la terza guerra mondiale

La terza guerra mondiale

la terza guerra mondiale

(Fonte immagine: Josh Feiber via Unsplash)

rosso, un cerchio intorno, poi rosso su rosso
Elio Pagliarani

Aveva lasciato la festa prima che finisse. Era salito in macchina. Si era risparmiato il dovere sociale di stiracchiare qualche battuta in coda a un racconto affiorato per l’ennesima volta sulle labbra di un amico.

Fu felice di farlo, e ancora più felice di filare tra i viali deserti. L’oscurità affusolava gli angoli e sfumava il profilo dei palazzi. Qualche finestra illuminata, sebbene fosse notte fonda, testimoniava una vita che non era la sua, ancora più lontana e inaccessibile.

Ingranando la marcia, distante anni luce da telefonate e promesse, avvertì il vortice benigno di quella sospensione – gli arbusti, a lato della strada, risucchiati dalla macchina in corsa, piegarono il capo nella scia.

La stanchezza corteggiava le sue palpebre, con decisione superò il confine e lasciò la città. Nel viluppo dei tornanti, i fari pescavano nel buio lo scheletro degli steccati. Ci dovevano essere ulivi centenari, e case, altri terreni coltivati intorno, per tutto il tempo non ebbe altro appiglio se non la linea intermittente al centro della strada. Solo e schiacciato dalla lana scura del cielo, prese una scorciatoia verso casa.

Superò una curva – una lucina rossa, all’orizzonte, bucò l’oscurità. La raggiunse. Fermò la macchina. Si sporse sul volante guardando all’insù.

Non ricordava quel semaforo. Nè aveva visto negli ultimi tempi degli operai chinarsi sull’asfalto per assecondare l’esattezza delle strisce segnaletiche all’incrocio. Senza alternative, si adeguò a quella novità.

In folle, sfilò i piedi dai pedali. Fissò un punto nel nero assoluto. Domani l’avrebbe chiamata. Sarebbero usciti a cena. Il ricordo delle sue gambe, della voglia sull’incavo del collo – una rosa brutta e slabbrata – lo trattennero lontano un’infinità. Quando tornò a sé, il semaforo screziava ancora di rosso la vernice metallizzata della macchina.

L’incrocio era deserto – accese la radio. Trovò una delle sue canzoni preferite, e su quella marcetta, soldato per soldato, passò in rivista e assegnò i gradi a un esercito di impegni che andava schierandosi alle porte del prossimo mattino. Alzò lo sguardo, il semaforo non accennava a cambiare colore.

Affondò l’acceleratore, lasciò il motore su di giri, il verde non scattò. Tutto ciò che ottenne fu quella volpe.

In mezzo alla corsia, infiammata dalla luce dei fari, una volpe lo fissava. Uno sguardo muto, ottuso, ostinato, uno sguardo lungo come una domanda senza fine – spazientito, con un vago senza di colpa, schiacciò il clacson. La volpe portò via la coda dorata e si tuffò nel nero al margine della strada.

Considerò allora la possibilità di passare con il rosso. Accantonò subito l’idea. Non era suo costume disattendere le leggi.

Sperando che il verde risolvesse quella situazione, abbassò l’aletta parasole. Da una tasca di plastica estrasse una foto di suo padre. La custodiva lì da quando era venuto a mancare. Accese la luce nell’abitacolo, osservò la foto, poi controllò allo specchietto. Più passava il tempo, più somigliava a suo padre.

Ricordò qualcosa che lo fece sorridere. Passò il pollice sul viso del padre. Posò la foto. Spense la luce. Suo padre, in circostanze simili, sarebbe già passato da un pezzo. A quest’ora dormirebbe nel suo letto, pensò, mentre il rosso, superando il suo cerchio, si era sparso per aria con un piccolo alone.

Stanco anche della musica, spense la radio. Guardò ancora fuori dai finestrini e più in là. Era l’unico essere vivente fin dove i fari schiarivano la notte.

Tornò ad affondare l’acceleratore. Ingranò la prima. Come a sfidare qualcosa che respirava nell’oscurità, tenne il motore su di giri. Aveva perso il senso del tempo, era passata più di un’ora aspettando invano, correva il serio pericolo di restare lì la notte intera.

Era tutto così nero e placido e disteso. Del resto, si chiese lanciando la macchina a tutta velocità, e infilando la strada oltre la striscia bianca sull’asfalto, cosa sarebbe mai potuto accadere se lì, sperduto nel nulla, senza testimone alcuno, avesse commesso la più insignificante delle infrazioni, passare con il semaforo rosso in un incrocio deserto?

La mattina successiva, a letto, ripiegato in posizione fetale e con la mano sotto il cuscino, sentì il rumore di un aereo squarciare il cielo, e si svegliò. Subito dopo dei militari bussarono alla sua porta.

Giuseppe Zucco (1981) lavora alla Rai. Ha esordito con un racconto nell’antologia L’età della febbre (minimum fax, 2015) e ha pubblicato una raccolta di racconti, Tutti bambini (Egg Edizioni, 2016). Il cuore è un cane senza nome (minimum fax, 2017) è il suo primo romanzo.
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