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Appunti su “La vegetariana”, il romanzo di Han Kang

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Dedichiamo la giornata di oggi al romanzo di Han Kang La vegetariana, uscito in Italia per Adelphi, libro che è valso alla sua autrice il Man Booker International Prize 2016.

Il titolo è fuorviante, ma servirà forse, se necessario, ad attirare qualche altro lettore oltre quelli coinvolti dalle notizie del clamore suscitato per l’assegnazione del Man Booker International Prize 2016, che da qualche giorno riguarda anche l’Italia, grazie all’efficace traduzione di Milena Zemira Ciccimarra per Adelphi. La vegetariana (titolo che aderisce letteralmente all’originale, in inglese), della scrittrice sudcoreana Han Kang, classe 1970, non è la storia di una vegetariana, nonostante più di un personaggio, e almeno un narratore, spieghino così la sua scelta.

La sua scelta – la trama del libro – da un giorno all’altro, o meglio dalla notte al giorno, è quella di non mangiare più carne né di vederne, laddove è possibile. «Perché?» le domandano, e si domandano il marito, i parenti, i conoscenti. «Ho fatto un sogno» è tutto quello che Yeong-hye è in grado di rispondere, e spesso di dire, nel minuto spettro del suo parziale mutismo. Nicola H. Cosentino affianca giustamente questa risposta catatonica ad altre già celebri in letteratura, prima fra tutte l’«I would prefer not to» del Bartleby di Melville.

Yeong-hye diventa vegetariana, anzi vegana, anzi digiunante; forse nel suo delirio si crede addirittura un vegetale. Sicuramente ha fatto un sogno, sicuramente non dorme la notte per non tornare in quel sogno, che dalle parole di coloro che riportano le sue – parole, e le sue azioni – sembra così vivo da suggerire più di un dubbio sulla natura stessa del sogno. Sicuramente Yeong-hye subisce la latenza di un’infanzia violenta, per colpa del padre. E ragionando sul senso della sua scelta, unita alla scelta dell’autrice di dedicarvi un romanzo, si potrebbe pensare anche al fatto che, nella società sudcoreana, essere vegetariani è mal visto.

Lo dimostrano le reazioni e i commenti dei partecipanti a una cena alla quale Yeong-hye e suo marito sono invitati; fallendo nel tentativo di fugare l’imbarazzo, di fronte alle mogli del capo, del direttore generale e del direttore esecutivo dell’azienda dove lavora, l’uomo prova a liquidare il comportamento di Yeong-hye nei termini di una dieta imposta dai medici per problemi di salute.

Perché Yeong-hye non introduce nel suo corpo carne né derivati animali né, successivamente, qualsiasi cosa che non siano luce e acqua? A seconda del punto di vista, cioè del personaggio su cui ciascuno dei tre capitoli si focalizza, potrebbe sorgere una risposta diversa. O nessuna. Il romanzo è un dispositivo manovrato intorno a un vuoto, generatore di mistero. Nel primo capitolo, unico ad avere un narratore interno, il marito di Yeong-hye, inetto, cinico, brutale nella sua insignificanza, nella sua indifferenza, non va oltre la lettura superficiale di una scelta alimentare.

Il secondo e il terzo capitolo, «La macchia mongolica» e «Fiamme verdi», hanno ciascuno un narratore esterno, che osserva i fatti prima (al tempo remoto) attraverso la lente del cognato-artista visuale e poi (al tempo presente) della sorella, In-hye, moglie dell’artista. Il cognato legge il fenomeno in chiave mistica, avverte nella donna lo stesso sconvolgente silenzio dei fiori e delle piante, della natura nella sua manifestazione più oscura, e la sente necessaria alla sua espressione artistica, dunque umana. La sua “comunione” con Yeong-hye conduce a un crollo il cui esito è amplificato da In-hye che, nel terzo capitolo, interiormente, lavora per riuscire ad accettare quella che crede una follia determinata dalla terribile storia famigliare, mentre esteriormente assiste la sorella nel corso della sua degenza in una clinica psichiatrica posta all’ombra di una foresta, dove la paziente è creduta anoressica, schizofrenica, catatonica.

Infine, non esiste un perché Yeong-hye smetta di mangiare. Come spiega Han Kang stessa, in un’intervista rilasciata ad Alcide Pierantozzi su «Rivista Studio», «i libri non devono affatto spiegare tutto. Mi piace lasciare uno spazio vuoto al centro delle mie storie. È anche il motivo per cui non ho voluto usare un metodo di scrittura tradizionale per La vegetariana. La protagonista è sempre vista dagli altri […], a cominciare dal marito. Il fatto che venga sempre vista dagli altri la rende soggetta a continui malintesi, anche da parte del lettore. Tutti gli sguardi in contrasto tra loro falliscono quando vogliono dirci la verità su qualcuno o qualcosa».

Han Kang parla perspicacemente di uno spazio vuoto «fondamentale affinché il lettore resti libero di tracciare il “suo” personale volto della protagonista, che non racconta mai in prima persona». Attorno a questo vuoto, anche il libro appare, a seconda dell’inclinazione, un oggetto diverso – un racconto dell’orrore? un racconto esistenzialista? – e proprio questa sua incapacità di lasciarsi incasellare cesella la sua virtù, di un libro che non definisce, racconta, talvolta indica e quando indica non sempre lo fa nella direzione prevista, quindi depista, riuscendo nel paradosso di rendere sempre più vivo e potente il vuoto che lo nutre.

Andrea Cirolla è nato a Bergamo nel 1983. Vive a Milano, dove si è laureato in filosofia. Lavora nell’editoria e scrive. Suoi articoli e interviste sono usciti su giornali e riviste, tra cui Corriere della Sera, la Lettura, pagina99 e Nuovi Argomenti.
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