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La vicenda Scattone e il populismo penale

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di Manuel Anselmi

La rinuncia all’incarico di insegnante nelle scuole da parte di Giovanni Scattone è un fatto di una gravità fuori dall’ordinario.

Senza entrare nel merito della colpevolezza o meno di Scattone, anche se da piu’ parti e da anni siano stati avanzati molti dubbi sull’intera vicenda processuale del caso Marta Russo, per restare ai fatti e avere una prospettiva più razionale è sufficiente ricordare che Scattone è stato giudicato colpevole di omicidio colposo aggravato, che Scattone ha scontato la sua pena e che a carico di Scattone non esiste alcuna restrizione giuridica specifica che limiti la sua libertà di lavorare e di insegnare. Pertanto il suo iter giudiziario deve essere considerato ottimale e nel pieno rispetto del principio di certezza della pena e di quello del recupero sociale del reo.

Come è stato opportunamente già notato, in un paese normale ogni volta che un reo si reintegra nella società si dovrebbe festeggiare una vittoria dello Stato e, senza alcun eccesso retorico, anche della civiltà. Pertanto, se c’è un’anomalia nel recente caso Scattone, essa è rappresentata dalla reazione di molti alla sua nomina, suscitata ad arte da alcuni titoli di giornale in chiave polemico-politica, e che ha portato l’interessato alla decisione, personale e libera, e comprensibilmente sofferta, di rinunciare. E qui il problema prima che giuridico è di tipo sociale e politico.

Di recente con Stefano Anastasia e Daniela Falcinelli, due colleghi giuristi dell’Università di Perugia, abbiamo provato a introdurre anche in Italia la categoría del populismo penale, pubblicando un libro con questo titolo (S. Anastasia, M. Anselmi, D. Falcinelli,Populismo penale. Una prospettiva italiana. Edizioni Cedam). Si tratta di un tema che da anni in altri paesi del mondo, a cominciare da quelli anglosassoni, costituisce una prospettiva di analisi scientifica delle alterate, complesse, e spesso pericolose, dinamiche che si producono tra il sistema della giustizia, la sfera della politica e l’opinione pubblica. Già solo il ritardo italiano a considerare scientificamente questo genere di questioni, è una dimostrazione ulteriore delle numerose difficoltà del nostro panorama intellettuale.

Nella numerosa famiglia dei populismi, quello penale si caratterizza per la non necessaria riconducibilità a un leader carismatico che stabilisce con il popolo una dinamica di consenso alla luce di una crisi istituzionale, come invece avviene nei più conosciuti populismi politici. Il populismo penale è quindi un fenomeno acefalo e per questo meno visibile, che consiste nell’uso distorto di informazioni, in prassi sociali che investono vari settori della società, in comportamenti collettivi e rappresentazioni sociali diffusi che contribuiscono all’alterazione di contenuti relativi alla giustizia con una finalità politica. Sotto questa larga etichetta possiamo far rientrare la manipolazione dei dati sulla criminalità nelle campagne elettorali ( basti pensare alle più recenti elezioni amministrative a Roma), le campagne di “tolleranza zero” ( a cominciare di quella di Rudolph Giuliani), alla resistenza tutta italiana a introdurre il reato di tortura, alla criminalizzazione dello straniero, ma anche alla glamourizzazione dei magistrati e quello che in Italia siamo soliti chiamare in modo vago e troppo spesso assolutorio “giustizialismo”. Il populismo penale esercita una costante azione di delegittimazione sociale delle istituzioni in materia di giustizia, indebolendo di fatto ciò che definiamo lo stato di diritto. Tutto ciò è favorito dalla complicità di molte redazioni che per non perdere il consenso dei lettori/spettatori lo cavalcano senza alcune remora deontologica. Al rispetto dei fatti giuridici (ebbene si esistono anche i fatti giuridici) si è ormai sostituita uno stile giornalistico basato sul kitsch-emozionale, dove prioritario è l’effetto di senso sentimentale sul lettore/spettatore. Un effetto di senso che lusinga il destinatario secondo un accorta retorica, i cui stilemi sono l’indignazione costante, il compiacimento dell’impotenza politica, la sfiducia per le istituzioni e il risentimento permanente per una dimensione privilegiata e ingiusta che lo esclude. E il fatto di cronaca resta solo un pretesto per ribadire tutto questo periodicamente, quasi fosse un rituale.

Che cosa si può fare per rimediare a questa deriva? Oltre alla critica intellettuale che ciascuno di noi può esercitare scrivendo, si impone un ripensamento dell’educazione del cittadino per il nostro contesto contemporaneo mediatico e disincantato. Non può bastare l’elogio paternalistico della Costituzione, piuttosto servono nuove strategie d’azione intellettuali ed educative. Perché, come ha giustamente notato Christian Raimo su Internazionale, alla base di questi comportamenti c’è “una diseducazione giuridica di massa”. Ognuno di noi può infatti ricordare come dagli anni Settanta in poi l’educazione civica, per quanto prevista nei programmi ministeriali, sia stata sistematicamente ignorata da insegnanti e dirigenti scolastici. La mentalità diffusa che è alla base del populismo penale è anche il risultato di queste lacune di Stato.

E quindi se per il caso Scattone dobbiamo proprio tirare in ballo la scuola lo dobbiamo fare per chiedere (al ministro dell’Istruzione?) che vengano prese misure sostanziali per far fronte all’analfabetismo giuridico dilagante, così come si fa del resto per il bullismo o per l’alcolismo. Altrimenti come possiamo pensare di stare nel gioco della società senza conoscerne le regole?

Commenti
23 Commenti a “La vicenda Scattone e il populismo penale”
  1. giorgio scrive:

    “Un effetto di senso che lusinga il destinatario secondo un accorta retorica, i cui stilemi sono l’indignazione costante, il compiacimento dell’impotenza politica, la sfiducia per le istituzioni e il risentimento permanente per una dimensione privilegiata e ingiusta che lo esclude.”
    nessuno si chiede perché perduri questo stato di frustrazione “popolare”? sicuramente in uno stato dove siano molto limitati i casi di privilegio e ingiustizia, dove non sia diffusa la sensazione di impotenza di fronte a tante mafie e scandali, il rispetto delle sentenze è sicuramente maggiore. non credo sia un fatto di educazione civica, quanto di cambiamento di mentalità nella selezione della classe dirigente. qualcuno la chiama, a torto, meritocrazia ma in ogni caso non basta educare un alunno se poi a casa viene insegnato allo stesso come fregare le leggi a proprio tornaconto.

  2. andrea scrive:

    “ Mercoledì 9 giugno 1999 – « La mimica inganna », ha detto a un certo punto il presidente degli avvocati. Si stava discutendo di una certa ri¬sata, non ricordo se di Scattone o di Ferraro, si era ottenuta anche l’expertise del famigerato prof. Crepet, l’iniziativa del pm Bruno Vespa si era fatta ancor più incalzante, il processo in tv era entrato nel vivo. Era, come è ovvio, un processo alle facce. Ma poi nemmeno. Le facce di Scattone e di Ferraro non hanno niente di speciale. Non hanno baffi, che so, o barbe, non sono nere o gialle, non somigliano a quella di nessuno, non hanno segni particolari: sono facce assolutamente qualsiasi, facce comuni, facce normali. La tv, si è dimostrato ancora una volta, è la catastrofe dell’immagine – di ogni iconografia, di ogni iconologia: nella tv si vede di tutto e scegliere – cioè attri¬buire un senso (un significato, un valore) – a/fra ciò che si vede è praticamente impossibile. In un certo senso – nel suo -, la tv, mo¬strando tutto, redime tutto quello che mostra. Ma è vero anche il contrario: tutto quello che viene mostrato viene accusato. Per salvarsi bisogna solo non esserci, cioè essere invisibili. Come il ca¬meraman. Oppure l’attore, che è sempre un altro. Oppure il pubblico, a casa, in poltrona. La mimica inganna? No, fa di peggio: fa impazzire. Fa impazzire chi non la fa. I mimi / il pubblico. Chissà le risate che si è fatto Benigni. “.

  3. claudio giusti scrive:

    Ma voi pensate che Scattone abbia le caratteristiche morali necessarie per fare l’insegnante???

  4. andrea scrive:

    “ Lunedì 25 settembre 2006 – « Pechino – Prima ha sbattuto ripetutamente la sua testa contro il banco. Poi le è saltato addosso, calpestandola. Subito dopo ha estratto una barra di ferro dalla tasca e l’ha colpita ancora. A questo punto, quando la giovane studentessa non dava segni di vita, l’ha gettata dalla finestra. È successo il 20 settembre scorso in una scuola media di Yonghzou, nel sud della Cina. Il suo insegnante, il 28enne Li Hengyi, è stato subito arrestato. La vittima, una ragazzina di 11 anni, si chiamava Zhang Yaoyin. L’episodio è accaduto durante una lezione di storia. Anche se si sono diffuse voci su altri casi in cui il professore aveva picchiato degli alunni, le autorità non riescono a spiegarsi il motivo dell’omicidio. » (Dal web) “.

  5. SoloUnaTraccia scrive:

    Tipico italian-style: ci s’indigna per un ex-galeotto assassino che ha scontato la pena mentre corrotti, corruttori, mafiosi, puttanieri, cocainomani e ladri in parlamento a legiferare, nei tribunali a sentenziare e nelle pubbliche amministrazioni ad amministrare senza preoccupazione alcuna vanno benissimo.
    Nel frattempo un ex-fotografo delinquente di mestiere e per passione, a seguito di condanna in via definitiva a 13 anni o giù di lì, se ne scorrazza tranquillo da una trasmissione televisiva a un festival cinematografico. “In galera stava male”, ha stabilito qualcuno.
    Come diceva il tizio che precipita dal grattacielo citato nell’Odio di Kassovitz: “Fino a qui tutto bene…”

  6. Il discorso sull’Italia forcaiola è vecchio e probabilmente giusto, ma anche poco utile finché, come ha detto qualcuno, non se ne scoprono le cause. Secondo me la lente deve spostarsi su Scattone stesso, al quale prima della shitstorm mediatica non è passato per la testa di nascondersi al pubblico in un ruolo meno visibile che l’insegnante. Questo a prescindere da come egli stesso percepisca la propria stazione morale. In una civiltà diversa, il desiderio d’oblio dovrebbe essere preminente su quello di riaffermazione. Sarebbe la civiltà della vergogna, che non sarà sanissima a livello psichiatrico ma è certo molto meglio di questa dal punto di vista dell’ordine sociale.

  7. andrea scrive:

    “ Mercoledì 9 giugno 1999 – Il giornalista è uno che fa le domande. Ma quello che è strano è che sa già le risposte. Come quel mio collega che, appena arrivò in redazione la notizia della bomba alla stazione di Bologna, disse: « Sono stati i fascisti ». Come faceva a saperlo? Però lo sapeva. Non è vero che i giornalisti non sanno niente. Sanno poche cose, ma tutte quelle giuste. Come ieri Bruno Vespa che a un certo punto ha dato a Ferraro del « dannunziano ». Magari Bruno Vespa non sa niente di D’Annunzio – invece forse no, perché è abruzzese -, ma sa che « dannunziano » è un insulto. Oppure Marta Russo. I giornalisti sanno che è stata ammazzata, sanno che qualcuno dev’essere stato, sanno che il padre di Marta ha diritto a un colpevole. I giornalisti sanno che c’è la colpa. E qualcuno che se la prende si trova sempre, si deve trovare. “.

  8. Urizen scrive:

    “Il discorso sull’Italia forcaiola è vecchio e probabilmente giusto, ma anche poco utile finché, come ha detto qualcuno, non se ne scoprono le cause”
    Il discorso è sull’Italia forcaiola? O sulla direzione mediatica di campagne orchestrate per titillare e sollevare sentimenti forcaioli?
    Nasce prima il media o l’opinione che solletica? Domanda oziosa: senza giornali e telegiornali che battevano sul tasto dell’indignazione intervistando i parenti della vittima, queste figure sacre dalla testimonianza oracolare chiamate ancora oggi, come ai tempi di Hammurabi, a decidere della sorte del reo (legge del taglione o risarcimento, gogna sociale o redenzione), non staremmo parlando di questo caso e Scattone sarebbe una persona qualunque, come dovrebbe essere.
    L’opinione pubblica, per quanto possa magari essersi schierata negli scantinati di facebook, non c’entra un fico in questa storia, è tutta una faccenda di media, ovvero di quei pochi “influencer” stazionati dentro le redazioni di giornali, telegiornali e trasmissioni telelesive del pomeriggio e dei talk show. Poche centinaia di persone che decidono di cosa si parla e come se ne parla, persone che se decidono di muoversi all’unisono (e le dinamiche di questo particolare settore fanno sì che la tendenza al coro monofonico virante al rumor bianco su qualsiasi voce diversa sia tremendamente comune – i motivi di ciò lascio ad altri stbilirli, immagino che omogeneità sociale e sistemi di selezione particolarmente rigidi siano buone ipotesi su cui lavorare).
    L’attacco a Scattone discende dall’insoddisfazione diffusa per la soluzione giudiziaria del caso, e a quel bel ruolo di giustizia che il potentato mediatico si autoattribuisce scagliandosi sul capro espiatorio di turno in nome di una qualche vittima innocente di cui, secondo traiettorie prive di qualunque valutatività razionale ed equanimità (i pesi e le misure che si adottano secondo le differenti vittime e i differenti carnefici sono infiniti e tendenzialmente motivati da considerazioni abiette di ordine politico o scandalistico), prendono le parti.
    La mediocrità e disonestà intellettuale alberganti nel sistema dell’informazione, aspetto collegato ai criteri di selezione servile che quel mondo attua in maniera piuttosto rigorosa, ci dovrebbe spingere, più che a codificare il concetto di populismo penale, a ripensare completamente il concetto di libertà di informazione e a considerare dove sussistano limiti a questa libertà prima che diventi odiosa prevaricazione della libertà altrui (nè il caso Scattone è certo il più grave, in questo senso).

  9. andrea scrive:

    “ Giovedì 8 ottobre 1998 – « Hai voglia a dì… quei due so’ assassini… e il pastore macedone?… hai visto il pastore macedone?… nun ce bastavano i nostri… e Gelli?… hai visto Gelli?… » Ma che c’entra Gelli con Scattone & Ferraro, che c’entra con il pastore macedone? Poi capisco: è la globalizzazione. « Non sarà il telegiornale? » Maybe ist la misma chose. “

  10. Sono assolutamente d’accordo a patto che tutto questo ragionamento estremamente civile e corretto si estenda ad ogni professione e mestiere e nie confronti di chiunque. Anzi, soprattutto nei confronti dei lavoratori a baso profilo intellettuale. Un ostacolo che sta nei requisiti d’accesso che riguardano gli impieghi pubblici, per i quali è inibita la possibilità anche solo di concorrervi se si è commesso un reato, anche molto più lieve di un omicidio colposo. . Dagli ordini professionali tutti (anche per reati molto meno gravi) fino alla stessa professione di insegnante, credo. Fa specie che tanta intellighenzia di Minima e Moralia non si sia mai scomodata nel denunciare questo obbrobrio legislativo medievale che perdura da anni e che col tempo, in virtù della crescente politica sulla “paura” è andato strutturandosi in modo sempre più severo. Dei poveri cristi, per il sol fatto che non appartengono al rango di insegnanti o intellettuali, che hanno scontato la pena, rieducati, pentiti, che tentano invano di rientrare nel mondo del lavoro, nessuno parla, alcuna nobile sensibilità si indigna se uno con la terza media viene rifiutato per esercitare il mestiere di bidello solo perché magari ha commesso un furto . Quest’atteggiamento di profferire il Verbo solo di fronte al caso giornalistico o per difendere il personaggio intellettuale e per ostentare una finezza argomentativa, mi fa letteralmente vomitare.

  11. alex scrive:

    “Senza entrare nel merito della colpevolezza o meno di Scattone, anche se da piu’ parti e da anni siano stati avanzati molti dubbi sull’intera vicenda processuale del caso Marta Russo…”

    Ma cosa stai dicendo? Ma veramente vogliamo assassini come educatori? Fai una cosa affittalo per fare lezioni private ai tuoi figli se ne hai….

    oramai in Italia son normali le cose assurde…. is chiama assuefazione alla puzza di m. saluti!

  12. andrea scrive:

    “ Venerdì 5 marzo 1999 – « Il colpo io l’ho sentito venire dall’alto », conferma la testimone del delitto Martarusso. “

  13. Carlo scrive:

    Carissimo Anselmi,
    concordo in pieno con la tua analisi e indignazione. Sono anni che polemizzo con tutti riguardo a Scattone e Ferraro.
    Dal tono dei commenti temo, però, che ci sia poca speranza di superare il populismo penale.

  14. Sandro scrive:

    A me sembra che la questione si possa porre solo in due termini: o si afferma che Scattone è innocente e allora anche i cinque anni sono “un fatto di una gravità fuori dall’ordinario” oppure il fatto davvero grave è che la sentenza non abbia previsto l’interdizione dai pubblici uffici. In quel caso si tratterebbe di una persona che ha sparato a una studentessa in un’università che torna a insegnare ad altri studenti. Secondo questa logica dovremmo batterci perché Spaccarotella torni a fare la Polstrada sull’A1?

  15. andrea scrive:

    “ Lunedì 16 giugno 1997 – Dice che l’assistente arrestato per l’omicidio di Marta aveva fatto la tesi sulla Città del sole. « Così s’impara » Che cosa? « A scherzare col sole ». “

  16. Lucia De Santis scrive:

    Ma il populismo, l’appello dei media alla pancia del pubblico prima ancora (molto prima), di avergli descritto o ricordato i dati, si fa sempre: sia per suscitare cattivi sentimenti, sia per suscitarne di buoni.

    Per ottenere dissenso sul trasferimento degli insegnanti salta subito fuori la coppia di insegnanti marito e moglie con figli che devono trasferirsi entrambi e quindi dividersi i figli come fosse un divorzio (e per ricordare l’articolo 98 della Costituzione bisogna aspettare magari gli stessi insegnanti, vedi qui Fillioley).
    La foto del bambino morto sulla spiaggia è servita a suscitare un’ondata improvvisa di consenso sui profughi, prima che la brutalità dei numeri riportasse tutti alla realtà.
    E gli ogm che sono Veleno e il biologico che è l’Acqua santa (ma cosa è “biologico”, poi, mah?).
    E Pasolini nostro unico santo laico, l’unico intellettuale martire per la Verità, l’ultimo intoccabile, l’Unico (anche per me, dico): trascurando il piccolo particolare che se fosse vissuto qui e ora l’avremmo fatto fuori mediaticamente in mezza giornata, bollandolo come pedofilo: molto più e molto peggio che nell’infinità di processi che dovette affrontare.

    La realtà ci viene rappresentata come ai bambini nei cartoni animati: lo sai subito chi è il buono e chi il cattivo, ancora prima che faccia qualcosa, ancora prima di vederlo, dall’inquadratura, la luce, la musica: sai già come devi reagire, che faccia fare.

  17. Elisa scrive:

    Vorrei sottolineare due aspetti:
    1. Ci troviamo di fronte a uno dei processi più controversi e dibattuti del secondo dopoguerra (qui liquidato con una frase di comodo: “Senza entrare nel merito della colpevolezza o meno di Scattone, anche se da piu’ parti e da anni siano stati avanzati molti dubbi sull’intera vicenda processuale del caso Marta Russo”)
    2. In uno stato di diritto l’opinione pubblica non può e non deve essere ricondotta sotto l’etichetta di “populismo” per il semplice fatto di voler difendere una certa tesi (in questo caso l’importanza del recupero sociale del reo e il rispetto della sentenza). Fra quanti si sono indignati per l’incarico assegnato a Scattone in qualità di insegnante c’è chi – come la sottoscritta – conosce bene gli anni processuali e da anni continua a rifiutare questa sentenza. E non per questo deve essere accusato di giustizialismo o populismo.
    3. E’ bene interrogarsi sull’opportunità che un colpevole di omicidio – indipendentemente dal caso in questione – possa essere riabilitato all’insegnamento dei minori. Si tratta di una questione delicata che non può essere liquidata non la semplice constatazione di non restrizione giuridica stabilita da una sentenza.

  18. Caterina P. scrive:

    Una sola domanda all’autore dell’articolo: quindi andrebbe bene che insegnasse ai tuoi figli adolescenti? Perché a me non starebbe tanto bene se insegnasse ai miei. Potrebbe invece essere ottimamente impiegato nelle scuole serali o nelle carceri.

  19. Fabio scrive:

    Credo che Scatone sia colpevole; ricordo il processo e l’ambiente mefitico di quell’Istituto omertoso (ma non dovevano essere già dipartimento?) e la non proprio elegante figura fatta dall’allora rettore.
    La pena è scontata questo è il “fatto giuridico” questo è lo stato di diritto. Su questo, aggiungo, l’ottimo commento di Bordin sul Foglio di oggi. Pienamente d’accordo con Lucia De Santis (su Pasolini sono d’accordissimo). Vado a comprare il libro.

  20. Chiara scrive:

    Chissà come si sarebbe espresso Pasolini. Dubito avrebbe difeso un assassino condannato da una sentenza di questo tipo appellandosi allo stato di diritto.

  21. giuseppe scrive:

    Un fatto è l’aspetto giuridico per cui Scattone ha pagato il suo debito con lo stato e si è riscattato pienamente; un altro essere un buon insegnante. Dimenticavo volutamente o non è simbolo della confusione odierna che regna nel settore educativo. Perché, altrimenti, è stato licenziato dall’università, mentre per il Ministero della pubblica istruzione può insegnare? Un paradosso inesplicabile razionalmente se non con una logica incoerente, cioè che la scuola italiana è un calderone indifferenziato.

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  1. […] spesso in questi anni tendiamo a dimenticare, dentro a un processo più ampio che è stato definito “populismo penale”. C’è il rischio, che avevo ben presente scrivendo il libro, utilizzando anche le carte […]



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