Father Murphy (by Carlotta Del Giudice)

Eresia e salvezza: la via psichedelica di Father Murphy

Father Murphy (by Carlotta Del Giudice)

Questo pezzo è uscito sul Mucchio, che ringraziamo. (foto di Carlotta Del Giudice)

di Chiara Colli

Un percorso non solo musicale, ma anche narrativo, simbolico, esistenziale. Un progetto nato a inizio Duemila con le radici ben piantate nello spirito Do It Yourself e dall’attitudine punk (messo su disco dal lavoro del Madcap Collective), ma soprattutto con lo sguardo costantemente rivolto in avanti. Una ricerca sonora accompagnata da un’esplorazione audace degli angoli più bui dell’Io Collettivo, raccontata attraverso le gesta del “personaggio” Father Murphy. Una necessità ancor prima che missione: mai autoreferenziale, sempre volta a rafforzare, lontano da ogni cliché e scorciatoia, il rapporto profondo tra significato e significante. È così che da formazione scura e visionaria degli esordi, i Father Murphy di Federico Zanatta/Freddie Murphy e Chiara Lee (fino al 2013 anche con Vittorio Demarin alla batteria) assumono progressivamente le sembianze di una creatura unica nel panorama “underground” italiano: sono il suono del dolore, del senso di colpa cattolico, uno dei pilastri di una “comunità” sotterranea che prenderà il nome di Italian Occult Psychedelia, un culto venerato tanto all’estero quanto in Italia.

L’eresia, l’accettazione del fallimento, la ricerca di salvezza, infine la morte: attraverso dischi dalla forma di concept, Father Murphy è la storia di un personaggio ma anche di tutti noi. Il duo giunge alla fine del pellegrinaggio ricordando il defunto proprio con un ultimo Requiem (di nome e di fatto), licenziato ad aprile da Avant! Records; Father Murphy lascerà un segno indelebile nella musica sperimentale italiana, ben oltre il lascito sonoro. Abbiamo provato a ripercorrerne le gesta insieme a Federico Zanatta.

«Sia io che Chiara identifichiamo la vera nascita di Father Murphy nel momento in cui ci siamo resi conto di non voler essere i protagonisti di un percorso, ma di volerci porre come medium, come degli agiografi. Siamo sempre stati affascinati da figure quali medium e sciamani, persone che più che essere tramite tra questo mondo e un altro, riescono a creare diversi livelli di lettura della realtà, spingendo a rinunciare alle proprie sicurezze. Non volevamo essere protagonisti, ma immedesimarci per primi in questa storia in qualità di narratori e spettatori. In questo penso che l’influenza più grande sia W.S. Burroughs: come lui anche noi volevamo creare una leggenda, per raccontarla, conoscerla e viverla. L’idea è dare la nostra visione di questo o quell’argomento, un “concept”, tramite le gesta di un personaggio, come se volessimo credere in una costruzione metafisica del mondo tramite un protagonista di una storia – grazie Cattolicesimo per gli infiniti spunti! E penso che questo spieghi anche il carattere di colonna sonora spesso attribuito alla nostra musica. Non abbiamo intenzione di intrattenere l’ascoltatore, né la presunzione di esprimere un concetto artistico che meriti particolare attenzione: siamo noi dei medium, ci siamo inginocchiati di fronte a una voragine, esitanti vi abbiamo fatto capolino con la testa, aspettando di poterci abituare al buio per poter scorgervi qualcosa. Quello che offriamo all’ascoltatore è di chinarsi al nostro fianco, preparandolo a ciò che scorgerà con una colonna sonora che funga da introduzione. Poi ognuno nella voragine vedrà quello che vorrà, che potrà sostenere, che potrà sopportare, che vorrà ricordare».

C’è un parallelo fra le tappe del pellegrinaggio di Father Murphy scandite dai dischi e il significato che come esseri umani avete associato alla musica?

Forse anche perché più ci siamo addentrati nella riflessione che sottende a ogni uscita/concept più abbiamo aumentato il numero di concerti, fino ad arrivare a trascorrere più tempo in tour che altro, il tutto ha assunto le caratteristiche di un pellegrinaggio, di una continua rappresentazione di una nostra personale via crucis, influenzando il nostro modo di vivere e avendo il nostro modo di vivere come influenza di ogni possibile riflessione. Il parallelo è stato continuo, con una contaminazione tra la storia che stavamo raccontando e la storia/vita che stavamo/stiamo vivendo. Penso alla nostra idea che sottende il concetto di fallimento in Pain Is On Our Side Now: cercavamo di esprimerne la forte positività, senza però riuscire a trovare un suono che rappresentasse questo aspetto catartico. Ed ecco dunque che rimango vittima di un incidente dove per la prima volta ho sentito le mie ossa cedere. Lo sconforto è durato poco perché mentre l’esperienza personale avrebbe avuto tutti i suoi limiti, anche solo temporali – le ossa si sarebbero di lì a poco rinsaldate –, il lascito sarebbe stato ben più importante. Il suono che cercavamo era lì di fronte a noi, lo spezzarsi e il rinsaldarsi, gli scricchiolii, il dolore quasi puro che diventa luce bianca, e che da un punto di vista sonoro può diventare un feedback sulle frequenze basse, cristalline, come i pedali di un organo a creare un bordone infinito. Astraendo l’esperienza e associandola al concetto che ogni caduta possa preludere al rialzarsi, non potevamo che cercare una rinascita.

Una forma di dolore profondo a cui fa seguito un grande sollievo. La musica di Father Murphy è catartica, ha la stessa funzione anche su di voi?

Il lento processo che ci ha portati a focalizzare cosa stessimo facendo con Father Murphy, e soprattutto il come, prima di trasformarsi anche in ricerca sonora, ha radici profonde nel cercare un metodo per isolare/sputare quello che noi definiamo “il nero” che ognuno ha dentro di sé: per attuare un percorso che dall’esterno (l’aver sputato) riporta all’interno, al contemplare il vuoto lasciato (dal nero), con cui imparare a convivere, senza più provare a esorcizzarlo. Non è tanto un processo curativo, quanto un tentativo di affrontare le proprie paure: non opponendovisi, ma accettandole. Un po’ come provare a capire il dolore, per farlo proprio e quindi sopportabile. In questo le nostre vite sono intrecciate al percorso fatto con la band, siamo divenuti adulti con e grazie anche a Father Murphy. Ma è importante ricordare che l’unica cosa da prendere veramente sul serio è ciò che si fa, non chi si è. Qualsiasi forma di irrigidimento e auto legittimazione non solo è nociva, ma anche sterile e noiosa. Mettersi in discussione, sempre. Un’ode perenne al dubbio.

Che ruolo ha avuto la religione nella vostra formazione?

Il retaggio cattolico ci ha fornito un grande immaginario, mille storie a cui poter attingere, personaggi a cui ispirarsi per le gesta del nostro Father Murphy. Il discorso sull’agiografia di un personaggio principale non può che essere ispirato dal Cattolicesimo e in particolare dall’estetica presente nelle rappresentazioni che nei secoli gli artisti ne hanno fatto, con un continuo riferirsi ad altri che a loro volta riferiscono di un qualcosa ricevuto da un immaginario fortemente imposto dalla religione a tutte le persone che si trovino nella sua sfera di influenza, con sentimenti contrastanti di attrazione e repulsione. E poi arriva il nostro amato senso di colpa cattolico. A un amico che ci chiedeva perché non avessimo deciso di rappresentare gli evidenti aspetti solari del nostro carattere, abbiamo risposto che l’enorme peso di questa colpa universale continua a spingere la nostra attenzione verso il basso, impedendoci a volte di perderci a guardare il cielo, e costringendoci a cercare di descrivere tutte le voragini che vediamo aprirsi di continuo ai nostri piedi.

Nei confronti della religione Father Murphy ha una forma di critica consapevole, un certo sarcasmo ma anche una sottesa attrazione. Portare avanti questi piani, trovando un equilibrio – né troppo seriosi né grotteschi – è stata parte della sfida?

Siamo sempre stati risoluti nella nostra critica verso ogni religione organizzata, ma allo stesso tempo speriamo di aver espresso chiaramente il massimo rispetto per ogni senso di religiosità che una persona possa trovare nella vita. Contemporaneamente continuiamo a subire il fascino della storia che sottende la/le religione/i, e quindi la nostra critica molto probabilmente è in primis rivolta a noi stessi, a una delle molteplici contraddizioni che sentiamo nostre. Ad esempio, solo ultimamente sto riuscendo a liberarmi dall’essere superstizioso, dal timore nei confronti dell’idea di punizione principale nella religione – quella cristiana quantomeno –, e quindi non posso mai cedere al prendermi troppo sul serio. Se il nostro è stato un processo di allontanamento dal vivere la quotidianità della religione, allo stesso tempo l’equilibrio tra distacco e fascino subìto è sempre presente. E questo si ripercuote nella nostra musica.

Che studio c’è dietro ognuno dei vostri dischi? Tu hai studiato filosofia e immagino che questo bagaglio abbia contribuito a definire la vostra identità…

Di sicuro i nostri studi – filosofia per me, lingue e letteratura cinese per Chiara – sono un punto importante di partenza, soprattutto perché ci hanno dato un metodo, una forma mentis. In generale però l’approccio è molto spurio. Il lavoro dietro ai dischi nasce generalmente dalla fascinazione verso un termine, un’immagine, un passo di un libro, adoriamo farci affascinare e influenzare. La contaminazione nasce quando riusciamo ad associarvi un suono, quindi la possibilità di rendere nostro quello spunto esterno. Aspettiamo stimoli da immagazzinare, per risputarli dopo averli a lungo masticati. La masticazione è il processo in cui costruiamo una storia attorno a uno stimolo iniziale.

Dovendo trovare un fil rouge sotteso a tutta la vostra esperienza, quale sarebbe e quanto è stato impegnativo declinarlo in maniera ogni volta diversa?

Immagino sia il dolore nelle sue varie forme, in relazione con i condizionamenti del nostro retaggio cattolico. Però te lo dico col senno di poi, quindi in realtà penso che il prenderne coscienza sia arrivato lentamente. Se all’inizio partivamo dalla domanda “perché?”, da Pain Is On Our Side Now la domanda è diventata “come?”: non tanto perché vivere, ma come; non tanto perché utilizzare un determinato suono, ma come renderlo nostro e utile a un fine espressivo. Se all’inizio cercavamo vie di fuga tramite i suoni, nel tempo sono diventati nostri complici per definire un’idea, declinandola in modi diversi e quindi sempre più personali. Forse dire che abbiamo cercato di dare un suono al dolore non è del tutto sincero, ma rende l’idea.

Musicalmente dove sono le radici di Father Murphy?

Ritorniamo ancora lì, alla chiesa: alle arie cantate sin da piccoli, alle atmosfere, all’organo o all’harmonium con cui accompagnarsi. Al prete che ci esortava a cantare, in quanto cantare è pregare dieci volte. Alle processioni, soprattutto quelle pasquali, col senso di attesa scandito dai rintocchi, da litanie intonate prima dal prete e poi dai fedeli, stonati a volte, sgraziati nella maggior parte dei casi. Ma dal forte impatto suggestivo. Sono ancora nitidi i ricordi di un insieme di adulti che seguono il lumino di una candela e la voce del prete lungo le strade poco illuminate del quartiere. Adesso forse ne avremmo paura, e forse l’abbiamo reso un ricordo più intenso rispetto alla realtà, ma per entrambi, pur provenendo da regioni diverse, questi momenti traevano la loro forza dal carattere di rituale che iniziavamo a comprendere, il mistero che li rendeva così potenti ai nostri occhi. Quando sei piccolo il mistero è un traino; crescendo, nell’adolescenza, molto spesso respinge. Adesso il mistero ha una valenza di luogo, di memoria da cui attingere e in cui, volutamente, perdersi.

 

Nel tempo che ricerca avete fatto per costruire una sorta di alfabeto di suoni, gesti e dinamiche, soprattutto dal vivo, a cui corrispondessero sensazioni precise, proprio come in un rito cristiano – e questo inclusi anche i silenzi?

Siamo partiti proprio dal silenzio. I silenzi sono fondamentali perché ci danno la possibilità di accordare i nostri respiri, di trovare un ritmo interno, che può cercare l’unisono, come anche il contrasto, un mantice che si riempie e si svuota. Nel rito cristiano l’intera assemblea che si ritrova in chiesa sembra partecipare del mistero che sottende il loro salvatore. Tanto quanto i credenti condividono il pane, Chiara e io condividiamo l’aria che respiriamo, intesa come quantità d’aria che permette una comune e determinata emissione di suono, portandoci a diventare noi stessi strumenti insieme alla chitarra, all’organo, alle percussioni. Anche per questo motivo sul palco siamo disposti di fronte, abbiamo bisogno di perderci l’uno nell’altro, di avere coscienza dei reciproci movimenti. E quindi, per rispondere alla tua domanda, il lavoro principale è stato imparare a coordinare i nostri respiri.

Il palco è il luogo dove la vostra “liturgia” assume una potenza disarmante, con un impatto sempre fortissimo. Che tipo di preparazione, mentale e fisica, c’è dietro un’ora di set così impegnativo?

Non è sempre stato così, ma nel tempo la sensazione di essere persi all’interno dello spazio–tempo del concerto ha fatto sì che lo spettacolo diventasse sempre più una sorta di performance, un rituale appunto. La preparazione però non la associamo a quella, ad esempio, di attori che debbano prepararsi a entrare in un personaggio, ma più a due medium che stiano per condurre una seduta spiritica, lasciandosi improvvisamente prendere da una presenza quasi esterna, esagerando i movimenti, le espressioni facciali, diventando delle maschere, come a voler rappresentare delle macro idee – la rabbia, la costernazione… Negli anni è diventato fondamentale avere il controllo completo di sé, un’estrema lucidità: in quel determinato momento non c’è altro attorno a noi, è un po’ come aprire una porta in una stanza piena d’acqua ed esserne travolti.

Un aspetto importante del vostro percorso è il riscontro che avete avuto all’estero – di critica, pubblico e di collaborazioni importanti. C’è stato qualche episodio per cui, magari in seguito alla “codificazione” dell’Italian Occult Psychedelia, alcuni vostri elementi espressivi sono stati riconosciuti come italiani?

Negli anni abbiamo cercato di portare la nostra musica ovunque, adattandoci alla ricezione e alle reazioni ricevute, per quindi propendere a lavorare soprattutto in quelle zone dove c’è stato un riscontro maggiore, tanto in Italia quanto in vari paesi dell’Europa o del Nord America. Una sorta di binomio “Sole/violenza” – senza voler citare gli Heroin in Tahiti – è spesso associato, e a mio avviso a ragione, all’Italia. È come se un immobilismo tutto italiano, dato dalla politica, dalla Chiesa, dal perdersi in un passato glorioso dove il presente è ieri e il futuro un concetto troppo distante, abbia cristallizzato una certa produzione italiana. Tanto alcuni dischi quanto alcune colonne sonore partono proprio come reazione a tutto ciò, ma non sembrano mai rappresentare sfogo o ribellione, sono più la presa di coscienza di una tradizione, un marchio, una condanna. Questo secondo me in determinati ambienti è sempre stato riconosciuto. Penso al Regno Unito, alla loro passione per la musica “giallo” dei thriller/horror all’italiana, o agli USA, dove un amico ci diceva di aver scoperto i Jacula all’università, nello studiare la connessione tra certo folklore e la religione in Italia. Quindi l’Italian Occult Psichedelia è arrivata come definizione al momento giusto, quando una nuova ondata di band/proposte ha ancor meglio definito questo sostrato comune. In un momento in cui fare tour è diventato più semplice grazie a Internet, certo, ma soprattutto grazie a una sempre più fitta rete di contatti tra diverse scene/comunità. Anche se noi facevamo tour e avevamo già numerose uscite con etichette estere da prima, la creazione di una sorta di identificazione ha aiutato ed è stata da noi ben accolta. Le persone sono pigre, quindi le etichette servono.

Quando avete capito che il percorso di Father Murphy era giunto al termine?

Rising riparte da Croce – in cui il personaggio Father Murphy era andato incontro alla morte – attraverso la riscrittura di un requiem per la sua dipartita, ma è anche una riflessione sul concetto stesso di morte. La scelta di scrivere un ultimo album è venuta naturalmente, la consapevolezza che anche la band sarebbe andata incontro alla sua fine ha fatto sì che l’approccio al disco fosse più personale. Abbiamo sempre considerato Father Murphy come un progetto e, come tale, sapevamo avrebbe avuto un inizio e una fine. Burroughs ha scritto che a un certo punto il vecchio scrittore era arrivato alla fine delle parole: quando Father Murphy è morto abbiamo capito che non potevamo che chiudere con un’ultima celebrazione del suo percorso.

Nella parabola dei Father Murphy in che rapporto stanno tradizione e sperimentazione? Rising è un po’ una sublimazione dell’equilibrio concettuale, sonoro e stilistico di questo binomio?

Se in un certo senso la tradizione l’abbiamo subita, la sperimentazione si attua nel rendere la tradizione nostra, nel trasformarne i codici. Soprattutto nel caso di Rising, si è trattato di un continuo lavoro di equilibrio, essendo la nostra uscita più vicina alla tradizione della musica sacra. Tracciando invece un punto sul nostro intero percorso, penso che la tradizione iniziale cui ci riferivamo maggiormente fosse la matrice “rock” tipica della società occidentale, dai Sessanta in poi – con una propensione per la psichedelia inglese. La sperimentazione è stata la chiave, il tentativo di tradurre il tutto in una parabola personale.

La fede cristiana dice che dopo la morte del corpo lo spirito vive in eterno. Cosa resta dei Father Murphy e cosa sarà dopo l’ultimo live?

La fede cristiana punta verso il cielo. E se invece, oltre al corpo, anche lo spirito cercasse pace e riposo nella terra? Come un animale notturno in cerca della perfetta tana dove svernare, probabilmente per sempre? Di Father Murphy rimane la musica, banalmente. Rimane il nostro filtro di quel mondo, una regola autoimposta per meglio poterlo descrivere. La musica appunto, come colla del tutto. Noi, essendo in qualche modo i figli di Father Murphy, preso commiato, ce ne distaccheremo, cercando la nostra strada.

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Father Murphy sarà in concerto:

13/12 – Klang, Roma
14/12 – Napoli, Auditorium Novecento
15/12 – T Trane, Perugia
16/12 – Nub, Pistoia

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