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La street art è morta

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Pubblichiamo la versione ampliata di un pezzo uscito originariamente su Vita.

di Sabina de Gregori

Banksy, il Bufalo Bill della Street Art, è sbarcato a Roma. Certo non lui, che non si sa chi sia e ha smesso di essere importante saperlo, ma le sue opere.

Fino al 4 settembre 2016 Palazzo Cipolla ospiterà “Guerra, Capitalismo & Libertà. La più grande esposizione di opere dell’artista noto come Banksy”.

Lo dichiaro subito: ho lavorato come consulente scientifico e per la didattica della mostra, questo mi permette di parlarne con maggior cognizione di causa.

Diventato planetariamente famoso grazie alle incursioni che ha fatto nei musei più grandi del mondo tra il 2004 e il 2005, in cui è entrato mascherato e ha appeso alcuni suoi quadri all’interno delle sale in perfetto stile situazionista, Banksy è oggi il re Mida dell’arte di strada. Tutto ciò che inventa e su cui mette le mani diventa oro.

Impegnato politicamente, irriverente e sfrontato negli ormai venticinque anni di attività ha portato avanti innumerevoli progetti. Uno di questi è stato il Santa’s Ghetto nel 2005: ha invitato a dipingere sul muro di separazione israeliano gli street artist più famosi del mondo, dichiarando: “Per il diritto internazionale il Muro è illegale e trasforma la Palestina nella più grande prigione a cielo aperto del mondo. Per i graffitari è una missione imprescindibile”. Fino ad arrivare all’ultima marachella, il parco della tetraggine Dismaland, i cui resti dopo la chiusura sono serviti per la costruzione di strutture nel campo profughi di Calais.

A cavallo tra una rock star e un artista, un provocatore e un paladino della giustizia, è conosciuto anche da chi di arte contemporanea e Street Art non sa nulla.

La mostra, voluta da Fondazione Terzo Pilastro e da 999Contemporary, raccoglie 150 pezzi provenienti esclusivamente da collezioni internazionali, lasciando volutamente fuori i lavori realizzati in strada.

La scelta di esporre solo opere prodotte per il mercato è in assoluta controtendenza con quella discutibile adottata dai curatori della recente “Street Art – Banksy & Co. L’arte allo stato urbano” svoltasi a Palazzo Pepoli di Bologna, dove interi muri sono stati trasferiti dalla strada al museo, perdendo così di senso ed efficacia.

Ma dove sta andando la Street Art? La si può ancora definire così anche se è sempre meno Street e sempre più Art? E l’illegalità che fungeva da gasolina? La Street Art è morta. Meglio essere brutali e dire le cose come stanno.

Bisogna ripartire dal principio: che cos’è la Street Art per come l’abbiamo conosciuta fino a oggi? E’ un’evoluzione del graffitismo. Quest’ultimo, nato come sottocultura dei ghetti newyorkesi negli anni ’70 del Novecento, ha avuto una prima brevissima fiammata sui treni di Philadelphia. Prima di questo ci furono le tag che, insieme all’hip hop, sono nate dalla necessità delle minoranze di avere una voce propria che ne affermasse l’identità. Le tag si sono evolute nel bombing che si è evoluto nel graffitismo da cui è nata la Street Art. Ed è proprio qui che siamo ora, nel seguito della frase: noi stiamo esistendo nel tempo della definizione del seguito di questa frase.

Queste sono riflessioni necessarie per cercare di capire il momento in cui viviamo: abbiamo la possibilità di essere testimoni diretti del mutamento dell’arte, della trasformazione di una corrente nata più di trent’anni fa e che piano piano si sta assestando su territori più riconoscibili, cambiando la propria fisionomia. È chiaro ormai che l’arte di strada è entrata a pieno regime in quella contemporanea, rivedendone i perimetri e ampliandone i linguaggi. Soprattutto grazie all’artista britannico che per primo è riuscito a portare all’attenzione di un pubblico vasto ed eterogeneo temi come la Guerra, il Capitalismo e la Libertà: connotati collettivi che non possiamo far finta non ci appartengano.

Se intendiamo la Street Art come proseguimento di una corrente profondamente rivoluzionaria e irriverente, illegale e fortemente politica allora no, non c’è più. Ha perso le caratteristiche per cui è nata, la spinta sociale, il grido ad alta voce, l’appropriamento (il deturpamento, per alcuni) di spazi privati. Sempre di più negli ultimi anni la Street Art è entrata nelle gallerie, nei musei, nei circuiti dei collezionisti, nelle aste e sul mercato. Quindi, modificando i suoi aspetti fondamentali è già diventata un’altra cosa.

Le nostre città si sono colorate, i nostri quartieri riqualificati, alcune zone rivalutate. Quasi quotidianamente i giornali riportano le ultime notizie dal mondo street, manifestazioni e festival crescono in modo esponenziale, molti comuni richiedono l’intervento degli artisti, si esprimono grandi critici e semplici fruitori; insomma, la Street Art è diventata certamente di moda. Ma, contemporaneamente, è cominciato un processo di grande importanza: sempre più persone riescono a distinguere tra arte e vandalismo e si è sedimentata l’educazione, estetica, visiva e sociale a riconoscere la qualità artistica di quello che si osserva. Credo che quest’ultimo sia il risultato più importante, in questo modo l’arte ha servito uno dei suoi scopi: quello di migliorare la vita, accrescerla.

Ora che il Banksy effect ha investito Roma avremo l’occasione per vedere le sue opere più note ormai diventate veri e propri brand, e anche pezzi mai esposti prima. Ma sarà utile anche per utilizzare l’arte come riflessione su chi siamo e chi vogliamo essere. Quei 15 minuti di notorietà previsti da Andy Warhol nel 1968 si stanno tramutando per tutti noi nel desiderio di avere 15 minuti di anonimato. E perché mai, chi ha già questa fortuna, dovrebbe rinunciarvi?

La Street Art è stata un’avanguardia, e le avanguardie negli eserciti hanno vita breve, aprono la strada per le retroguardie che poi hanno il compito di costruire gli accampamenti. È un meccanismo storico, fisiologico, una trasformazione che perde di freschezza e di novità, ma che diviene più interessante dal punto di vista teorico. Smette di essere dirompente e diventa clamorosamente più profondo.

Quindi perché continuare a chiamarla con un nome che non la rappresenta? Di certo, siamo già nel territorio della Post Street Art e sarebbe più corretto, almeno per il momento, chiamarla Arte Contemporanea Urbana.

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