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La terrazza

Questo racconto è stato pubblicato la prima volta su CrapulaClub il 22 dicembre 2017.

La terrazza.
Un orrore.

 

Niente, nemmeno il male
che a tutti parlava dentro
era nostro.
[Umberto Fiori]

1
Eravamo in qualche modo uniti, nell’attesa sulla terrazza del Capodanno, le nostre madri le più stanche del mondo, mettevamo a turno gli occhiali dello zio ricco che chi si ricorda come si chiama, dicevamo, senza chiamarci noi mai per nome, ci si riconosceva dal tono, se era pacato era il più grande, se era squillante era il più piccolo, eravamo in qualche modo uniti, al freddo, la terrazza e la lampadina fulminata, si rientrava dopo poco, due minuti prima della mezzanotte, eravamo stanchi ma non lo si poteva dire, le madri invece, le madri lo dovevano dire, dal mattino, le nostre madri più stanche, le dita sporche di battuto sedano e carote, i nostri padri fumavano, alcuni, altri guardavano il Televideo, nell’attesa sulla terrazza del Capodanno, lo zio ricco lo si chiamava forse Zio, i Persol marroni grandi, a chi è che stavano più grandi, uno di noi, eravamo in qualche modo uniti, ma uno di noi, forse il più grande, accese un bengala controvento, controtempo, lo sentimmo urlare, noi di dentro, le nostre madri stanche, lo guardavamo ustionato di un bengala controvento, la mano nera, cosa,  cos’era successo, era scoppiato il bengala, qualcosa, era successo qualcosa.

2
Dal Ventiquattro all’Uno era un da fare sempre, le nostre madri più stanche, i nostri padri ricaricati di tredicesime fumavano, chi non fumava beveva, noi eravamo in qualche modo uniti, dal Ventiquattro all’Uno tutto un da farsi, tutte le sere le carte, i fagioli, le regole, le monetine, le tovaglie, le briciole, non avremmo più ricordato niente, nemmeno l’epica dell’anello perduto, l’anello di chi, non si ricorda nessuno, un anello perduto nel lavandino, era scivolato, poi recuperato, sporco di qualcosa, verdure bagnate, pelle di pesce, era un ridere inorridito, la madre stanchissima piangeva di schifo e sfortuna.

3
Le conchigliette, il sugo di pescatrice, la lingua bruciata, uno dei nostri padri puliva il pesce a mani nude, interiora rimanevano incastrate sotto la fede, lui la sfilava, succhiava via, la ripuliva con la lingua, noi non abbiamo mai detto, mai detto niente, ridevamo inorriditi, tutto un silenzio che assecondava il fare dei nostri padri, uno fumava e sistemava le carte nel mazzo, gli occhi stretti al fumo, noi rubavamo le sigarette dai pacchetti, facevamo finta di fumare, le nostre madri ci colpivano le nuche esauste, giovani vecchie abbarbicate al balcone, guardare la strada giù lontana, tre piani, ipotizzarla un’occasione, un pensiero che si capiva dalle mani tremanti sulla tovaglia sporca di noci rotte, noi eravamo comunque a nostro modo uniti, lo zio ricco apriva la grappa,  ce la faceva odorare, uno dei nostri padri la beveva d’un sorso, gli occhi poi gli si facevano strani, eravamo uniti in un ridere inorridito, una delle nostre  madri esauste era sempre più tremante, accendeva una Multifilter Centos, una volta uscì sulla terrazza, un giorno tra il Ventiquattro e l’Uno, eravamo certi che non sarebbe rientrata, o forse non lo eravamo, certi, ma eravamo uniti in qualche modo, le guardavamo la mano sulla fronte, gli occhi aperti forte, gli occhi aperti forte sulla strada giù lontana, tre piani, la guardavamo.

4
C’è forse una foto, due, ma mai di noi insieme, il più piccolo forse, lui, era un problema, con le foto, lasciavamo stare, i nostri padri insistevano, ma no, c’è forse una foto, di una tavola piena di cose, nessuno seduto, nessuno, noi eravamo tutti di là, si guardava il Bambinello nuovo, di ceramica o terracotta, uno dei nostri padri rimase invece, a fare la foto, in un angolo della foto un filo di fumo, al centro della tavola un mazzo di carte, in mezzo a tutto il cibo, le tolse con urla una delle nostre madri, le nostre madri stanchissime, loro temevano il gioco, il denaro, a tavola, temevano il demonio, a tavola.

5
Il più grande, forse, non lo si riusciva a tenere con noi, mai, davanti alla tv, rapiti, noi, qualsiasi cosa fosse lì, lui invece voleva non ricordiamo cosa, altro, i petardi, i bengala, i miniciccioli, le cipolle napoletane, il rumore, noi non sempre capivamo, non sempre volevamo, eppure si usciva, la terrazza, era tutto un da fare, dal Ventiquattro all’Uno, le nostre madri ci urlavano, urlavano di rientrare, il più piccolo rideva inorridito nel sentirle urlare.

6
Solo quando poi era il momento dei regali, e quando poi era il momento del Bambinello, e quando poi era il momento dei botti, era tutto un da farsi, noi eravamo in qualche modo uniti, urlanti noi, le urla delle nostre madri, le urla dei nostri padri per parlarsi tra le nostre urla, anche durante il Bambinello, le nostri madri, le voci all’improvviso bianche, urlavano in canto preghiere, i nostri padri continuavano a parlare, facevano la croce quando tutto finiva, noi facevamo la croce decine di volte al giorno, quando tutto iniziava, sempre la croce, quando tutto finiva, la croce, prima dei regali, dopo i regali, quando era pronto, prima di tornare alla vita lontani dalla tavola, quella volta uno dei nostri padri, gonfio di grappa, prese per il collo forse il più grande, forse, lo prese per il collo con la mano sinistra, gli diede uno schiaffo con l’altra mano e per giorni, poi, era il Ventiquattro dicembre, fino all’Uno gennaio ancora il segno delle dita, colpi da dormire di botto, sulla guancia dita nitide in faccia, noi eravamo uniti e sorpresi, si vedevano tutte e cinque, ma perché, i segni, perché, le nostre madri e gli altri nostri padri se lo chiedevano, perché lo schiaffo, noi non ce lo chiedevamo, non lo abbiamo mai saputo, ridevamo inorriditi, contando le cinque dita sulla guancia, provando anche noi, su noi lasciarci il segno sulla guancia, in qualche modo uniti, l’Uno di gennaio noi eravamo tutti uniti, in un rossore di schiaffi, nel nuovo anno, c’era il pranzo, rossi di schiaffi, il più bravo aveva lasciato bene le dita, si vedevano le dita, tutte, bene, sulla guancia arrossata, sulla terrazza noi ridevamo, inorriditi.

7
Dei nostri doni cosa è rimasto non lo sappiamo, di tutti quei regali di Natale, cosa è rimasto, dei nostri padri poco, è rimasto poco, forse nemmeno loro sono rimasti, nemmeno i loro corpi, nemmeno i corpi delle nostre madri, loro, forse di loro è rimasto solo il corpo, di noi, forse, dei nostri regali, dei nostri doni, forse nemmeno il nostro corpo è rimasto, ora che siamo uniti, in qualche modo, ancora, ora che noi fumiamo e siamo zii ricchi, ora che siamo a tavola, siamo seduti, ci fanno una foto, siamo, siamo uniti, inorriditi.

Andrea Donaera (Maglie, 1989) vive a Bologna. È laureato in Scienze della Comunicazione presso l’Università del Salento, dove è segretario del Centro di ricerca “PENS: Poesia Contemporanea e Nuove Scritture”.Dal 2016 dirige la collana di poesia Billie della casa editrice ‘Round Midnight. È il direttore artistico del festival letterario “Poié” di Gallipoli, e del Festival della poesia dialettale “Oju lampante”. Dal 2017 collabora con il magazine di approfondimento culturale “Midnight”, curando la rubrica Urban dedicata alla giovane poesia italiana.
Ha pubblicato alcune raccolte di poesia. Tra le ultime: “Il latte versato” (Sigismundus, Ascoli Piceno, 2012, postfazione di Elio Pecora); “Certe cose, certe volte” (Marco Saya, Milano, 2013, introduzione di Nicola Vacca); “Occhi rossi” (‘Round Midnight, Campobasso, 2015, prefazione di Davide Rondoni). Ha inoltre pubblicato il saggio “Su una tovaglia lisa. Nell’Inventario privato di Elio Pagliarani” (L’Erudita, Roma, 2017). Suoi testi e interventi sono stati ospitati su diversi blog e riviste, come La Lettura del “Corriere della Sera”, “Nazione Indiana”, “Crapula Club”, “Inutile”, “Atelier”, “Argo”, “Critica impura”, “Vibrisse”, “Interno poesia”, “Poetarum Silva”, “Poesia 2.0”.
Nel 2018 ha vinto il Gran Premio Assoluto della Giuria del premio internazione di poesia “Ossi di seppia”.
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  1. Questo racconto è stato pubblicato la prima volta su CrapulaClub il 22 dicembre 2017 (http://www.crapula.it/la-terrazza-orrore/).

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