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La tremante bellezza di Carol

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In uno sguardo intenso, insistito, corrisposto, l’epifania di un’attrazione che cambierà la loro vita. Carol Aird e Therese Belivet si incontrano nel reparto giocattoli di un grande magazzino, a Manhattan, nei giorni di Natale del 1952. Carol è una signora dell’alta borghesia  in procinto di divorziare dal marito, Therese è una ragazza che ha ambizioni da fotografa, ma si mantiene con un lavoro da commessa.

Un paio di guanti lasciati sul bancone del reparto, per caso o più verosimilmente di proposito, si offrono come pretesto per un nuovo incontro. Un avvicinamento graduale, quello tra le due donne (Cate Blanchett e Rooney Mara), che ha la forza dell’ineluttabilità; di ciò che vorremmo ci appartenesse, e non ci è permesso avvicinare, ma che non possiamo fare a meno di ricercare, ancora e ancora.

Per Therese sarà un percorso di crescita. Il trauma della scoperta di provare desiderio per una donna, l’aggravante ammaliatore che questa donna è matura e consapevole. Per Carol il cammino verso la libertà, nel difficile equilibrio tra l’attrazione per la nuova conosciuta, Therese, «un angelo caduto dal cielo», il suo ruolo di madre, le problematiche dell’affidamento, le rivalse di un marito che non molla la presa,una società che non concederebbe mai la custodia di un figlio a una donna omosessuale.

«Crede che si riesca davvero a vedere al di là delle cose? Della superficie delle cose?» domandava Cathy, la protagonista di Lontano dal paradiso a Raymond. Siamo nella seconda metà degli anni Cinquanta, nel pieno del conformismo della borghesia americana del Connecticut. Cathy Whitaker (Julianne Moore) si innamora di Raymond (Dennis Haysbert), un giardiniere di colore, e scopre che suo marito Jack (Dennis Quaid) è gay. La società in cui vive Cathy non è pronta per accettare né l’omosessualità maschile, né l’interesse di una donna per un uomo di un’altra razza.

Nelle parole di Cathy, cariche di un’inquieta e interlocutoria consapevolezza, l’essenza di tutti i personaggi del cinema di Todd Haynes. La caparbietà e il disorientamento di personalità incapaci di adeguarsi al mondo che le circonda. Personaggi protesi alla ricerca della libera espressione del proprio essere e dei propri sentimenti (Mildred Pierce, Lontano dal paradiso) o di una estensione del reale che sia in grado di accogliere e interpretare la loro natura mutevole, eccentrica, irrisolta (Io non sono qui, Velvet Goldmine, Safe). I personaggi dei film di Todd Haynes lottano per riappacificarsi con una società a cui sono legati a doppio filo eppure in evidente conflitto.

Il percorso di donne che combattono per spingere le radici della propria identità oltre la superficie delle convenzioni, delle circostanze e del tempo in cui vivono. Questo è lo specifico del cinema di Todd Haynes, questo vediamo in Carol, un film che si allinea a Lontano dal paradiso e a Mildred Pierce nel farsi fedele affresco di un‘epoca, nonché ritratto di una fase emblematica dell’istituzione americana, ma che trova la sua unicità nel momento in cui lo sguardo del regista stringe sui personaggi, raccontandoli da vicino, così vicino che di più non si può. Fin quasi ad astrarre le emozioni e l’interiorità delle protagoniste dal contesto storico, per celebrarne l’ardore, e infine proiettarle sullo schermo senza tempo del sentimento puro e palpitante.

Carol è tratto da The Price of Salt, il secondo romanzo di Patricia Highsmith, uscito nel ‘52 sotto pseudonimo e in una versione censurata. Nella scena d’apertura del film il disegno di una grata sul marciapiede è il simbolo dei presupposti costrittivi di partenza ed è seguito da un movimento di macchina verso l’alto a guardare la strada, i passanti, corpi e ombre di una New York in notturna. La stessa soluzione visiva, una panoramica verso l’alto, tornerà al momento in cui Carol proporrà a Therese di partire con lei per un viaggio senza meta.

Todd Haynes focalizza tutta l’attenzione sulla relazione tra le protagoniste. C’è un’apertura inedita in questo suo film, tesa a catturare la sostanza sensuale, irrinunciabile dell’amore. L’amore che diventa il processo di affermazione di sé, non più un conflitto (come in Mildred Pierce) e non più una censura (come in Lontano dal paradiso), ma una lenta constatazione e una struggente accettazione.

«Che utilità posso avere per lei? Per noi? Vivendo contro la mia stessa natura», confessa Carol al marito in presenza degli avvocati, nella discussione per l’affidamento della figlia. La proclamazione della verità si avvera con i toni della rinuncia, viene offerta  con i mezzi di chi depone le armi perché ha già combattuto, a lungo, dentro di sé. E lo spettatore è messo nella condizione di percepire le oscillazioni emotive che muovono le protagoniste e i contrasti che conducono Carol a un punto di non ritorno  ̶  senza che vengano mai definite in maniera diretta.

Perché Carol è un film votato al particolare: il dettaglio diventa nucleo narrativo e il quadro è elaborato per infondere risonanza emotiva agli avvenimenti.

L’attenzione per i gesti: una mano su una spalla, reiterato segnale di desiderio; lo spostamento di una delle protagoniste all’interno di una stanza è in grado di conferire alla scena un effetto sensoriale, come se l’aria stessa, che sottende i movimenti, potesse godere di consistenza e di erotismo; la pausa visiva su una bocca premuta sulla cornetta di un telefono contiene in sé il fatto: lo stato d’animo che trascende la sua intangibilità per farsi, attraverso lo sguardo, promotore del discorso narrativo. La gestione del linguaggio visivo in Carol raggiunge la forza esaustiva della più sensibile e curata descrizione letteraria.

Todd Haynes sceglie di marcare gli oggetti di una valenza profonda. Porte e finestre diventano ostacoli posizionati per suggerire la distanza fra le protagoniste. Le superfici polverose, opache, riflettenti strumenti evocativi di un’altra dimensione. Il finestrino di un’auto davanti a un volto, la vetrina di un caffè, che si interpone tra il soggetto e la fonte, denotano una tensione all’interiorità, il protendere dello sguardo nell’intento di cogliere le vibrazioni oltre il visibile: la solitudine, il desiderio, il tormento, l’incognita. Quel dettaglio che non porta fatti concreti di sviluppo diventa perno, eco di una rappresentazione che aggira la compostezza della messa in scena per raccogliere l’afflato emozionale che permea e anima l’intero racconto.

Inoltre, due attrici complici nell’alchimia.

Rooney Mara incarna Therese, timida custode del candore; giovane, preda del timore, del senso di colpa, del tremore che porge slanci e rimanda contraccolpi. Nuda davanti al nuovo amore, inadeguata di fronte a una donna come Carol, tanto diversa da lei e più sicura. Therese si offre, prima di tutto con lo sguardo, accetta il rischio. Un personaggio indimenticabile che trova perfetta eco nel volto smarrito e ammutolito di Ronney Mara. A lei l’incarico di accompagnare lo spettatore: la sua scoperta è la nostra scoperta, la sua evoluzione, la nostra.

Cate Blanchett è una di quelle attrici, in generale uno dei pochi attori, che ha la capacità di scomparire dietro al personaggio che interpreta; la cui espressività e divismo hanno il dono di rigenerarsi di film in film. Blanchett riesce a comporre un’interpretazione esemplare, a cui il doppiaggio italiano restituisce un servizio banalmente riduttivo e penalizzante. Con la modulazione della voce e una gestione chirurgica della mimica riesce a frantumare la compostezza di Carol dall’interno, per riconsegnare sullo schermo una creatura impeccabile eppure piena di spaccature, divisa com’è tra il pudore e il desiderio, tra l’incertezza e l’abbandono, tra la seduzione smaliziata e il perbenismo conclamato.

Arginato il melodramma classico e l’omaggio a Douglas Sirk di Lontano dal paradiso; scavalcata l’aderenza calligrafica a un quadro storico che impedirebbe a qualunque storia d’amore ambientata negli anni ‘50 di sbarazzarsi in un solo colpo, come invece accade, di tutte quante le barriere: di classe, generazionali e di genere, Carol vola nella contemporaneità per raccontare un amore definitivo. A suggello, la portata di un cinema vivo e complice; imperituro nel farsi visione al servizio dello script di Phyllis Nagy (la prima di una équipe che conta molte professioniste, cosa abbastanza inusuale per Hollywood).

Todd Haynes, con i fidati collaboratori Edward Lachman alla fotografia e Carter Burwell alle musiche, non ci pensa minimamente a ridefinire il proprio linguaggio cinematografico, lo utilizza per comunicare, in una maniera talmente autentica da lasciare senza fiato.

E poi il finale. In quegli ultimi intensi dieci minuti finali impareremo di che pasta è fatta l’attesa e quale ritmo ingiunge la sospensione. Scopriremo la misura dell’esitazione, gli effetti che può dare il tremito. In quegli istanti rarefatti riconosceremo il primo amore, il nostro amore, se mai ne abbiamo avuto uno, e il potere della regia cinematografica.

Allora, ma non solo allora, non sarà più quel tempo, sarà il nostro tempo, hic et nunc, il tempo di un film capace di risuonare oltre lo schermo, l’epifania di un’emozione che dovremmo augurarci, permetterci ogni giorno.

Antonia Conti è nata a Livorno nel 1980. Si è laureata in Storia e critica del cinema all’Università di Pisa con una tesi sull’adattamento cinematografico di opere letterarie. Dal 2010 vive a Roma, dove lavora in ambito editoriale.
Commenti
6 Commenti a “La tremante bellezza di Carol”
  1. Alicia Villalobos Suárez scrive:

    Non sono italian. Così dimentichi il mio linguaggio.
    Credo que sia degli articoli più legato alla emozione del film. “Logrado” in spagnolo. La giornalista possiede belle espressione.
    Non ho visto ancora il film. Solo è arrivato qui, Nel Cile, da pochi giorni. Domani andròm si il buon Gesù lo permette. Mi piacciono molto le due attrici.
    Auguri.

    Santiago, Cile, South America.

  2. francesca scrive:

    complimenti, bellissimo articolo.

  3. Patrizia scrive:

    Ritrovo in questo articolo tutte le sensazioni che ho provato guardando il film. Giusta l’importanza data alle scene finali – aggiungo: alla scena finale, lo sguardo di Therese che si fa largo attraverso una barriera di corpi maschili, la tensione che sale mentre le due si trovano, si interrogano, si amano (e la musica che accompagna e sospinge questo sguardo).
    Grazie.

  4. Marilena scrive:

    Nulla di più attuale come l’amore diverso, difficile e contrastato.
    Ma come dice l’articolo l’amore nasce da una consapevolezza che è prima di tutto piena e profonda conoscenza di sé e che poi è in grado di superare barriere morali e di conquistare l’impossibile.

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