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La trilogia di Rachel Cusk

Questo pezzo è uscito su Repubblica Robinson, che ringraziamo

di Nicola Lagioia

Con Onori, seguito di Resoconto e Transiti, Rachel Cusk porta a termine la “trilogia dell’ascolto” che molto ha fatto discutere la società letteraria soprattutto anglofona. Il libro viene pubblicato in Italia come i precedenti da Einaudi Stile Libero, nella traduzione impeccabile di Anna Nadotti. Come nei primi due capitoli ritroviamo Faye, una scrittrice di mezza età che se ne va in giro per il mondo tra seminari, convegni e festival letterari restituendo al lettore le chiacchiere – più o meno profonde, più o meno illuminanti – delle persone che incontra sul suo cammino, cioè ad esempio tra gli scomodi sedili di un aereo di linea, tra i sedili di un taxi, tra le sedie di un ristorante o magari tra gli sgabelli di un locale dove qualcuno, nel tentativo di intervistarla, si ritrova a confessare sulla propria vita molte più cose di quelle che strappa all’interlocutrice. Viviamo appunto in transito, ci corazziamo di frasi fatte, ci riveliamo per errore tra il non luogo di una sala d’aspetto e l’uscita di sicurezza di una sala convegni. Per il resto evitiamo la sofferenza giocando a nasconderci.

Dopo due memoir molto discussi e dolorosi su maternità e divorzio, Cusk ha messo in piedi una strategia di segno opposto: creare un personaggio il cui compito fosse quello di parlare attraverso gli altri, utilizzando gli incontri casuali come occasioni per costruire una sorvegliatissima chat letteraria tra estranei, una lunga serie di aneddoti, pettegolezzi, digressioni, dialoghi interrotti che insieme compongono il Grande Discorso (un discorso luminescente dove fascino e banalità si contendono la scena) da cui, nostro malgrado, ci ritroviamo a essere parlati senza rendercene conto. Argomenti ricorrenti: matrimoni in crisi, educazione dei figli, rapporti con i genitori, difficoltà economiche e professionali, vanità letterarie (gli onori cui il titolo fa riferimento), scontro tra sessi, animali domestici e tutto ciò su cui il ceto medio alfabetizzato – quieto nella sua disperazione – sente il bisogno di esprimersi per tenersi stretto alle proprie catene.

La trilogia di Cusk è più interessante del dibattito che l’ha preceduta. Negli Stati Uniti, in maniera davvero singolare, è stato detto con clamore che quest’opera avrebbe rivoluzionato il genere romanzesco per il modo in cui rinuncia alla narrazione classica, lasciando la scena a una miriade di voci svincolate da una progressione narrativa. L’ambasciata ha attraversato l’Atlantico riscuotendo qualche consenso anche qui da noi. A dire la verità in Europa – dove il ricatto del plot è storicamente meno sentito – è più di un secolo che si progettano, a volte con risultati strabilianti, prototipi letterari in grado di volare senza trama. Da Proust a Beckett a Savinio, alle meno entusiasmanti imprese dell’école du regard, il vecchio continente ha abiurato e restaurato i precetti del romanzo molte volte. Naturalmente la novità non sta nemmeno nel costruire, anziché sulle fondamenta di una drammaturgia, un’opera letteraria sulle nuvole della chiacchiera o delle conversazioni continuamente interrotte. Basterebbe il solo Fratelli d’Italia di Alberto Arbasino a trasformare ogni tentativo in una variazione sul tema. Non è neanche la satira del mondo letterario, presente in Onori, a essere un argomento sovversivo – in fin dei conti Cusk si fa beffe di premi e festival in modo assai garbato, ed è molto lontana dalla cattiveria devastante e comica del Thomas Bernhard de I miei premi.

La critica letteraria ogni tanto si lascia insomma sedurre dal linguaggio pubblicitario (parte del Grande Discorso che, dicevamo, contamina tutti) e la spara un po’ grossa. Così, ciò che di Cusk sembra interessante non è tanto la sovversione di codici già scardinati un’infinità di volte, ma la qualità della voce, questa sì capace di bucare la bolla retorica che protegge, falsandole, tante nostre conversazioni. Si potrebbe pensare (è stato scritto anche questo) che Rachel Cusk abbia fatto propria la lingua dei social (al netto della violenza così frammentaria, casuale, facile preda di conformismo e vittimismo) costruendo la propria trilogia su questa nuova grammatica. L’operazione è più sottile. La catena di voci umane che compongono Resconto, Transiti e Onori è fatta di donne e uomini del XXI secolo che si incontrano tra loro, e – i corpi così vicini; la retorica di internet, pubblicità e discorso capitalista, di cui sono tutti vittime e complici, sempre pronta a sabotarli – provano a parlarsi. Ma come fare a dirsi qualcosa quando la lingua del discorso pubblico (penetrata nel privato) sembra riorganizzarsi per impedire di farci vivere ogni esperienza autentica e liberatoria? Vecchio problema attualizzato al mondo 2.0. Ancora una volta sono gli atti mancati a venirci in soccorso. I protagonisti della “trilogia dell’ascolto” raccontano le proprie vicende, denunciano amare verità, si abbandonano a una toccante confessione ma vengono interrotti sul più bello, o si interrompono da soli, parlano con supposta sincerità o sproloquiano per bocca dei propri pregiudizi lasciando indovinare, oltre la coltre di aria fritta attraverso cui ci proteggiamo in modo inverecondo dalla tentazione di esistere, la solitudine e il dolore che ci fa tutti umani.

 

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.

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