La trasgressione al potere. L’Ultra-Camp

di Fabio Cleto

Nell’ultimo decennio la produzione culturale è state segnata da un fenomeno trasversale ai mezzi: l’indie degli anni ’90, inseguito con affanno da chi voleva un’alternativa alle proposte culturali dominanti, è diventato mainstream, alla portata di tutti. Un punto su cui varrebbe la pena di riflettere, perché se la “retroguardia” smette di subire le incursioni dell’avanguardia e le metabolizza, allora forse bisogna cominciare a usare strumenti diversi e avere un approccio diverso, anche nei confronti delle produzioni di massa. Al mondo “Camp”, come ci racconta Fabio Cleto (Link Mono, Ripartire da Zero), è successo qualcosa del genere. Dopo decenni di sordina, di subcultura, si erge ora trionfante al centro della cultura di massa. Nelle pagine dei giornali, nei programmi di prima serata, nei locali di tendenza, e persino in parlamento, da sovversiva carica di liberazione (sessuale) diventa la conferma esausta dello status quo. E sembra dirci che tutti siamo rinchiusi tra (enormi) virgolette.

Osserva. Le vedi. Non puoi non vederle. Ovunque, nella sala degli specchi dell’Italia anni Zero: strane creature, falene immerse nella luce spettrale di schermi e monitor. Sportivi fotomodelli e fotomodelli papponi. Teleimbonitrici vittime della credulità popolare. Sociopatici modelli di ruolo. Cantanti che fanno i presentatori. Uomini di spettacolo che fanno i predicatori. Sacerdoti che fanno spettacolo. Talk show trasformati in case di ringhiera. Bulli e pupe trasformati in ministri della repubblica. Ministri che si sognano poeti, comici che si sognano scrittori, scrittori che si sognano guerrieri, intellettuali vestiti da soubrette. Femmine fatte di polimeri sintetici, drag queen che fanno le opinioniste, opinionisti che fanno i giornalisti, giornalisti che fanno i politici, politici che rifanno la deontologia del giornalismo. Travestiti in Parlamento, il Parlamento a travestiti.
Figure del transito e del trasformismo per anni di transito e trasformazione, come no. Emblemi di una mobilità identitaria di dubbia legittimazione che attraversa soggetti, ruoli e sfere di azione, dalla cultura alla politica, dall’intrattenimento all’informazione. Ma il decennio che la sfera mediale ci restituisce non si interpreta solo come uno sconfinamento – quello del travestitismo – da pratica clandestina a cifra di un’epoca. Gli anni Zero italiani sono uno sconfinato freak show, un teatro dell’errore, un mondo alla rovescia che ridisegna i campi del plausibile, e vi colloca come centro la logica dello Spettacolo Totale. Pettegolezzo, scandali, rivelazioni scabrose, priapismi ostentati e compulsiva esibizione di sé: il collasso dei confini fra pubblico e privato anima lo spettro della visibilità, la prigione in cui è imperativo conquistare uno spazio, ironica condizione di partecipazione alla vita collettiva. Uno scenario che pare colare da immaginazioni allucinate – la Hollywood Babylon di Kenneth Anger, la Duluth di Gore Vidal, il delirio mammario di Russ Meyer o l’isteria del primo Almodóvar (per pensare la realtà, lo ha insegnato l’11 settembre, bisogna rifarsi alle finzioni più efferate). Uno scenario che elegge il surreale a chiave per domare la propria follia, per rendersi intelligibile. La sua modalità, l’ironia.

Ambiguità di casa
La Costituzione va riformata, lo dicono tutti. Ma una nuova Costituzione forse esiste già, in forma eterea, satellitare o via cavo. Il suo testo fondativo, la sua Magna Charta (peraltro ancora in uso, comoda nei beauty salon, per chi non disdegna il rituale vintage della lettura – ma con le foto, ché ci si stanca), è Novella 2000, archetipo del magazine per tutti, in cui si trova di tutto: l’intero arco costituzionale e umano. Eccoli. Sono gli eroi della nuova cittadinanza che l’Italia anni Zero ha conferito alle eccentricità, agli errori, all’ironico scarto umano. Platinette, certo, che interpreta con leggerezza il ruolo di provocatrice a gettone. Arisa, già di suo così anni Trenta, che a Sanremo 2010 si esibisce con un gruppo di coriste che neanche Liza Minnelli nella Berlino di Cabaret. Morgan, musicista-dandy noto per le acconciature da strega prodotte a X Factor – glamour ottuagenario – e per un buffo rapporto con le sostanze psicotrope. Le protagoniste di La pupa e il secchione, reincarnazioni all’amatriciana della svampita d’antan, a loro modo pure senz’altro dei travestiti. Donne travestite da femmine. Parodie del femminile (volontarie o inconsapevoli, tutto da determinare). Lo è del resto anche una Sylvie Lubamba, la fatalona del savant Chiambretti, che con la bizzarra compagnia di giro di Markette e Chiambretti Night ha prodotto forse gli unici varietà propriamente contemporanei. Varietà d’avanguardia questi, e magazine d’avanguardia Dagospia (con la rubrica Cafonal in testa): l’unica avanguardia possibile, fianco a fianco ironico con la retroguardia della specie. Ciao, Darwin.
I fantasmi mediali degli Anni Zero non fanno paura. Ammiccano e rassicurano: anche quando mettono in scena il transito, lo strano, il monstrum. Anche l’ambiguità sessuale è di casa, nella casa televisiva – sì, paradossalmente, in un paese che non riconosce i diritti civili alla diversità. Ne è un esempio Jonathan Kashanian, giovane stilista un po’ così, approdato a Markette (per l’appunto) dopo aver vinto l’edizione 2004 del Grande fratello, regina fra le velate che popolano lo spettacolo della realtà. In Amici, in varietà o talk show, velato o aperto, l’omosessuale è accolto, certo: ma che sappia ballare e danzare, che sia ben vestito e insegni il bon ton. Che non si prenda troppo sul serio. Che accetti il ruolo esornativo (così, diciamolo, tipicamente femminile) cui è stato tradizionalmente relegato. Accolto in quanto bizzarria, scarto dalla norma che proprio in quanto tale non sfida la norma stessa.
Fantasmi del banale: non manifestano inquietudini. Del resto, non sono nemmeno una novità. Sono eredi delle Valeria Marini, Patty Pravo, Moira Orfei, Rettore, Sorelle Bandiera, Ornella Vanoni e Milva, Ivan Cattaneo, Renato Zero o Franca Valeri, tutti splendidi travestiti che tu, spettatore totale, ritrovi giustapposti nel palinsesto alle più recenti manifestazioni della stranezza italica. Che non mancano, nei casi più raffinati, di riconoscere la propria discendenza in forma di citazione – basti quella tricotica di Malika Ayane alla divina Giuni Russo, nell’ultimo Sanremo. Sono eredi di programmi come Styx, che a fine degli anni Settanta rimescolavano le carte dello spettacolo (colori spampanati e sperimentazioni osé) in una provocazione formale e tematica che suona ancor oggi (forse ancor più, oggi) incredibile. Sono la versione nazional-popolare di piccole icone come Lady Gaga, Katy Perry, Mika o gli Scissor Sisters, a loro volta esito di una tradizione che – attraverso Madonna, Kyle Minogue, Duran Duran e Spandau Ballet – conduce fino a Divine, ai Village People, a Sylvester, alle Rockettes, al Frank’n’Furter del Rocky Horror Picture Show, a Elton John, a David Bowie e tutto il glam anni Settanta, ma anche ad Anita Ekberg, a Marilyn Monroe, a Judy Garland, a Mae West, o alla regina del romanzo rosa, Barbara Cartland, donna seconda solo alla compianta Regina Madre per ardire vestimentario.

Tra virgolette
Queste piccole e grandi icone incarnano una categoria estetica dai confini quanto mai slabbrati: il camp. È camp Chiambretti, è camp Sensualità a corte (“Madre!”), lo è fino al midollo Roberto D’Agostino, così come lo sono Alessandro Fullin e Very (o Victor) Victoria. Sì, camp. Quella sensibilità ironica che nasce a fine Ottocento come cifrario diffuso nell’aristocrazia britannica, nel sottobosco delle identità sessuali eccentriche (come viver gai prima di poter essere gay) e nello spazio urbano del teatro, quello spazio cioè che ospitava il fantastico, l’illegale, il folle. Quella bizzarra forma estetica che trasforma il mondo in un teatro dell’innaturale, dell’artificio, dell’eccesso, puro spettacolo e performance smodata. Del virgolettato come unica modalità d’esistenza: non una donna, ma una “donna”, per rifarsi a Susan Sontag e al suo Note sul camp, il saggio del 1964 che lo rese celebre nella Londra e New York degli anni Sessanta – quella di icone camp quali Andy Warhol, Beatles, James Bond e Batman, per intenderci – quando il camp, fattosi pop, segnava cultura e costume, gallerie d’arte, giornali e scrittura, moda e pubblicità, cinema e musica come poco altro. Quella forma sfarzosa di travestitismo psichico che celebra – ancora, Sontag – le cose-che-sono-come-non-sono. Quella perversione segnica che sublima il kitsch, il fallimento delle intenzioni, trasformandolo in una forma di eccellenza estetica per meta-snob, per chi è in grado di apprezzare perversamente ciò che l’élite culturale disprezza. Il camp è uno stile sia di performance sia di percezione: può dunque essere volontario o meno, sublime o volgare (oppure ancora, sublime e volgare). Dev’essere – non fuori misura – davvero eccessivo. Deve entusiasmare e coinvolgere in una sfrenata, narcisistica adorazione di un idolo di cera, che inverte e spiazza le gerarchie culturali. Questo è camp: che si tratti di Oscar Wilde, dei film di Luchino Visconti, di Greta Garbo, o al contrario della gondoletta veneziana e della madonnina di strass – così straordinariamente kitsch da risultare, come dire, “bellissime”.
Il camp è insomma una logica paradossalmente elitaria, elusiva e inarrestabile, nel momento stesso in cui abbraccia la cultura di massa più triviale: aperta a chiunque sappia travestire il proprio sguardo, e contemporaneamente esclusiva. Snob e pop. Perché si investe nello scarto, in tutti i piani della categoria. Nel rifiuto umano ed estetico, è ovvio, transvalutato in sublime luogo di riconoscimento. Nel distinguersi camp dall’élite del buon gusto così come dalla massa, in un doppio movimento che afferma la superiorità insita nell’abbracciare il negletto. Nell’attraversare le distinzioni (alto/basso, originale/seriale, maschile/femminile eccetera) su cui si è fondato l’ordine culturale della modernità. Nella pratica sistemica dell’eccezione e dell’errore. Nell’accostare l’inconciliabile, colmare un divario per aprirne uno – cognitivo – ben più radicale. Ecco perché il camp, nel transitare dall’aristocrazia britannica alla cultura pop, non ha mai cessato di trasformarsi e di occupare nuovi spazi. La sua cifra è l’eterogeneità, la capacità (all’insegna dell’incredibile) di scartare i paletti delle distinzioni, di sovrapporre sfere culturali estranee – arte, musica pop e classica, cinema, architettura, lirica, televisione, letteratura, teatro, musical, moda – e ordini estetici altrettanto diversi: aristocrazia, piccola borghesia e sottocultura, le divine del cinema muto con il qui-e-ora nostalgico del mercatino delle pulci, il sublime estetico di Visconti con il trash di John Waters.

Un equilibrio ormai rotto
Lo scarto ironico, l’eterogeneità, la trasformazione. Ecco quanto indica nel camp la logica perversa che sembra governare il surreale scenario mediale, anni Zero in Italia. A metà fra Andy Warhol e Guy Debord. Tutto fa brodo, in tv: nulla si getta, nell’economia del consumo compulsivo e del riciclo che conferisce valore al quotidiano, al fallimento, alla celebrità istantanea e deperibile. L’ironia salva ogni cosa. La moltiplicazione di canali, supporti e tecnologie impone e consente il moltiplicarsi dell’offerta, in un’utopia del capitale, del dispendio, della spasmodica ricerca di un cono di luce. Produce gli schermi-specchi in cui si alimenta e gratifica l’immaginario collettivo.
Ascolta, spettatore totale. Da Andy Warhol alla reality tv il passo è breve, certo; lo scarto è però enorme. Il camp era un’esperienza condivisa da figure ai margini dell’ordine normativo, da chi poteva trovarvi sopravvivenza in un’ironica affermazione di sé, nell’inscenare un teatrino su cui, foss’anche per pochi e per poco, “campeggiare”. Il camp si fa pop negli anni Sessanta e Settanta, insinuandosi negli spazi aperti dalla liberazione sessuale, dall’istruzione di massa, dall’esplosione dei consumi, dalla democratizzazione dei rituali della celebrità. Interpreta il movimento, dissacra e sovverte (le istituzioni, la famiglia, le identità di genere, il serio, il giusto, il vero, il sacro), germogliando negli interstizi, nelle crepe della norma. Interpreterà il movimento anche negli anni Ottanta, incubatrice del presente e straordinario repertorio di scarti camp. Negli anni Zero, il sottile equilibrio fra norma e trasgressione, fra pop e snob – l’equilibrio che precede il crollo aprendo fessure liberatorie e scatenando la dialettica camp – si è rotto. È possibile, oggi, non subire il fascino dell’eccezione? Lo scarto è norma. L’ostensione di sé è marca del dominante. La retroguardia non subisce più le incursioni dell’avanguardia: la affianca con garbata ironia, e la spiazza. Perché nell’economia dello Spettacolo Totale l’ironia non produce scarto. Non apre distanze: le colma. Integra, unisce, abbraccia fino a soffocare.
Gli anni Zero, no, non portano a maturazione istanze sottoculturali del secondo Novecento: li portano a superfetazione. Non dettano inizi. In spregio alle leggi della matematica, gli Zero, come gli specchi, moltiplicano. Quel che è nuovo nell’Italia anni Zero non è lo spettro dell’errore: è la sua onnipresenza. Il numero di immagini che la rifrazione di schermi, supporti e canali ci rinvia. È la compresenza nell’eterno presente del consumo di tutte le posizioni possibili, di tutte le opzioni, che imprigiona nella sala degli specchi e irrigidisce in rictus. E proprio il presente, il tempo che più invoca il camp quale chiave interpretativa (tempo en travesti, prigioniero di sé, ubriaco di nostalgia e incapace di pensare il futuro), sembra sancire l’obsolescenza del camp. O una sua ulteriore, radicale trasformazione – chiamalo ultra-camp – in un territorio i cui confini, modalità ed esiti sono tutti da negoziare. In un territorio che potrebbe persino, perché no, riservare spazio a un camp nuovamente elitario. Un camp ancora capace di dividere e aggregare in modo sorprendente. Si modulerà forse in un’ironia impassibile, in una maschera impenetrabile, alla Greta Garbo, che oscuri gli schermi e abbassi le luci. Forse, lo si ritroverà in un pontefice radicalmente démodé, lontano da folle e populismi, capace di conferire sacralità persino a delle scarpette rosse. Un papa che sembri uscire da un copione di 007. Così perfidamente elegante, così inesorabilmente medioevale. Sublime.

Fabio Guarnaccia è direttore di Link. Idee per la tv. Ha pubblicato racconti su riviste, oltre a diversi saggi su tv, cinema e fumetto. Collabora con Studio. Il suo primo romanzo, Più leggero dell’aria (Transeuropa) è uscito nel 2010.
Commenti
2 Commenti a “La trasgressione al potere. L’Ultra-Camp”
  1. leonarda venuti scrive:

    PADRONI E SERVI DI FRONTE ALL’ ARTE, NELL’ ETERNA LOTTA TRA IL BENE E IL MALE.

    “…E allora mi chiedo anche se fa qualche differenza che questo Monsieur Nessuno, cittadino globalizzato di questa nuova Europa che di Europa non ha più nulla, mostri oggi in giro la sua esistenza e il suo angosciarsi su di essa urtando goffamente un trenta metri sul molo di Portofino, oppure aspirando intellettualmente uno spinello sdraiato sul pavimento di un centro sociale . Se fa qualche differenza l’entità dei suoi asset, che abbia mille miliardi o che aspetti la pensione della previdenza pubblica. Nel primo caso comprerà opere di arte contemporanea, nel secondo andrà a vederle (forse) in qualche museo, magari con lo sconto per comitive. In entrambi i casi sarà costretto a credere che se stesso e l’opera d’arte valgano qualcosa. Il reale è hegelianamente il razionale: l’opera d’arte contemporanea è appropriata, adeguata, al suo contemporaneo fruitore…”
    ( Da “L’errore al bivio. Monsieur Nessuno e l’arte di regime” di Filippo Matteucci )

    “Di uomini ricchi ve ne sono oggi, ma è frequente che essi debbano le loro fortune direttamente o indirettamente all’apparato statuale. Per cui sono spesso più dipendenti dai continui favori politici di quanto lo siano molti di gran lunga meno facoltosi. Essi non sono più, come una volta, capi di antiche famiglie eminenti, bensì nouveaux riches. La loro condotta non è caratterizzata da virtù, saggezza, dignità o gusto, ma è un riflesso della stessa cultura proletaria di massa orientata al presente, dell’opportunismo e dell’edonismo […] Invece di nobilitare i proletari, la democrazia ha proletarizzato le élites ed ha sistematicamente corrotto il pensiero e il giudizio delle masse.”
    ( Da “Élites naturali, intellettuali e Stato” di Hans Hermann Hoppe )

    “Chi gestisce la nostra società, attraverso vari sistemi palesi od occulti, riesce a dirigere la gente entro binari uguali per tutti. E’ la regola imposta del “tutti” : vestire tutti alla stessa maniera, possedere cose tutte alla stessa maniera, avere tutti un corpo alla stessa maniera, tutti uguali, tutti insieme, tutti a scuola, tutti al lavoro, tutti al mare, tutti in discoteca. Essere “popolo”, un popolo composto da tutti coloro che non hanno identità e potere: il popolo della notte, il popolo dei vacanzieri, il popolo della movida, il popolo dei fatti e “rifatti”… Ma, per chi ha coraggio, una prigione è costruita per evadere da essa.”
    ( Da “Meravigliosamente naturale. Bellezza e autenticità nell’arte e nel costume” di Leonarda Venuti )

    http://brunotto588.blog.espresso.repubblica.it/il_linguaggio_dimenticato/2010/05/perch-non-riusc.html

  2. IL BENE E IL MALE: Convertirsi, Emendarsi, Santificarsi.

    Le atrocita’ commesse dall’uomo su se stesso e sui propri simili nel corso della storia sono raccapriccianti, orribili, inenarrabili.
    Credo che la tesi di coloro che vedono nel mondo attuale il realizzarsi di un disegno del male, di un complotto demoniaco, sia fondata. http://www.mariadinazareth.it/inferno%20libro%20a%20tu%20per%20tu….htm
    La Chiesa non sta facendo abbastanza per contrastare tale espansione del male.
    Gli stati sono solo strumenti delle famiglie padrone e quindi espressione essi stessi del male.
    Io credo che chi abbia commesso atrocita’ nei confronti di altri esseri umani debba essere eliminato, in modo indolore, veloce, asettico.
    Eppure, al posto di questo mondo di servi fatti impazzire, per aver un mondo del Bene basterebbe rispettare i dieci semplici, fondamentali, onnicomprensivi Precetti:

    Non avrai altro Dio all’ infuori del Sommo Bene.
    Non nominare il nome di Dio invano.
    Ricordati di santificare le feste.
    Onora il padre e la madre.
    Non uccidere.
    Non commettere adulterio.
    Non rubare.
    Non dire falsa testimonianza.
    Non desiderare la donna d’altri.
    Non desiderare la roba d’altri.

    “…quel grande che temprando lo scettro a’ regnatori gli allor ne sfronda, ed alle genti svela di che lagrime grondi e di che sangue…” (Ugo Foscolo)

    Prof. Filippo Matteucci – Artaris Labs

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