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L’arte del racconto – tradizione e innovazioni, da J.D. Salinger ad Alice Munro


Questo pezzo è uscito su Repubblica.

Nella prima pagina di Un giorno ideale per i pescibanana – probabilmente il miglior racconto di J.D. Salinger – una ragazza di nome Muriel Glass alza la cornetta del telefono in una camera d’albergo dopo essersi passata lo smalto sulle unghie. Dall’altra parte del filo c’è sua madre, una pedante signora middle class la quale per tutta la conversazione ventila l’ipotesi che Seymour, il giovane marito di Muriel congedato dall’esercito dopo la fine della II guerra mondiale, sia un soggetto poco raccomandabile. “Muriel, te lo chiedo per l’ultima volta: stai bene?” “Mamma – disse la ragazza – per la novantaseiesima volta: sì”. “E non vuoi tornare a casa?” “Mamma, no“.

L’intera telefonata (i patemi della mamma di Muriel si alternano a fiorite divagazioni sulla moda balneare) è congegnata in modo che il lettore non capisca dove finisca la mitomania della suocera e dove inizi la reale possibilità che in Seymour ci sia qualcosa che non va. Segue una lunga scena sulla spiaggia in cui un giovanotto senza nome (nel quale il lettore riconosce immediatamente Seymour prima di avere il tempo di chiedersi il perché) imbastisce uno stralunato dialogo con una bambina di sei anni nel quale l’elemento ludico ha in sé qualcosa di minaccioso, così che i dubbi della suocera di Seymour (mai più nominata da Salinger) vengano continuamente smentiti e confermati. Nell’ultima scena il suddetto giovanotto entra in una stanza che odora “di valigie nuove e di acetone”, osserva sul letto una ragazza addormentata, recupera una pistola nascosta “sotto una pila di mutande e canottiere” e si spara un colpo in testa.

Ecco un prototipo di racconto moderno. Così come l’odore d’acetone ci fa capire di essere tornati nella stanza dell’incipit (e segna il passare del tempo senza che l’autore debba esplicitarlo), una serie infinita di indizi, rimandi, microtasselli ricongiunti a distanza col proprio pezzo mancante creano una tensione quasi magica. L’immagine sarebbe quella di una tensostruttura in apparenza priva di sostegni. È grazie a questo gioco che riconosciamo Seymour (indossa l’accappatoio cui fa allusione sua suocera), che a un certo punto dubitiamo del suo equilibrio (uno psichiatra ospite dell’albergo lo ha osservato con troppa insistenza senza sapere chi fosse), e il suo suicidio (fino ad allora plausibile e implausibile) getta nuova luce sulle altre pagine, ridefinendo retroattivamente persino le nostre emozioni. Tutto un lavoro che in più di quindici cartelle comincerebbe a scricchiolare.

La mole di un romanzo annacquerebbe per forza di cose, fino a estinguerne gli effetti, il dialogo segreto tra gli elementi che fanno brillare di luce propria le short stories. Questo uno dei motivi per cui il racconto non è un sottogenere né una riduzione in scala delle grandi narrazioni, ma una delle forme più interessanti in cui è dato di incarnarsi alla letteratura d’invenzione. Si tratta, in definitiva, di un contenitore pressoché unico per l’organizzazione del pensiero. Ho prima parlato di tensostruttura. Ma l’idea che forse meglio ne riassume il funzionamento è quella del modello atomico. Se i romanzi sono grandi cattedrali nelle quali ci aggiriamo alla ricerca di un punto d’equilibrio (“il centro segreto”, come lo definisce Pamuk), le particelle elementari di un racconto sono ognuna responsabile dell’equilibrio dell’altra. Ed è stupefacente osservare come dai tempi di Salinger – che era andato a lezione da Hemingway e prima ancora da Rilke –, la forma breve abbia raggiunto via via gradi maggiori di complessità. Da Raymond Carver a Andre Dubus, da Flannery O’Connor a Buzzati e Manganelli (un occhio a Čhecov e Kafka, l’altro rivolto al futuro) non sono pochi gli autori che hanno scritto in venti pagine ciò che sarebbe stato impossibile spiegare in cinquecento. Così se David Foster Wallace ha bisogno di Infinite Jest per stendere un affresco del mondo postmoderno, è poi costretto a ricorrere alle forme brevi (e per certi versi più estreme) di La ragazza dai capelli strani o Brevi interviste con uomini schifosi per indagare la microfisica dei nostri disagi quotidiani.

La canadese Alice Munro è oggi probabilmente la più abile manipolatrice delle strutture interne del racconto. Non inganni l’apparente tradizionalità delle sue storie. I giochi di specchi e i rimandi tra pagina e pagina sono così ben congegnati che noi leggiamo con piacere senza accorgerci di che lavoro ci sia sotto, il che è possibile perché la Munro (con personaggi, dialoghi e colpi di scena al posto dei modelli computazionali) sembra quasi aver trovato il modo di riprodurre in forma calda le dinamiche associative secondo cui funzionerebbe il nostro cervello. Oltre che ai critici letterari, i suoi racconti potrebbero interessare a cognitivisti e neuroscienziati.

Se la Munro è prodigiosa nel puntellare dall’interno le regole della forma breve, il racconto ultimamente si sta evolvendo anche nella direzione opposta. Sono sempre più interessanti i casi di scrittori che strutturano i propri romanzi (ma sono ancora tali?) come un insieme di racconti legati tra loro. Funziona in questo modo Il tempo è un bastardo dell’ultimo Pulitzer per la narrativa Jennifer Egan. E cosa sono I detective selvaggi e 2666 di Roberto Bolaño se non opere-mondo costituite da tasselli a volte addirittura indipendenti ma tutti, misteriosamente, comunicanti tra di loro secondo un modello reticolare?

Si potrebbe dire che la letteratura sta imparando da internet e dagli ipertesti, se non fosse che la Egan e Bolaño hanno alle spalle un gigante ultimamente riemerso in tutta la sua mole davanti ai nostri occhi: l’argentino Julio Cortázar il quale, nel non sospetto 1963, pubblicò Il gioco del mondo, che della Rete si può considerare una versione limitata e più profonda. A dimostrazione che la letteratura, come è chiaro ai grandi uomini di scienza, continua a intrattenere con gli altri campi del sapere rapporti più intimi di quanto immaginiamo. Prova ne sia che il Nobel per la fisica Murray Gell-Man, al momento di dare un nome alla sua più celebre scoperta (il quark), lo prese in prestito non da Einstein o Bohr ma dai neologismi di James Joyce, che in Finnegans Wake aveva riorganizzato i moti segreti dell’animo secondo regole enigmatiche quanto la meccanica quantistica.

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.
Commenti
22 Commenti a “L’arte del racconto – tradizione e innovazioni, da J.D. Salinger ad Alice Munro”
  1. Enrico Macioci scrive:

    L’avevo già letto. Pezzo perfetto. Sempre più mi sembra che oggi i critici migliori siano gli scrittori. Quelli che leggono di più, che sono più connessi con la contemporaneità – senza trascurare il passato, ovvio. E quel racconto di Salinger è un’autentica meraviglia…

  2. Nicola Lagioia scrive:

    Grazie Enrico. Uno scrittore la Munro (come anche quel racconto di Salinger), oltre che per tutto il resto, la legge e la rilegge anche nella speranza di capire come funzionano alcuni passaggi e meccanismi. Almeno è il mio caso. Una sorta di accanimento che nasce dall’ammirazione. Se costruisci orologi e ti portano un orologio bellissimo, che funziona secondo meccaniche prodigiose, l’ultimo ritrovato ma anche il più bello, sei subito portato a voler capire (ammesso che lo si possa fare fino in fondo) come funziona. Da qui, credo, l’attacamento alla contemporaneaità. E’ che l’uomo – oltre agli orrori – continua a fare anche cose molto belle.

  3. Marco scrive:

    Bellissimo articolo, ma credo che, se non avessi già letto “un giorno ideale per i pesci banana”, l’avrei denunciata per spoileraggio e omicidio del senso di confusione e stupidità, di bellezza, che si prova dopo aver letto l’ultima pagina.

  4. Nicola Lagioia scrive:

    Ha ragione. Mi rendo conto di aver corso (cioè di correre!) questo rischio…

  5. Enrico Macioci scrive:

    Hai ragione Nicola, è così. Entusiasmo, emulazione, ambizione, tutto si mescola…I due migliori racconti brevi che ho letto sono Un posto pulito, illuminato bene di Hemingway, e Un brav’uomo è difficile da trovare della O’Connor. Hanno esattamente quella tensostruttura di cui parli tu.
    ps: gli scrittori, oltre a leggere più e meglio dei critici, dialogano di più, il che non guasta.
    pps: anche Gomez Palacio di Bolano, nella raccolta Puttane assassine, è una gemma, un piccolo miracolo di sospensione e di mistero, che pure si conclude, basta a sé stesso.

  6. Antonio scrive:

    Quando ripenso alla prima volta che ho letto i Pescibanana di Salinger ricordo di essere rimasto fulminato dal ritmo della storia e poi da quel finale brutale e inaspettato, ma diretta conseguenza di tutta l’atmosfera bulimica del racconto. E’ un genere interessante, come i primi racconti di Carver. C’è sempre qualcosa d’altro che accade dietro l’azione di queste storie e spesso il “mistero” rimane tale, senza svelare mai tutto, senza risolvere per forza tutti i problemi ma lasciando spazio al lettore di darsi delle spiegazioni, del perché certi fatti accadono. Forse accadono e basta.

    D’accordo sulle potenzialità del racconto, che in Italia, purtroppo, sono abbastanza trascurate.

  7. barbara wahl scrive:

    Raramente abbiamo l’occasione, noi lettori di racconti e di romanzi senza pregiudizi, di leggere un articolo così ricco, lucido, che cuce e tesse tante letture nostre.
    Alla lista degli scrittori citati, aggiunggerei la leggiadra ed ambivalente Katherine Mansfield, grande maestra.

  8. bidé scrive:

    Articolo bellissimo, e per avallare quanto dici, lo stesso Cortázar da te citato scrisse due mirabili saggi sulla “cuentistica”, paragonando il romanzo al cinema (in quanto ordine aperto e accumulazione di elementi via via sviluppati) e il racconto breve alla fotografia, che in uno spazio limitato deve saper incastrare ogni minimo ingranaggio.
    Per chi legge lo spagnolo ed è interessato, li propongo:

    http://www.ciudadseva.com/textos/teoria/opin/cortaz6.htm

    http://www.literatura.us/cortazar/aspectos.html

    P.S. Se non ricordo male uno dei due testi (o forse entrambi) è presente come postfazione della traduzione italiana di “Bestiario”.

  9. peppe scrive:

    Anche questo pezzo ha un bel ritmo e rimanda sensazioni e informazioni verso la forma racconto, che, secondo me, è tra le più belle forme d’arte.
    Anche io aggiungo la Mansfield: dopo aver letto “Alla baia” ho provato un piacere allucinante…
    Poi, restando nella nostra sempre maltrattata Italia, citerei i racconti della Parrella, che mi hanno sempre ospitato cose se fossi accanto al narratore durante la lettura.

  10. Gianluigi scrive:

    …però se ti vai a leggere i raccolti del nuovo Cognetti (pure qua: racconti? romanzo?) ti rendi conto che sta anni luce avanti ai racconti della Parrella. Mi sembrano bellissimi.

    E poi anche alcuni vecchi di Michele Mari (non la nuova raccolta che è un po’ raccogliticcia), veramente superior.

  11. peppe scrive:

    Sì, Cognetti da circa due settimane mi sta frullando nella testa e a breve comincerò a leggere i suoi racconti; ma non è detto che debbano fare per forza la gara a chi sta più avanti (cosa significa in fondo?) coi racconti della Parrella. Non potrebbero stare entrambi, così come altre decine e decine di autori, incluso Pascale coi suoi della “manutenzione degli affetti”, dentro al cesto di autori, e quindi racconti, moderni e riusciti?

  12. Federico Cerminara scrive:

    Questa estate avevo segnalato il tuo articolo a vari amici appassionati di scrittura. Bello, davvero. Tra l’altro non è la prima volta che ti sento parlare del racconto di Salinger che piace molto anche a me. Leggerò la Munro; mi sa che è ora di colmare questa lacuna.

  13. Lee Colbert scrive:

    Mi aggiungo al coro dei complimenti per l’articolo, gustosisimo! E vorrei aggiungere il nome di Bashevis Singer alla lista dei grandi scrittori di racconti. Un saluto grande!!

  14. Gianluigi scrive:

    @peppe: hai ragione, ragionissima. Era stato l’entusiasmo a farmi sbracare. perché con questo libro Cognetti ha proprio superato un confine, secondo me

  15. peppe scrive:

    …figurati Gianluigi, a me serviva ancora uno stimolo per convincermi a prendere i libri di Cognetti. A questo punto ti chiedo da dove cominciare, dall’ultimo, quello di Sofia? intanto posso investire solo una decina di euri…

  16. Gianluigi scrive:

    Sì, da questo di Sofia. Mi sembra qui faccia proprio un passo in più, e spero proprio di darti un buon consiglio. Lui la Munro sembra essersela letta continuamente da capo a piedi, ma ha anche molto piglio personale.

  17. peppe scrive:

    Grazie mille Gianluigi! mi hai convinto…magari stiamo togliendo spazio al dibattito su questo articolo davvero stimolante di Lagioia, ma forse valeva la pena questo scambio di considerazioni. No?
    saluti

  18. Sandra scrive:

    Grazie per il bellissimo articolo. Apprezzo molto il fatto di averlo letto qui.
    Come barbara wahl e altri nei commenti sopra vorrei aggiungere un altro grande nome Grace Paley. Nello spirito di condivisione che valuto come un altro grande beneficio dello scrivere/leggere recensioni.

    Sandra

  19. Federico Cerminara scrive:

    Quando leggo Grace Paley, non riesco a non pensare a questo post.
    http://www.corsiminimumfax.com/2012/03/sposero-grace-paley-e-donald-barthelme.html
    Scusate l’off topic. Sembra davvero che si stia oscurando l’articolo :-)

  20. Il primo guaio è che escono libri come “il momento è delicato” di Ammaniti e che qualcuno paragona Ligabue a Carver: così si dà un’idea sciatta del genere racconto, e i lettori scelgono la via più rapida: “preferisco il romanzo”. Forse non si rendono conto che hanno letto la serie d del racconto breve.
    Per restare sulle ultimissime uscite (almeno gli ultimi due libri che ho comprato io): Cognetti è uno bravo e lo ha ulteriormente dimostrato, e Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank è un racconto di serie A (il resto della raccolta omonima ha minor valore, secondo me, pur non essendo male).
    L’altro guaio è che scrivere racconti ad alti livelli è difficilissimo, ma a troppi scrittori deve sembrare facile. E lì la figuraccia è assicurata.

  21. LM scrive:

    Bel pezzo. Credo si debba approfondire la questione della letteratura come branca del sapere, ché sono in tanti, almeno in rete, a ritenere che sia invece ancora un fatto di spirito… o, ancora peggio, uno strumento di propaganda politica.

    Chi è Čhecov?

    Larry Massino

  22. Francesco Dalessandro scrive:

    per chi ama i racconti, segnalo un gran libro del genere:
    Domenico Vuoto: Variazione sul noto sentimento, Palomar Edizioni;
    leggetelo e poi mi direte. la domanda è: ma stessero cambiando le cose anche in Italia, dove fino ad ora gli editori rispondono sempre “non pubblichiamo racconti? lo domando prima di tutto a Lagioia.

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