzione e quelle del consumo non nasce dal nulla, né è un semplice strumento promozionale in mano alle industrie dell’audiovisivo: rappresenta piuttosto una risposta fondamentale a un cambiamento profondo che scorre al fondo della nostra vita sociale e che riguarda le modalità attraverso cui costruiamo la nostra identità. Nelle sue Lezioni americane, Italo Calvino si chiedeva: “Chi siamo noi, chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d’esperienze, di informazioni, di letture, d’immaginazioni? Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario di oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili”. Uno dei maggiori problemi che affligge la società occidentale è diventato la possibilità di dar conto dell’unicità del proprio progetto identitario. Una volta che l’identità personale non è più direttamente collegabile al ruolo sociale, al ceto, alla classe, allo status oppure a istituzioni collettive e aggreganti come famiglia, apparati politici, comunità di appartenenza, quella che poteva sembrare la liberazione da un fardello si trasforma in una sorta di obbligo assoluto, l’ingiunzione di dover ritrovare, valorizzare e confermare continuamente l’originalità e l’unicità del proprio carattere personale, mostrando le proprie differenze specifiche da tutte le altre identità con cui si entra in relazione. Una nuova e implicita prescrizione morale scorre al fondo della nostra società: afferma il tuo carattere personale, non omologarti, cerca la diversità che ti consenta di non confonderti. Dal momento che non c’è peggior condanna che quella di non essere più riconosciuti, ci arrabattiamo per dare consistenza al nostro io, ma tutto questo diventa sempre più arduo, perché l’individuo è ora in balia di una società che mette a disposizione una libertà mai sperimentata prima, una libertà che deriva da un’offerta concorrenziale di modi di vita pronti per l’uso, capaci di garantire varianti sempre nuove, stimoli inesplorati, promesse di avventura. Ecco allora che l’identità diventa un vero e proprio lavoro, una forma di azione e non più una situazione; e se nel passato la rappresentazione del sé poteva essere considerata un dato culturale, un’eredità sociale o un elemento di riflessione, ora appare sempre più simile a una attività performativa. Molti studiosi sottolineano il fatto che la nostra società sembra aver accentuato i comportamenti di rappresentazione e presentazione riflessiva del sé: ci percepiamo come performer perennemente sottoposti al giudizio altrui, immaginiamo la presenza di altri che costituiscono il pubblico delle nostre esibizioni e con cui condividiamo pensieri, gusti, attitudini. Ma dato che queste performance sono sempre più diluite all’interno della vita quotidiana, la separazione tra realtà mediata e realtà esperita, tra spazi pubblici e privati, sembra svanire e gli individui acquisiscono l’abilità di muoversi agevolmente lungo la linea di confine tra attore e spettatore. L’affermazione del reality diventa così nient’altro che l’ultima propagazione di questo nuovo modo di concepire l’io, sempre più esteriorizzato e oggettivato tramite mezzi visivi di rappresentazione e di linguaggio. Al pari di una merce esposta in vetrina, l’identità utilizza tutti gli strumenti a sua disposizione per migliorare la qualità delle sue performance e attrarre il maggior numero possibile di consensi. Ma se ci limitassimo a deplorare questa diffusione tra i soggetti di tecniche e capacità performative come una sorta di attivismo narcisistico – reso oggi ancora più raffinato da anni di assimilazione di modelli mediatici – dimenticheremmo il dato antropologico fondamentale che scorre alla base di queste attività: rendere l’identità un oggetto di scrittura e gestione pubblica non è altro che un modo per rispondere a quei bisogni di riconoscimento e mediazione collettiva che riguardano la natura stessa di ogni animale sociale – compresi i nostri fratelli primati – e che oggi circolano principalmente attraverso l’utilizzo dei canali della comunicazione di massa.

I MEDIA DELL’EMOZIONE
Visti in questa prospettiva, i reality show appartengono al medesimo terreno dentro cui si collocano le piattaforme espressive come i social network, il cui successo deriva proprio dalla capacità di offrire uno strumento di mediatizzazione della vita quotidiana capace di soddisfare la fame contemporanea di riconoscimento sociale. Usando l’arma retorica della contrapposizione tra vecchi media centralisti e nuovi media libertari, molti giudicherebbero un’eresia sostenere che reality show e social network possano condividere un elemento di fondo così sostanziale, come il modo in cui oggi costruiamo la nostra identità. Eppure, a guardar bene, i social network rappresentano un meccanismo di mediazione del sé che fa uso dello stesso stile da confessionale che caratterizza il reality show, basato proprio sulla messa in scena di una comunicazione introspettiva che attiene principalmente alla sfera delle emozioni private. Reality show e social network diventano così i media dell’emozione per eccellenza: le principali piattaforme comunicative che dettano la sintassi fondamentale del nostro attuale linguaggio dell’emozione condivisa. Più che una banale cultura dell’esibizione, questi dispositivi promuovono una nuova forma di alfabetizzazione emotiva. Chi si è perso in ardite disquisizioni filosofiche sul rapporto tra realtà e finzione, chi si è preoccupato di metterci in guardia dai possibili rischi di una società del controllo di orwelliana memoria, chi infine ha lanciato parole di disgusto contro la trivialità del trash quotidiano messa in scena da queste piattaforme mediatiche, non ha colto quanto il principale campo di intervento di reality show e social network sia proprio la sfera emotiva come fondamento del nostro attuale bisogno di riconoscimento sociale. D’altronde, l’importanza attribuita all’emozione costituisce uno degli sviluppi più significativi della cultura occidentale contemporanea e fornisce una immagine ben precisa del modo in cui si è andata ricostituendo l’immagine della stessa personalità umana. Attualmente la nostra società tende a considerare il piano emotivo l’elemento centrale che definisce il campo della soggettività e promuove la gestione delle emozioni come il modo più efficace per guidare il comportamento individuale e collettivo. Se l’emozione diviene dunque una delle maggiori chiavi interpretative della vita quotidiana dell’individuo, al punto che gli stessi problemi sociali sono individuati spesso come problemi di cattiva gestione delle emozioni, gli strumenti e le strategie per amministrare e riconoscere i sentimenti non possono essere semplicemente affidati al singolo, ma devono diventare materia di opinione pubblica. Viviamo condizionati da una sorta di determinismo emotivo che esalta i sentimenti come unica genuina fonte di autenticità e trasforma la rivelazione della vita emotiva nel principale strumento di riconoscimento del sé più vero. Invitando caldamente le persone a esporre in pubblico le proprie emozioni, la società crea e premia la tendenza a erodere la linea di demarcazione fra pubblico e privato: in tal modo, la tradizionale distinzione tra una sfera pubblica non emotiva e una sfera privata impregnata di emozioni si dissolve definitivamente. La sfera privata diventa un’area in cui lo sguardo indagatore dell’opinione pubblica sembra avere legittimo accesso. L’invito a condividere i propri problemi personali si costituisce in tal modo come la formula standard che accomuna l’intrattenimento mediatico dei reality show alle modalità di relazioni virtuali dei social network: la condivisione di problemi e pensieri privati – attraverso il vocabolario delle emozioni – diventa il nostro maggiore strumento di coesione e legame sociale. Ora, questo processo di apertura dell’intimità alla sfera pubblica non sarebbe in sé negativo, se non fosse accompagnato da una tendenza totalmente contrapposta: la svalutazione di quel mondo privato, intimo ed esclusivo, dove agiamo liberi da ogni controllo esterno e definiamo alcuni dei rapporti più significativi della nostra vita. Tale svalutazione avviene perché, nel momento in cui la spontaneità emotiva della sfera privata diventa sempre più difficile da gestire se non attraverso la sua continua trasformazione in discorso pubblico, inevitabilmente emozioni e sentimenti si formalizzano, divengono sempre più simili a oggetti da scambiare nel mercato dell’intimità condivisa. Sottomessa alla logica dei rapporti economici e di scambio, la vita emotiva perde il suo carattere soggettivo e assolutamente non riflessivo per diventare l’elemento principale su cui basiamo il racconto della nostra identità. Ecco allora che la rappresentazione del sé si tramuta in un meccanismo di gestione razionale delle proprie emozioni, e non è un caso che la nostra società promuova solo quelle emozioni essenziali al consolidamento della nostra autostima e alla realizzazione del sé. Una nuova economia emotiva esalta il primato dell’espressione dell’io: l’invito a condividere le emozioni procede di pari passo con una sorta di sacralizzazione del nostro egoismo sentimentale. E così, osservando i social network, pensiamo che la nostra società sia diventata più aperta, più disponibile ad accettare le manifestazioni emotive come fonti autentiche di legame sociale, mentre consideriamo i reality show come quel peccato originario da cui è necessario affrancarsi. Ma proviamo a rispondere a questa domanda: nel momento in cui aggiorniamo su Facebook la nostra situazione sentimentale, raccontiamo in terza persona le nostre esperienze quotidiane alla cerchia degli amici che ci leggono, o aderiamo a un gruppo di discussione che ha come oggetto un’emozione o uno stato d’animo, siamo davvero così diversi dal personaggio di un reality che esterna le proprie emozioni oggettivate come merci in vetrina dentro la stanza di un confessionale? Non scorre, forse, al fondo di quella medesima ansia da confessione che caratterizza piattaforme espressive come reality show e social network, lo stesso vocabolario sentimentale, quella stessa strategia di gestione pubblica dei sentimenti che sta trasformando il nostro io in un fatto pubblico ed emotivo?

Fabio Guarnaccia è direttore di Link. Idee per la tv. Ha pubblicato racconti su riviste, oltre a diversi saggi su tv, cinema e fumetto. Collabora con Studio. Il suo primo romanzo, Più leggero dell’aria (Transeuropa) è uscito nel 2010.
Commenti
8 Commenti a “La strategia delle emozioni. L’io dal reality show ai social network”
  1. Pauline Pilot scrive:

    Ok, benissimo. Nulla da obiettare sull’analisi. assolutamente d’accordo.
    Ma vorrei che qualcuno mi spiegasse cosa c’è di male in tutto questo.
    Esperienza personale: il mondo dei social network mi ha salvata dalla depressione. Ho trovato un luogo in cui coltivare interessi e condividere passioni, un giardino da far crescere. Era forse meglio affidarsi agli psicologi o alle pillole?
    Non mi si dica che è un luogo solo virtuale, che poi lo scontro con la realtà può diventare più difficile. Io ne ho fatto il primo passo verso il reale, verso l’apertura al mondo. Ora viaggio, vado a concerti, a mostre, conosco persone con cui CONDIVIDERE appunto. Ed è meraviglioso. Non demonizziamo a priori tutto ciò che ci viene dalla tecnologia.
    Anche la possibilità di leggere l’analisi di cui sopra mi è stata data dai social network.
    Grazie.

  2. Rita scrive:

    Sarà per questo che non ho mai voluto iscrivermi a Facebook?
    Io l’ho sempre considerato come la realizzazione consensuale de Il Grande Fratello orwelliano (e infatti non mi sorprende la conclusione del tuo interessante articolo); le persone sono liete – o, nella peggiore delle ipotesi, accettano comunque di buon grado, sapendo che è il prezzo di pagare per entrare a far parte di una comunità – di rivelare e “condividere” (questo termine inizia davvero a nausearmi) gli aspetti privati della propria esistenza (ed è davvero buffo che – come contraltare – si faccia tanto un gran parlare di privacy, di rispetto della privacy, che ogni volta che si procede alla firma di un contratto ci facciano controfirmare pagine e pagine di norme per la privacy), illudendosi che la lista di quello che hanno mangiato a pranzo possa essere fonte di interesse per chi legge.
    E’ vero – come affermi in questo interessante articolo – che l’interesse di chi legge nasce proprio dal bisogno di confermare (o forse sarebbe più esatto dire “conformare”?) la propria identità in relazione a ciò che è altro da sé – in questo caso rappresentato dai social network o dal reality che è quanto di più prossimo e facile abbiamo per accedere all’osservazione – in scala ridotta – di un microcosmo comportamentale davvero a portata di mano (o meglio, di click, che sia quello del telecomando o del mouse poco importa), completo di una notevole dispiegazione di esempi di interazioni sociali; quello che semmai non mi convince è però la limitatezza di questo esempio. I reality ed i social network restano rappresentativi di soltanto una fetta (sebbene cospicua) di popolazione, che è data innanzitutto dalle nuove generazioni, quelle che sono in grado di padroneggiare le nuove tecnologie, e poi, purtroppo, da chi non ha altri mezzi e capacità di esprimersi diversamente (e quindi di costruire in maniera diversa la propria identità).
    Facebook specialmente – con la sua “condivisione” mordi e fuggi di video, frasi famose, notizie di attualità ecc., – accelera e semplifica al massimo la fruizione, senza lasciare spazio all’elaborazione o all’approfondimento. Condividere il video musicale di un brano, ad es., è un segnale. E’ vero. Qualcuno ci sta dicendo qualcosa di sé, ossia “a me piace questo pezzo, quindi vuol dire che ho un determinato gusto”, ma resta qualcosa di molto generico, di semplice nozionismo, in realtà non sta aggiungendo nulla di nuovo o di significativo alla percezione e costruzione del sé.
    Io – nel successo massificato dei reality e social network – ci vedrei più il bisogno di sapere di appartenere ad una comunità, un senso di fratellanza (in senso lato ed in senso orwelliano) e di unione che da sempre si conferma come uno dei bisogni più importante dell’uomo in quanto essere sociale. In altre epoche l’aggregazione sociale avveniva sulle piazze, sulle porte di casa (le vicine di casa – in mancanza di altri svaghi – parlottavano la sera di porta in porta); oggi che il tessuto sociale è cambiato e si è fatto più disgregato (orari diversi di lavoro, diversificazione delle attività lavorative), la sicurezza della piazza virtuale diventa come un punto di incontro cui approdare la sera.
    Il bisogno di mettersi in mostra, di apparire, di affermare il proprio percorso identitario, diventa pressante ed urgente perché tra tante voci è più difficile farsi sentire; soprattutto perché, nell’omologazione estrema, è più difficile farsi notare.
    Hai notato quanto nel virtuale (facebook ma anche su altre communities, come nei blog peraltro), sia facile estremizzarsi? Noto, con crescente preoccupazione, che i social network facilitano e rinforzano gli estremismi. Se tutti parlano, io parlo più forte ancora altrimenti nessuno mi sente. Ma il bisogno primario resta quello di comunicare, di far parte di un gruppo, di essere ascoltato e compreso.
    Un altro dei motivi del successo di facebook è l’illusione di poter estendere la propria conoscenza, scambiando il semplice nozionismo o l’informazione “mordi e fuggi” per qualcosa di più sostanzioso. Tutto è messo in primo piano per il tempo di qualche secondo per poi essere dimenticato e surclassato dalla notizia successiva. Un attimo e si parla del tale personaggio, quello dopo e già lo si è dimenticato. Anche le notizie davvero importanti vengono fagocitate da questo impressionante meccanismo divoratore. Anzi, il pericolo vero è quello di confondere nell’immenso calderone ciò che davvero conta con quello che è superfluo, livellando tutto sulla base di un “cazzeggio” generale.
    La domando allora è? Se è vero, come affermi nell’articolo, che facebook o i reality servono da definizione del proprio io, che tipo mai di identità potrà generarsi da questi strumenti sociali che fungono da catalizzatori massimi di omologazione ed appiattimento della realtà? Che tipo mai di identità potrà formarsi da un mezzo che non è in grado di discernere ciò che è importante da ciò che non lo è, che “condivide” ed approva e disapprova (“mi piace”, “non mi piace”) la semplice notizia di gossip e quella di una guerra in corso o di una tragedia, senza che per l’una o per l’altra si faccia una distinzione di approfondimento o senza che venga benché minimamente verificata l’esattezza o veridicità di essa? Tutto ciò che è su facebook diviene automaticamente “vero”. Che “autenticità” di identità si potrà mai avere allora da tutto questo?
    Personalmente preferisco coltivare il mio sé in opposizione a tutto ciò, cioè dissociandomene completamente ed allontanandomene (forse con un meccanismo per certi versi simile a quello di cui parlava Bourdieu ne “La distinction”, anche se ovviamente non facendo più riferimento alla vecchia distinzione tra le classi sociali in quanto internet è un livellatore in questo senso… ).
    L’identità si forma infatti non soltanto attraverso il confronto e la condivisione con gli altri ma anche attraverso il rifiuto. Certo, è importante che questo rifiuto abbia delle motivazioni, altrimenti diventa snobismo o atteggiamento (cioè il semplice scimmiottare un essere alternativi molto simile alla ribellione adolescenziale).
    A me, per esempio (e lo riferisco solo per riportare un dato statistico diverso, perché poi ce ne sono molti che la pensano come me, quindi rientro in una statistica) facebook non piace proprio perché non permette di esprimersi in maniera complessa e particolareggiata. Pensa se questo lungo commento lo avessi scritto su facebook ;-)))

  3. susanna scrive:

    cara rita, l’avresti potuto postare sulle note e farlo conoscere a quante più persone tu ne avessi avuto voglia.
    Non credo che fb sia come il grande fratello. Trovo però interessante la riflessione. Perché, come ogni cosa apparentemente neutra ma del cui strumento dipende l’uso che se ne fa, il potenziale del social network è immenso nel bene e nel male.
    Comunque leggerò il libro che, guarda caso, ho trovato segnalato su sulla pagina di mininum fax al quale ho aderito proprio su fb.

  4. maria (v) scrive:

    Adesso io eviterei a tutti i costi di commentare perché non ho proprio niente di interessante da dire, a meno che, con gran fatica e tempo a disposizione, non mi impegnassi a raccogliere citazioni sparse di opere che riterrei significative e che potrebbero fornire un reale contributo e argomento di riflessione e non lo farò perché non ho troppo interesse a perorare questa causa e per parlare a vanvera sottrarrei tempo alla lettura di altri che invece hanno tanto da dirmi……………e però ugualmente vorrei esprimere il mio disaccordo con questo articolo, che nonostante l’impegno e le citazioni e la fatica,mi suscita un’impressione negativa di confusione e superficialità, l’argomentazione mi sembra debole. Dato di partenza, scontato, dei media, sono le emozioni e fin qui ci siamo. dopo di che mi sale alla gola una gran voglia di ribattere, ma in maniera ancora più confusa e non saprei da dove cominciare, forse dall’incongruenza del parallelismo tv-internet, perché i reality sono una scatola chiusa dove pochi topi vengono inchiodati ed obbligati ad una convivenza forzata, senza alcuno scambio con l’esterno e prepotentemente privati di ossigeno in una gara all’ultimo asfissiato dal neurone superstite, prelibatezze per pupille cannibali…….mentre internet si basa sull’ interazione, pur con tutti i suoi limiti e approssimazioni, tangenzialmente ad una parola, uno stimolo, un incontro-scontro anche minimo con l’altro, contiene in sé una quota di imprevedibilità che può influire concretamente sulla progressiva ed ininterrotta costruzione del mio io, è un tassello che può venire immediatamente a sovrapporsi e a modificarmi, è l’altro in cui accidentalmente posso imbattermi, inciampare, l’altro che non si ferma per strada perché non ha tempo da perdere e che non ho molte altre occasioni di incontrare oltre a questa qui, sulla piazza virtuale del senza luogo e senza tempo, mentre dissipa i suoi bagagli sciorina i suoi monologhi sorprendo nelle sue pose e passi e falsetti e anche se ridotto in formato e tutto va preso col contagocce, è un di più, perché è un altro, l’altro che in altro decumano non avrei mai incrociato. Dunque, un di più che osservo e magari ci parlo. Dopo di che sta a me: come interagire con questo, con ogni singolo di più? quanto di più approfondire la conoscenza di un singolo di più perché si consolidi con tutto il suo di più ed “io” possa comprenderlo e accoglierlo ancora di più, sempre di più e così ricevere e diventare di più……………………..????

    Oppure potrei cominciare col chiedere ma chi e dove si recita di più? Nei ruoli quotidiani imposti o in ciabatte quando fai andare il tuo videoclip del momento e lo accompagni con motto e scimmiotto? È indumento che raccogli, aggiungi, il mascherone che nasconde o invece le scarpe che lanci per aria, la camicia che sbottoni, la cintura che allenti…????
    E chi potresti affermare di conoscere meglio: il collega, il vicino di casa, con cui vi scambiate a malapena il saluto o un paio di sconosciuti di cui almeno potresti indovinare l’ultimo libro che hanno letto o il film che detestano e magari ti è accaduto di cominciare a conoscere così il tuo vicino di casa, che hai sempre ignorato, anche se il mio scopo è esattamente l’opposto e anzi mi sono sempre chiesta come sia potuto venire in mente una simile diavoleria a chi era incuriosito dai condomini invece di premere tutti i pulsanti del citofono

    Potremmo anche parlare di performer, ma meglio proprio di no
    E mi pare di avere abusato a sufficienza per dire cose inutili senza concludere nulla, se non che tutto è come al solito più complicato.

    Secondo Tentativo: Se prima di allunare su fb hai provato a spappolarti il fegato alcolizzandoti tutte le sere con dei bruti sotto casa con cui non avevate in comune, nemmeno l’alfabeto che si fermava alla c di crapula e copula ( niente di più ostico per te) ma siccome sei aperta entri in contatto con tutto e tutto osservi… allora la vita reale, dicevamo, è quella qua fuori che schiamazza sotto la finestra- lascia perdere i blog gli amici virtuali che vivono in culonia e si materializzano fuori dallo schermo una volta ogni 2 anni, le proiezioni mentali, i pupazzi parlanti, i fidanzati immaginari….scendiamo ad osservare quali sono le famose cose più vicine che tutti sono convinti che ti sfuggano. Scendiamo. Spettacolo osceno, la vita, dicono, e però è la vita. Osceno sì e Nessuna vibrazione. O le persone sotto casa sono tutte morte o le macchine sono più emotive. E comunque anche ‘sti morti sotto casa guidano le macchine i profili su fb, hanno pure più contatti di te e sono morti uguale uguale a come sono morti in piazza al bar in spiaggia in disco e tutte le cose che fanno loro che, anche se ti facevano orrore, hai osservato bene bene da vicino, per capire. Ho capito infatti che internet è solo una piazza più grande, che i morti, anche quelli più di me, stanno dappertutto, però siccome è un gran casino, capita che ci passino pure i vivi, ogni tanto e che ti sfuggano pure, perché non è sempre agevole riconoscerli. Spesso stanno acquattati, mascherati da morti, forse per non dare troppo nell’occhio e attrarre le calamite come me che appena vedono un luccichino in mezzo al deserto, puoi pure piroettare e non si scollano 😉 tanto è aliena ogni forma di vita che sono capaci di passare, in silenzio, anni ad osservare queste meraviglie che parlano altre lingue e ad inventariare le loro bave e srotolare i loro labirinti che, se non ti condurranno mai troppo lontano da qui, almeno per un po’ ti aiuteranno a far perdere le tue tracce e ti metteranno in contatto con altri mondi, perché il mondo non finisce sotto casa, fortunatamente, e allora siano lodate le lenti e tutti gli schermi i monocoli, binocoli, le mascherine subacquee, i tele e i microscopi, i pozzi, le biglie, i giochi di specchi, i messaggi nella bottiglia, i biscottini della sorte e basta angustiarmi gli orizzonti!!!

  5. carmelo scrive:

    ho trovato molto interessante il tuo articolo da leggere attentamente (magari dopo averlo stampato domani).
    vorrei solo osservare due cose.
    è condivisibile la tua analisi sui reality show come strumento (degradato direi) di costruzione dell’identità.
    una equiparazione del programma televisivo forse è un po’ azzardata, tra un fenomeno televisivo all’esperienza delle re relazioni che si vivono in rete, dove l’analisi è più complessa e le esperienze individuali hanno contenuti obiettivi e risultati qualitativamente diversi……

    “La costruzione dell’io” attarverso la tv presuppone già un degrado della propria esperienza e sistema di relazioni.
    Insomma l’identità si puo’ costruire leggendo un buon libro, o guardando il grande fratello. E la differenza in termini di qualità della vita, ricchezza, consapevolezza e profondità dei propri sentimenti e delle relazioni private e sociali sarà una differenza abissale.
    O no?

  6. Ric scrive:

    sinceramente parlando…
    ma tutto sta fuffa per quattro concetti che alla fine dei conti non son poi così profondi, riflessioni chiare e che credo quasi chiunque di noi abbia potuto fare.

    Per carità, ben scritto, sia ben chiaro…ma credo che ci si potrebbe concentrare su qualche altro tema anzichè i classici temi dei social network o dei media. (argomenti triti e ritriti)

  7. Alessandra scrive:

    Questo post e’ interessantissimo. La lucidità con cui analizzi la nuova fenomenologia delle emozioni e le connessioni tra le pratiche mi ha colpito molto.. Non resta che scendere in campo e fare una bella ricerca insieme :)

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