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La trilogia di Grouse County di Tom Drury

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Aveva sempre capito troppo tardi quali erano le persone che voleva vicino e cosa avrebbe dovuto fare per non perderle.

Bisognerà domandarsi seriamente perché amiamo i romanzi nei quali non accade praticamente nulla. Romanzi, cioè, che raccontano piccole storie, eventi che si susseguono mai troppo diversi l’uno dall’altro nelle vite dei protagonisti. Il nulla, perciò, non è letterale ma situazionale. Bisognerà domandarci perché ci appassioniamo così tanto a un dialogo fatto di frasi smozzicate, che avviene davanti a una birra, perché dovrebbero piacerci due tizi che vivono in una contea di quattro case che parlano di vacche, o perché dovrebbe farci antipatia o simpatia (a seconda dei momenti) una vecchia capace d’ironia e di precario modo di rapportarsi ai figli, oppure come mai dovremmo restare lì impalati con il libro in mano, facendo avanti e indietro su una frase detta da uno che sta per chiudere il negozio,  per fallimento, perché quel fallimento ci pare sopportabile, perché ci ricorda i nostri. Domandarci, inoltre, perché non potremmo fare a meno delle grandi città, delle nostre metropolitane, e allo stesso tempo ci piacciono quei due che se ne vanno a pescare al lago, un lago che quasi sicuramente d’inverno ghiaccerà.

Ho sempre apprezzato la narrativa della staticità, dei lunghi silenzi, dei tormenti vissuti sottotraccia, delle vecchie cucine, della puzza di vacche e di cavalli, la narrativa che attraversa gran parte del territorio degli Usa, la parte centrale principalmente, e quindi del Midwest), della Holt di Haruf, dei romanzi di John Williams, dell’Ohio di Sherwood Anderson, fino ad arrivare più a sud alle frontiere di McCarthy, al Texas, all’Arizona.

Sento miei certi luoghi, riconosco subito l’atteggiamento dei personaggi. Ho capito che certe case di legno e pietra, certi fienili, alcune strette di mano, le manifestazioni di antipatia o di solidarietà sono per me una sorta di riparo. Datemi un luogo in cui non vivrei mai e mettetelo un romanzo. Datemi le sigarette che non ho mai fumato, datemi l’ubriacone che non sono mai stato. Fatemi leggere di donne e uomini disperati, fategli trovare conforto. Fatemi commuovere davanti a una nevicata o a un timido bacio. Portatemi, infine, a mietere il grano in una novella di Carson McCullers.

Questo nulla che ci appassiona è semplicemente il tutto in cui non abbiamo mai vissuto, lo spazio dentro il quale non ci siamo mai potuti muovere. Non pensavo di essere pronto per altri romanzi di questo tipo ma poi è arrivato, tra il 2017 e il 2018, Tom Drury con La trilogia di Grouse County  (interamente pubblicata in Italia da NN editore per la traduzione di Gianni Pannofino) e tutto è ricominciato da capo.

In tv davano un telefilm poliziesco; Louise trovò un grosso difetto nella trama, Mary prese un bicchiere di latte e si accomodò sul divano. Durante un’interruzione pubblicitaria, Louise fissò l’orologio appeso alla parete e si voltò verso la madre. «Pensi davvero che io sia così isolata?» domandò. Mary la guardò inespressiva, come toccata da qualcosa di profondo. Andò in anticamera, e dal buio si rivolse a Louise. «Sono tornata a casa senza il bastone» disse.

Questo passaggio si trova a pagina 37 del primo romanzo della trilogia: La fine dei vandalismi, Louise e Mary sono madre e figlia e sono due protagoniste del romanzo. Questa scena ci dice già molto della scrittura di Drury e del libro che stiamo leggendo, di ciò che troveremo. Madre e figlia in una situazione domestica, un dialogo breve, il classico bicchiere di latte, e quella domanda lì in mezzo che Louise rivolge alla madre, domanda collegata a qualcosa che Mary deve averle detto, domanda che presa così ci fa pensare a una donna che sta da sola, che forse crede di starci bene, ma non è così che la vedono gli altri. Non è così che la pensa Mary, che “toccata da qualcosa di profondo” – eccolo il talento di Drury – non sa (non vuole rispondere), fa per andarsene e dice una cosa che pare non c’entrare niente ma che c’entra eccome «Sono tornata a casa senza il bastone» è una perfetta rappresentazione di un’idea di vita solitaria ben presente nel cuore delle persone anziane. Questo è Tom Drury.

Pareva quasi che avessero camminato come sonnambuli verso il declino della loro comunità.

Ci troviamo nella contea di Grouse County, paesini, fattorie, poche case, strade poco battute, tutti si conoscono, quasi nessuno si odia, se si detesta qualcuno ci si limita a una battuta. Il buon senso la fa da padrone, chi vive qui sa governare l’attesa; è in grado di gestire uno scatto di rabbia, una rissa o un bacio improvviso con la stessa calma, sospeso tra l’avvedutezza e la disillusione. Viene in mente il Pagliarani de La ragazza Carla (ultima edizione Il Saggiatore) quando scrive “Chi c’è nato vicino a questi posti / non gli passa neppure per la mente / come è utile averci un’abitudine”; con la differenza che i personaggi di Drury pare lo sappiano quanto sia utile avercela un’abitudine. E di questo ne fanno una forza. La calma del quotidiano, il ripetersi delle vite e delle poche cose che accadono dà la forza per reagire quando tutto crolla, quando il vento cambia.

Louise divorzia da Tiny, un poco di buono ma non cattivo, un perdente, forse, ma indimenticabile, e si innamora di Dan, lo sceriffo, l’uomo saggio; si sposeranno. Intorno a questi tre, Mary e altri pochi personaggi ruota il primo dei tre romanzi; un libro che mi è molto caro. Gli stessi personaggi torneranno nei due successivi romanzi: A caccia nei sogni e Pacifico. Alcuni come Tiny, con la somma delle sue debolezze e tenerezze, con la sua scarsa capacità di mettersi in salvo, di preservarsi, ci prenderanno il cuore. Tiny vedrà crescere i figli, proverà a dargli qualche insegnamento, li vedrà sparire dall’altra parte del paese e chissà se li vedrà tornare.

«Come stai?»
«Ho trovato una fidanzata pa’».
Tiny si sentì vecchio a quella notizia. Si sedette e tornò ad avvicinare il telefono al suo orecchio sano.
«Una fidanzata, Michah».
«Si chiama Charlotte. Va a cavallo».
«Devi aprirle le porte, capito? E non farle prendere freddo».
«Okay, pa’».
«Prendono freddo facilmente. Cioè, magari non tutte, ma alcune sì».

Drury prende le vite di queste persone e ce le consegna piano piano, di dialogo in dialogo, di battuta in battuta, regalandoci istanti solari e attimi di profonda commozione. Ogni tanto la vita pare sfuggire di mano, ogni tanto tutto pare perduto. E ci si può perdere, e pagine avanti ritrovarsi. Si può assistere a ridicole discussioni in un consiglio comunale, piangere con una donna alla quale mai verrà dato il figlio che vorrebbe in adozione, seguire Tiny nelle sue fughe nei suoi ritorni, nella sua disperazione e nella forza – strana – di ricominciare pur avendo un peso sul cuore. Una ferita. Drury sa farci sorridere con le battute taglienti di Mary e poi commuovere davanti alla morte e ai difficili tentativi di rinascita. La capacità di Louise e di Dan di ragionare e di amare, di trovare il modo di andare avanti dopo una perdita, modo che avranno trovato in Pacifico. Donne e uomini che si muovono lungo l’arco dei tre romanzi, alla ricerca di qualcosa, che siano un vecchio fucile per Tiny, o le aspirazioni da attrice di Joan, la sua seconda moglie, tutto non smetterà di ruotare intorno alle vecchie quattro case, le roulotte, lo sceriffo. La contea ti attrae e ti respinge ma a quanto pare può seguirti fino alla California. Tutti conoscono la misura della compassione, tutti provano a capire lo stato d’animo di un fratello, di un vicino di casa, di una capra. Sono romanzi pieni di domande complicate alle quali i personaggi rispondono come gli viene e quasi sempre gli viene bene.

Chi è in cerca di segni, ne troverà dappertutto.

Questo è Tom Drury e mi pare che i tre romanzi siano la storia di una speranza che si allontana e poi si avvicina, che pare sparire davanti a un incendio, davanti ai brutti sogni, davanti ai silenzi, per ritornare davanti a un binario, a una birra stappata, a una fioritura.

Una volta a Pistoia ho ascoltato Tom Drury parlare in pubblico, ha il tono di voce che ti aspetti che abbiano i suoi personaggi, pacato, con le parole un po’ smozzicate, sembra quasi di ascoltare una cantilena. Quando l’ho visto aggirarsi, con l’aria un po’ sperduta, tra le sedie vuote, a tarda sera, della Biblioteca San Giorgio, ho pensato a Tiny, alla faccia che avrebbe potuto avere in certe sere, quelle in cui se ne erano andati tutti.

I colori erano vividi e veri, ma in qualche modo loro due sentivano che stavano osservando il panorama senza più riuscire a farne parte.

Gianni Montieri ha pubblicato: Avremo cura (Zona, 2014) e Futuro semplice (2010). Suoi testi sono rintracciabili nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) della rivista monografica Argo e sui principali siti letterari italiani e nel numero 19 della rivista Versodove. Sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, (2014). Scrive di calcio su Il Napolista e di letteratura su Huffington Post. Collabora con, tra le altre, Rivista Undici, Doppiozero e Minima&moralia. È redattore della rivista bilingue THE FLR ed è nel comitato scientifico del Festival dei matti.
Commenti
3 Commenti a “La trilogia di Grouse County di Tom Drury”
  1. andreas cavalli scrive:

    Ma, Montieri, come mai nella tua biografia manca l’unico lavoro vero da impiegato che ti da la pagnotta? Perchè vergognarsi?

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Leggi commenti...
  1. […] un certo punto del suo articolo dedicato alla Trilogia di Grouse County, comparso su Minima&moralia, Gianni Montieri scrive una frase che ho riletto almeno un paio di […]



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