ricci

La tomba dell’amore? – Intervista a Luca Ricci sugli Autunnali

ricci

Raccontisti che si fanno romanzieri. Fino a qualche anno fa due dei nomi che uscivano con più frequenza come migliori raccontisti italiani erano quello di Paolo Cognetti e il tuo. Poi Paolo ha vinto lo Strega, sì, ma con un romanzo. Adesso anche tu sei uscito con un romanzo. Esiste una forza che spinge i raccontisti a diventare romanzieri? C’entra col pregiudizio dell’editoria italiana rispetto alla forma breve? short-story1

Il racconto è la sezione aurea delle storie, funziona davvero solo se è perfetto;  il romanzo è un contenitore in grado di accogliere le cose più disperate, ha una forma slabbrata e flessibile. La mia sperimentazione come romanziere è stata precisamente quella di voler scrivere un romanzo come un racconto. Con la stessa verticalità e, cosa ben più grave, non volendo rinunciare alla volontà di perfezione che anima lo scrittore di racconti. Cosa ne è venuto fuori lo diranno i lettori, ma di sicuro non si tratta di un’abiura rispetto al mio percorso. Casomai è una celebrazione del racconto sotto mentite spoglie.

Ha girato molto un tweet in cui ti dicevi impegnato a difendere Gli Autunnali dall’accusa di essere un libro misogino. Lo è?

È imbarazzante anche solo doversi difendere da questa accusa. Non si dovrebbe mai, per nessuna ragione, confondere il punto di vista di un libro dal suo senso complessivo. Naturalmente ne Gli autunnali lo sguardo maschile è protagonista ma non per questo c’è un atteggiamento di repulsione o disprezzo per le donne, anzi semmai tutto il contrario. Nel libro la donna è cantata, e non uso un verbo a caso. È cantata come avviene in poesia, e la sua presenza (o assenza) è il motore di tutte le azioni degli uomini. Quando il protagonista guarda impietosamente il suo matrimonio non lo fa a discapito della moglie, anzi prova a muoversi per astrazioni, chiamando in gioco l’istanza generale dei coniugi: non è un tentativo di assoluzione, bensì un rimarcare che le colpe in un matrimonio appartengono sempre a entrambi. Sono tempi cupi in cui la letteratura spesso è letta con lenti deformanti, ma sono lieto che tra i primi estimatori del romanzo ci siano state, tra le altre, scrittrici come Nadia Terranova, Maria Grazia Calandrone, Teresa Ciabatti, Valeria Parrella.



Sicuramente è un libro molto novecentesco: sembra quasi di tornare alle atmosfere dei nostri grandi romanzieri borghesi – anche il titolo va in questa direzione – ma anche di un certo cinema, il tutto con un minimalismo che è il tuo.

Si scrive quasi sovrappensiero cercando di dimenticare tutto quello che si sa come lettori eppure siamo sempre, magari perfino nostro malgrado, dei continuatori. Cesare Garboli dice de L’odore del sangue, romanzo postumo di Goffredo Parise, che una certa figura d’intellettuale borghese che ingaggia con la vita una partita mentale è quasi un paradigma del nostro novecento. Oltre a Parise, il rimando più diretto è alla Noia di Moravia (senza però la pesantezza lessicale del suo tecnicismo psicologico) e a certi racconti terribili di spaccato artistico-romano di Leda Muccini. La letteratura è una specie di reincarnazione perenne, attraverso i secoli. E questo è anche uno dei temi principali de Gli autunnali, dove una donna sembra reincarnarsi in un’altra donna. Fare libri che sono anche prodotti (e non il contrario: fare prodotti che sono anche libri): questa resta una delle auto-gratificazioni più belle della mia vita di scrittore.

Il protagonista degli Autunnali si innamora di una fotografia. Siamo di fronte a una dimensione ossessiva?hebuterne

Sì, il protagonista s’innamora attraverso una fotografia di Jeanne Hébuterne, la compagna di Modigliani, cioè si innamora non solo di una donna morta, fuori dal tempo, ma anche e soprattutto di un ideale d’amore assoluto, totalizzante. È iniziato come un omaggio a Maupassant e all’ossessione amorosa. In realtà mano a mano che procedevo mi sono reso conto che stavo scrivendo una storia molto contemporanea. Il protagonista s’innamora di una donna di cui ha solo una foto, una situazione non troppo diversa da una relazione che nasce su Instagram.

C’è anche una dimensione di pura estetica. Il libro comincia con una riflessione, essa pure giocosamente ossessiva, del protagonista sull’aspetto della moglie, e poi innamorarsi di una foto è un gesto che più da esteta non si può.

In realtà viviamo un’epoca traboccante di piccoli esteti, oggi più che mai siamo tutti abbacinati dalla superficie patinata di fotografie immateriali, immagini senza cornice dentro gallery virtuali, e siamo tutti quotidianamente molto impegnati a rappresentare noi stessi – cioè a veicolare un’immagine di noi – dentro i social network. L’estetica ha smesso di riguardare la letteratura da quando la cultura bestsellerista l’ha resa una categoria critica obsoleta: un libro da classifica deve funzionare, non essere bello. Ma ci resta questa estetica tascabile del nostro vivere quotidiano, questa estetica-blue jeans.

Dopo i racconti dei Difetti fondamentali, tutti dedicati a scrittori, ecco un romanzo con protagonista uno scrittore, che però ha smesso di scrivere. Martin Amis scriveva, nell’Informazione, che è inevitabile che si sia arrivati a romanzi sugli scrittori, quasi fosse un processo naturale di sviluppo dei possibili protagonisti di un’opera…

In questa risposta prende il sopravvento l’ormai vecchio artigiano della scrittura che è in me. Credo onestamente che gli scrittori siano dei tipi perfetti per un romanzo. Hanno una vita abbastanza misteriosa, sono noti ma non fino al punto che questa notorietà possa cambiare il loro quotidiano, perciò conducono vite allo stesso tempo ordinarie e straordinarie. Se non pensi che attraverso di loro tu possa e addirittura debba veicolare chissà quale verità assoluta, garantiscono uno straordinario ventaglio di possibilità narrative.


Mi piace Gittani, l’amico del protagonista, anche se è un po’ uno stronzo.

Alberto Gittani è il fido compagno di passeggiate del nostro protagonista senza nome (non dare il nome al protagonista: un lusso da scrittore di racconti), e serve a un miliardo di cose, la più evidente delle quali è la funzione di contrappeso. È stato definito anche una spalla comica, e in effetti spesso con le sue osservazioni pratiche (ma a volte sono ciniche, da cui la presunta stronzaggine) stempera e bilancia il registro drammatico in primo piano. Tiene il protagonista (e il lettore) ancorato alla realtà (a ciò che comunemente viene inteso per realtà) e offre una sponda dialettica per continuare a filosofeggiare – cioè spesso sparlare – d’amore: c’è in tutto il romanzo questa volontà di fare il punto sull’amore, un punto mobile, di per sé folle e allucinato, proseguire incessantemente a tirare le fila, cercare un approdo impossibile, la legge definitiva sull’amore.

La città per cui girano è Roma. Si dice che, almeno nel cinema, i non romani sarebbero i più bravi a inquadrarla: Pasolini, Fellini… Pure Moretti, che è romanissimo, è comunque nato, ancorché per caso, a Brunico (BZ)… Vale anche per i romanzieri?SILVIA AVANTI

Negli Autunnali c’è una Roma arcinota e da cartolina, ovvero una Roma inconsueta. Sembra un paradosso, ma in realtà le narrazioni della capitale negli ultimi anni – anche a causa delle serie tv –  hanno raccontato le borgate e le loro storie di malavita. Nel mio romanzo invece c’è l’aspetto potenzialmente delinquenziale delle persone perbene, c’è l’anima nera dei quartieri abbienti (compare un’evocazione abbastanza ironica della periferia nella comunità dei pittori bengalesi di Torpignattara). Se mai giungessimo a una trasposizione cinematografica del romanzo vorrei che fosse una chiave da tenere presente, mi piacerebbe un film capace di raccontare l’ossessione amorosa come Stefano Sollima in questi anni ha raccontato la banda della Magliana o Gomorra.

Alle corte, Ricci: il matrimonio è la tomba dell’amore?

Sono quasi vent’anni che scrivo di coppie e d’amore. Ne scrivo in modo abbastanza spietato, cercando sempre analisi lucide, non c’è più lo psicologismo novecentesco ma una dissezione per paradosso priva di sentimento. Non ho mai cercato l’happy end, ecco. Eppure mi sono reso conto che non si è mai lasciato nessuno nei miei libri. Mi sembra un bel paradosso, no? Nei miei libri per salvare il matrimonio va bene qualsiasi mezzo, lecito o illecito. Il protagonista de Gli autunnali ricomincia a provare un desiderio proprio grazie all’ossessione per la foto di Jeanne Hébuterne. Forse quel che davvero mi preme dire  è che i nostri legami sono importanti, che non bisogna prenderli alla leggera, che costituiscono la trama delle nostre vite. Sono ipotesi. Sapessi rispondere esattamente alla tua domanda, probabilmente smetterei di scrivere.

Una volta si sarebbe parlato di “crisi di mezza età”. Oggi forse fa un po’ strano, dato che a quaranta e più anni si è considerati ancora “ragazzi” (ma non troppo tempo dopo si è comunque vecchi).

Detesto il modello sociale del vecchio che non invecchia. A un certo punto del romanzo si dice: “Il tempo passa, ed è tutto qui il nostro tormento”. Il tempo è uno dei grandi misteri della nostra vita, e sono proprio le stagioni uno degli stratagemmi che la natura ha inventato per cercare di intrappolarlo e, direi, perfino di darne una rappresentazione visiva, fisica. Senza l’avvicendarsi delle stagioni avremmo a che fare come un elemento impalpabile, incolore e inodore, un’astrazione che però continua a ucciderci implacabile, uno alla volta.

Non è forse Gli Autunnali un romanzo sulla definizione del sé attraverso gli altri, più che un romanzo d’amore?  IMG_4111

Non so se esista l’amore, di sicuro esiste l’ossessione amorosa: una bella differenza. La prima è un vero incontro con un altro rispetto a sé, la seconda è invece soltanto una febbre narcisistica, un cieco amare l’amore. Ogni immagine, più che restituire un soggetto, ha una funzione diabolicamente riflettente, è una superficie molto simile a uno specchio. In ogni immagine più che l’altro vedo ancora una volta me stesso, i miei desideri, il mio stato d’animo,  i miei gusti. È un inganno che c’è sempre stato, almeno da quando l’uomo ha cominciato a rappresentare se stesso, a dare cioè un simulacro di sé. Nel romanzo di Maupassant Forte come la morte un pittore s’innamora di una ragazzina perché la trova identica al ritratto fatto a una sua amante parecchi anni prima.

Vanni Santoni (1978), dopo l’esordio con Personaggi precari (RGB 2007, poi Voland 2013), ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), Terra ignota e Terra ignota 2 (Mondadori 2013 e 2014), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, dozzina Premio Strega). È fondatore del progetto SIC – Scrittura Industriale Collettiva (In territorio nemico, minimum fax 2013); per minimum fax ha pubblicato anche un racconto nell’antologia L’età della febbre (2015). Dal 2013 dirige la narrativa di Tunué. Scrive sulle pagine culturali del Corriere della Sera e sul Corriere Fiorentino.
Aggiungi un commento