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La Trilogia del Minnesota di Vidar Sundstøl

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Questo articolo è uscito in versione ridotta sul Manifesto, che ringraziamo.

di Giacomo Giossi

Con soli tre titoli (La terra dei sogni, I morti e I corvi), Vidar Sundstøl  è già diventato un autore di culto. L’autore norvegese ha vinto nel 2008 il prestigioso Riverton Prize proprio per La terra dei sogni che apre la trilogia pubblicata ora da Einaudi. La particolarità della scrittura di Sundstøl va ricercata in una attenta costruzione dell’intensità che scaturisce da un confronto quasi sensoriale dei protagonisti con l’ambiente circostante.

Un confronto audace e silenzioso, fatto di respiri e ombre, colori sfuocati e improvvisi movimenti. Sundstøl interpreta il genere thriller in chiave ambientale: un’angosciante dinamica che si dipana con sorprendente intreccio tra la Norvegia e un selvaggio ed invernale Minnesota.

La cosiddetta scuola scandinava che negli ultimi anni si è imposta per produzione e qualità è la migliore interprete di quello che potrebbe essere definito noir all’europea con ambientazioni metropolitane e grande cura nella ricostruzione psicologica dei personaggi. I noir scandinavi non derogano mai sulla tensione della trame e tanto meno sulla costruzione dell’intreccio che anzi si avvale di una elaborazione eclettica dell’emotività dei personaggi solitamente rara per il genere.

Se possibile Vidar Sundstøl compie un passo successivo, supera i canoni del genere non riducendo lo stesso a elemento strumentale, ma interpretando appieno il senso di una narrazione realistica e che fa della trazione emotiva e dei contrasti imprevisti tra i personaggi e le loro abitudini il senso di una scrittura attenta e aderente al contesto.

La Trilogia del Minnesota, qui proposta in unico corposo volume da oltre ottocento pagine, è un viaggio nell’epica storica della contea di Cook tra nativi americani e un agente della forestale di origine scandinava che s’imbatte nel cadavere di un turista norvegese. Costruzione classica per una struttura romanzesca che scava nella storia locale inizialmente con l’ironia snob per una passione a tratti un poco fanatica delle culture locali intese come colore e tradizione e successivamente invece addensando coincidenze inquietanti e similitudini impressionanti nei fatti che avvengono in contemporanea rispetto a quella che è la storia di un territorio che vive fortemente una relazione distopica tra attualità e passato.

Mischiando origini e identità, territori e culture Vidar Sundstøl compie l’impresa di un grande affresco narrativo capace di coinvolgere il lettore in una storia realmente globale, per certi versi tipicamente contemporanea. L’ambientazione naturale qualifica anche letterariamente un racconto a tratti intimo a tratti epico senza mai che le due tensioni risultino opache o artefatte.

I boschi selvaggi e la natura incolta restituiscono riferimenti che possono risalire fino all’alba di un territorio e della sua scoperta, un’azione d’antropologia che rivela il mutare della relazione tra uomo e territorio, ma sempre all’interno di un giogo a cui è impossibile sfuggire. Sundstøl rivela il sapore dell’America, quella dei pionieri e quella di oggi spesso isolata e turbata all’interno dei propri universi confusi tra paure dell’oggi e mitologie di un passato sempre rassicurante.

L’autore norvegese capovolge le ovvietà di un conformismo sociale come le abitudini dei propri stessi personaggi generando in questo modo un effetto sia di stracciamento sia di liberatorio riconoscimento verso i drammi e le inspiegabili coincidenze della vita. Un libro a tratti fatalista, ma fortemente deciso a raccontare i fatti, a darne loro forma attraverso una contestualizzazione mai banale.

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