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La terza via dei musulmani di Brescia

A-FOTOGRAFICO-10_672-458_resizeQuesto reportage è uscito sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l’autore e la testata. (Foto di Michela Taeggi – fonte immagine)

Brescia. Le tre sorelle arrivano a braccetto. Una piccola legione compatta e sorridente. L’appuntamento è davanti all’entrata dell’università, ora di punta. Sms: «Come vi riconosco?». Messaggino di risposta: «Portiamo il velo». In verità solo Asmaa e Hasna Bouchnafa, gemelle ventiquattrenni e studentesse di ingegneria, lo indossano. Dounia, appena maggiorenne, ha lunghi e vaporosi capelli castani. Ci sediamo in un’aula deserta. Chiacchieriamo un bel po’ prima di arrivare al punto: «È cambiato qualcosa al tempo dell’attentato al Bardo, le decapitazioni in streaming e i morti a Parigi?». Quel giorno un collega di Hasna, che per mantenersi agli studi fa turni di otto ore in una fabbrica di componentistica per auto, è andato da lei a brutto muso: «Voi avete ammazzato sei persone!». La ragazza non se l’aspettava. Ha balbettato qualcosa, si è addirittura scusata prima di riaversi e dire che no, le dispiaceva moltissimo per le vittime, ma lei non aveva ammazzato proprio nessuno. Intanto in classe di Dounia, che frequenta un istituto professionale per la finanza, una solerte prof aveva fatto irruzione in classe per chiedere a tutti di pronunciare l’ultima versione del giuramento di fedeltà all’occidente: «Ma io non l’ho fatto. Condanno gli assassini, ma non sono Charlie. Per il semplice fatto che quella rivista mi ha offesa, in quanto musulmana. E ho il diritto di poterlo dire». Né con l’Is, né con gli spernacchiatori del Profeta. Questa, provando a riassumere conversazioni con persone diversissime tra loro che solo l’elementare retorica leghista mette in caricatura come un pericoloso monolite, è la terza via bresciana. Doppiamente interessante perché è espressione di un posto dove gli immigrati sono molti, quasi tre volte la media nazionale (il 22 per cento dei residenti), e molto integrati, perché questi lombardi ruvidi ma pragmatici tendono a misurare gli uomini con il metro laicissimo della voeuja de laurà. Almeno fino a oggi.
A complicare il quadro, giorni dopo la mia visita la polizia ha arrestato ed espulso Ahmed Riaz, un trentenne pakistano con frequentazioni jihadiste su internet. E una settimana dopo la procura locale ha smantellato una cellula terrorista composta da due albanesi e un piemontese.

Fin qui tutto bene ripete, a ogni piano che supera, l’uomo che precipita dal grattacielo nel film di Kassovitz sull’odio nelle banlieues. Perché l’importante non è la caduta, ma l’atterraggio. È un’associazione di idee facile davanti a questo cilindro di sedici piani di cemento armato in cui otto campanelli su dieci sono di nomi arabi, africani, indiani. Il quartiere di San Polino è un satellite recente della città, dove gli italiani sono l’intruso del vecchio gioco enigmistico. Akram scende a prendermi in ciabatte. Ha finito di lavorare alle sei, l’ho chiamato alle sette e nonostante fosse ora di cena mi ha detto di andare a casa sua, che avrebbe preparato del tè. Nato in marocco ventidue anni fa, ha i capelli corti nerissimi come gli occhi e un bel viso. È arrivato qui dieci anni fa, ha fatto medie e superiori prima di approdare nell’azienda metalmeccanica per cui fa rettifiche e controlli qualità. Su sette dipendenti quattro immigrati, al punto che il titolare ha imparato un po’ di arabo con cui azzarda battute non sempre divertenti. Il fatidico 7 gennaio un collega sbotta: «Bombardiamoli tutti». Parla dell’Is, verosimilmente, ma Akram gli fa notare che non è gente che vive nel deserto e morirebbero tanti, troppi civili. Segue escalation verbale. A raccontarlo il ragazzo diventa ancora paonazzo: «Quelli che hanno ucciso non mi rappresentano, mi fanno schifo e se vengono sono pronto a combatterli. Io sono cresciuto qui, questa è la mia terra e in Marocco ci vado solo per vacanza. Ma sono, siamo stufi di giustificarci». All’indomani degli attentati parigini, ricorda, su Facebook era la sagra dell’islamofobia: «Il commento più gentile che ho trovato era “muori musulmano”». In quei giorni le varie comunità islamiche di Brescia hanno organizzato una manifestazione per una condanna pubblica. Akram voleva organizzarne un’altra per rivendicare la distinzione cui hanno già accennato le sorelle Bouchnafa: «Noi non siamo Charlie Hebdo». Articola: «Perché se offendono gli ebrei scatta l’accusa di antisemitismo e se lo fanno con noi va bene?». Il tema del doppio binario tornerà spesso. Un’altra parola che ritorna nell’arringa di Akram è «rispetto», termine-spia di una frustrazione al livello di guardia. Dunque: «Prima di giudicarci studiate il vero Islam, che non ha niente a che fare con il terrorismo».

Lasciamo il salotto di Akram, suo padre che ci guarda senza spiccicare parola, sua madre e il fratello che si sono rifugiati in un’altra stanza, il tavolo con la tovaglia di plastica e la tv accesa sul tg locale per spostarci quasi 40 chilometri a nord-est, verso il lago di Garda. Vobarno, 8000 anime che un tempo erano molte di più e lavoravano tutte per le defunte acciaierie Falck e dove ora un abitante su cinque è straniero. «Era un modello di convivenza» mi spiega il giorno prima Driss Enniya, responsabile per l’immigrazione della Cgil bresciana, «dove il rinnovo del permesso di soggiorno potevi richiederlo in Comune e andarlo comodamente a ritirare in Questura, in una collaborazione che ha fatto scuola. Poi al municipio è arrivata la Lega…». Che il 19 gennaio, due settimane dopo Parigi, ha ottenuto una delibera dalla giunta comunale nella cui premessa brillano alcuni topoi della xenofobia nostrana: «Considerato che stiamo subendo un’invasione incontrollata di stranieri», «Appurato che in passato qui si sono verificati episodi drammatici che hanno destato grande allarme sociale» (Anas El Abboubi, un ragazzo di qui, è andato a combattere in Siria), «Che è cronaca ormai quotidiana di atti di terrorismo a danno di cittadini Occidentali e della nostra civiltà, che hanno le proprie basi nel cristianesimo», per tutti questi motivi la giunta dispone controlli straordinari per «accertare eventuali situazioni di alloggi sovraffollati e soprattutto verificarne l’eventuale presenza di persone stranieri irregolari». La caccia al clandestino è aperta. Sebbene il reato sia un figlio perverso della legge Bossi-Fini, per cui basta perder il lavoro per diventarlo, sia stato stigmatizzato dall’Unione europea e teoricamente cancellato dal governo Renzi, l’amministrazione del paesino della Valle Sabbia non se ne dà per inteso. Giuseppe Ferrari, il consigliere leghista che li ha ispirati, nega che si tratti di rastrellamenti soft ma rivendica: «L’integrazione? Avviene solo tra chi ha stessa religione. Il Corano dice: combattete sino a quando tutti non si convertono. Basta coi politici imbelli!».

Per la comunità musulmana lo sgancio di una bomba sulla moschea, nei locali che una volta erano il dopolavoro dei dipendenti Falck, avrebbe fatto meno impressione. «Il clima è cambiato» ammette Seneg Dongo, un senegalese che lavora da una vita in una fonderia di alluminio, «e succede che vecchi amici distolgano lo sguardo imbarazzati quando passo. È assurdo». Sua moglie Sek Fantà racconta di essere preoccupata quando suo figlio, dieci anni, esce da solo: «Sono sempre stata tranquilla, oggi non più». Delle avvisaglie di intolleranza c’erano state. Spiega: «L’estate scorsa è tornato dal Grest triste e mi ha spiegato che l’avevano preso in giro». La notizia però è la destinazione più che la tristezza. Il Grest è il campo estivo organizzato dalla parrocchia. Chiedo conferma e mi guardano strano. «Certo, che problema c’è?» interviene Kautar Lukili, un’adolescente marocchina velata, «anch’io ci sono andata tante volte. Quando andavamo in chiesa io non pregavo, ovvio, ma per il resto facevo tutto uguale. Ma sa quante sinagoghe ci sono a Fez? Non ci sono mai stati problemi, sino a quando il terrorismo ha intossicato il discorso e certi politici, come qui, hanno deciso di specularci». Augustin Faye, il giornalista senegalese che mi ha aiutato a radunare queste persone nella sede della Cgil è cattolico. Lo scontro di civiltà è nell’occhio di chi guarda. Ognuno ha un aneddoto da aggiungere, incluso Mohammed, in Italia da 25 anni e ormai cittadino come tanti di quelli qui: «Alleno una squadretta giovanile, mi affidano la cosa più preziosa, i loro figli e ora mi toccherà dire a mia moglie di non aprire la porta a nessuno, per evitare spiacevoli situazioni? Così si torna indietro, e di parecchio».

Questa cosa delle mogli, angeli coatti del focolare, è un altro tema. Erika Ruggieri, appassionata insegnante di italiano per stranieri, mi racconta di come una sua classe a Pompiano, nella cintura bresciana, sia filata liscia sino al giorno in cui si è presenta un afgano che voleva partecipare. «Prima si sono lamentate con me, poi con il Comune, e alla fine non si sono presentate più. Mi è toccato dire al ragazzo di trovarsi un altro corso. I loro mariti, dicevano, non sopportavano quella presenza maschile». Con tutto il multiculturalismo possibile, è dura da buttar giù. Anche Luciana Schivardi insegna. La incontro in un bar di San Faustino, il centrale quartiere che negli anni ‘60 ha ospitato i meridionali, poi ha conosciuto un lento degrado e poi è rinato grazie alla gentrificazione etnica. Macellerie halal, fruttivendoli bangla, parrucchieri egiziani che stracciano anche i cinesi (5 euro il taglio). Uno dei pochi negozi italiani rimasti vende sveglie cantonesi e cellulari di marche ignote, con i prezzi scritti con la grafia tremolante dei vecchi. È la prof che parla: «Le mie sono classi miste, non è mai successo niente del genere. L’unica lamentela recente è quella di una mia studentessa che era stata aggredita verbalmente da un italiano sull’autobus che le ha gridato: “Perché ti vesti così?”». «Perché mi piace» ha replicato, ma poi l’adrenalina è scesa e in classe piangeva.

Uno dice Brescia e, pavlovianamente, evoca tondini di ferro, siderurgia, la sporca ma solida old economy che non va più di moda. Dei 32 mila lavoratori direttamente occupati nell’industria, stimava l’Associazione fonderie italiane, il 40-50 per cento è extracomunitario. Nell’indotto, che dà da mangiare ad altre 12 mila persone, l’affollamento aumenta. La Service Metal di Molinetto di Mazzano non fa eccezione: 26 su 65. Ci torno dopo quattro anni dalla prima visita, quando il problema più pressante era (ed è ancora) coprire il turno notturno del venerdì che per gli autoctoni collide con la discoteca. Il ghanese Anthony Prudence oggi è uno dei due responsabili di produzione (guadagna oltre 2000 euro) e l’amministratore delegato Franco Marelli ne parla con inalterato orgoglio: «Ce ne vorrebbero tanti come lui». La crisi ha morso forte anche in queste vallate operose. «Siamo passati dal 3,5 per cento di disoccupazione del 2008» commenta amaro il segretario della camera del lavoro Damiano Galletti, «al 9,1 attuale. È il record negativo dal dopoguerra!». Assorbito meno peggio che altrove grazie al sacrificio degli immigrati, soprattuto quelli nelle cooperative, interinali, precarissimi, i primi a saltare. Qui alla Service Metal gli operai africani, a forza di mettere da parte, pagano gli studi negli Stati uniti ai figli. Nei paesini qui intorno dove vivono sono integratissimi. Quasi tutti cristiani. Chiedo a Marelli, un manager colto e liberale, se sia un caso che ci siano così pochi musulmani: «Non ho niente contro ma, statisticamente, mi hanno dato più problemi. Detto questo, l’unico invasato islamico che ho conosciuto è il figlio italianissimo di miei vicini, che a un certo punto è sparito in Pakistan».

Torniamo dalle sorelle Bouchnafa, nel campus di ingegneria. Se chiedi loro quando sono arrivate qui da Casablanca non si accontentano dell’anno ma scandiscono «23 febbraio 2006». Il prima e il dopo nel loro calendario esistenziale. Papà muratore, mamma casalinga. Tornano sull’Is: «Gli assassini non hanno niente a che fare con l’islam, che insegna che “potente è chi controlla la rabbia”. Capita poi che tra un miliardo e mezzo di pacifici qualche matto non tenga a bada l’ira. Di questi i musulmani sono le prime vittime. Però i media parlano tanto, giustamente, dei dodici morti di Parigi ma pochissimo delle migliaia di morti in Iraq, Siria, Palestina». Difficile smentirla. Racconto delle loro correligionarie che hanno smesso di imparare l’italiano per una presenza maschile. «Non lo dice il Profeta. Dipende dalle tradizioni. E noi, se è per quello, non ci facciamo grossi problemi neppure per il ginecologo maschio, se all’ospedale ci capita» spiega Hasna. Non so se in certo Sud italico direbbero lo stesso. Il velo è la loro protezione: «Ci serve per mandare un messaggio agli uomini e per ricordarci di comportarci bene». Però Dounia non lo indossa. Spiega: «È una responsabilità. Se lo porti devi essere molto forte, sicura di non fare cose di cui poi potresti pentirti e che proiettino un giudizio negativo sulla tua religione». Forse è semplicemente perché quando è arrivata qui aveva nove anni e ha assorbito ancora più italianità, qualsiasi cosa voglia dire, delle sorelle. Quanto a fidanzati? Hasna ne ha uno marocchino, un ingegnere due anni più grande che lavora a Torino. Si sposeranno quest’estate perché sin qui si sono frequentati «in modo rispettoso. L’amore verrà dopo». Dounia dissente: «Questo non significa che le persone non possano amarsi prima del matrimonio. O che non ci possa lasciare. L’importante è rispettarsi». Mi sembra di capire la famiglia abbia due mozioni sul punto ed è bello che si vogliano così bene, nonostante. Sposerebbero un italiano? Hasna, con Asma che assente: «Nessuno ci obbliga a niente. E l’Italia è il paese cui vogliamo bene perché ci ha dato una vita migliore. Per il matrimonio però un musulmano ha una sensibilità più simile». Dounia puntualizza: «Non dipende dalla nazionalità, ma dalla religione. Se un italiano mi ama, allora si può convertire». L’ipotesi inversa non è presa in considerazione. Quando arriveremo alla piena reciprocità sarà un ulteriore passo avanti.

Riccardo Staglianò è nato a Viareggio nel 1968 ed è giornalista de la Repubblica. Ha iniziato la sua carriera come corrispondente da New York per il mensile Reset, ha poi lavorato al Corriere della Sera e oggi scrive inchieste e reportage dall’Italia e dall’estero per il Venerdì. Per dieci anni ha insegnato nuovi media alla Terza università di Roma. Nel 2001 ha vinto il Premio Ischia di Giornalismo, sezione giovani. Nell’ottobre 2011 ha portato in Italia (Reggio Emilia) le Ted Conference, format americano nel quale le migliori intelligenze internazionali sono invitate a tenere discorsi della durata di 18 minuti sui temi più diversi. È autore di vari libri, tra cui: Bill Gates. Una biografia non autorizzata (Feltrinelli, 2000), Cattive azioni. Come analisti e banche d’affari hanno creato e fatto sparire il tesoro della new economy (Editori Riuniti, 2002) e L’impero dei falsi (Laterza, 2006) sul traffico di merci contraffatte dalla Cina all’Europa. Per Chiarelettere ha pubblicato con Raffaele Oriani I cinesi non muoiono mai (2008), Miss Little China, che accompagna l’omonimo documentario di Riccardo Cremona e Vincenzo de Cecco (2009), Grazie (2010). I suoi libri più recenti sono: Toglietevelo dalla testa(Chiarelettere 2012), un’inchiesta sul potere e gli interessi delle lobby dei produttori di cellulari, e sul rapporto tra uso del telefonino e tumori alla testa; Occupy Wall Street, il reportage dentro la protesta (Chiarelettere, 2012). Su Twitter è @rsta.
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