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La rider di organi

di Giada Ceri

E allora finalmente ho capito.
Mi piacerebbe poter iniziare o finire così, ma il fatto è che da capire non c’era nulla, non alla fine e nemmeno al principio, nulla da scomporre, analizzare, ricomporre ed elaborare. C’era soltanto da fare, parecchio e tutto insieme, mentre noi eravamo pochi, pochissimi, un manipolo insufficiente al compito che lo attendeva, e se finora è sempre andata a finir bene lo si deve a una combinazione di variabili imprevedibili ed eterogenee che nel mondo può chiamarsi caso, destino oppure dio ma nel Gruppo porta il nome del Fondatore.
Camicia, jeans, sneakers, e l’espressione, il tono, i gesti di chi pensa che i veri eroi si travestono da persone qualunque, il Fondatore è quello che si potrebbe definire un comune uomo di mezza età (se l’essere umano campasse comunemente fino a centoventi anni) forgiato da una vita trascorsa a confrontarsi con dei non. Il Fondatore non è altri che lui, non pensa che i propri pensieri, non fa altro che quanto ha deciso di fare, e ha una certa inclinazione per le domande che non cercano una risposta perché questa è implicita nella domanda medesima oppure è ovvia al punto che non occorre aggiungere altro.
È lui a presiedere il Gruppo, lui lo ha fatto nascere venticinque anni fa e continua a guidarlo, anche se di fatto in ufficio sono in tre, il Fondatore, il suo braccio destro e quello sinistro, coordinatrice e assistente cioè – triangolo scaleno, lati diversi e angoli diversi, perché chi l’ha detto che l’uguaglianza è un valore?
Il Fondatore non alza mai la voce, non perde la calma, né l’appetito, né il sonno, niente ha da rimproverare a se stesso, ma la porta del suo ufficio è sempre aperta per chi voglia venire a dimostrargli il contrario; e da un quarto di secolo la sua vita coincide con la vita del Gruppo.
Su basi del genere sarebbe legittimo coltivare determinate ambizioni, tanto più in un mondo che, nonostante la resistenza di certe tradizioni, cambia velocemente. Due anni fa papa Francesco ha introdotto una nuova fattispecie dell’iter di beatificazione e canonizzazione, l’offerta della vita, e sebbene una fattispecie del genere si richiami a casi come quello del francescano Massimiliano Kolbe, sacrificatosi al posto di un condannato al bunker della fame di Auschwitz, il Fondatore ha tutto il diritto di sperare che un giorno verrà canonizzato anche chi, come lui, offre la vita senza sacrificare nessuno.

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Partirai il prossimo martedì, mi annuncia poche settimane dopo il mio ingresso nel Gruppo. Colonia-Salamanca, un nostro classico si può dire, missione liscia come un buon whisky giapponese… Tu sapevi che il whisky migliore oggi si produce in Giappone?
Oltre tre milioni di chilometri percorsi su strada e diecimila in aereo, settanta volontari impegnati, centosettanta città raggiunte in cinquanta Stati diversi sparsi fra i cinque continenti, Inghilterra Canada Florida Polonia Israele Brasile Armenia Turchia, una lista che si allunga ogni anno. Diecimilacinquecento missioni sono state organizzate in questo ufficio ricavato da un appartamento di settanta metri quadrati con vista sui binari della ferrovia, e ognuna è stata condotta a termine. Come questo finora sia stato e continui a essere possibile io oggi non saprei dirlo, eppure è così e tanto sembra bastare, perché nel Gruppo quello che conta è l’esito, e se mediamente i progetti messi in cantiere si rivelano più lunghi e più costosi di un terzo rispetto alle previsioni iniziali, be’, Qui non ce lo possiamo permettere. Una missione felicemente compiuta è una missione che rientra nei tempi fissati, e la regola per cui il ritardo è costitutivo di ogni impresa conosce delle eccezioni, pochissime e rare ma le ha: Noi siamo una di queste eccezioni. Sì, certo, perfetto significa morto, e nessun processo evolutivo si darebbe senza l’errore, perché l’imperfezione è presupposto della vita stessa e della libertà – nel Gruppo nessuno intende confutare Darwin o Popper, ma la libertà, a cosa ci serve la libertà? Quello che dobbiamo fare noi possiamo farlo in un modo soltanto: presto e bene.

Partirò alla vigilia del 25 di aprile e questo per la prima volta per me sarà un giorno qualunque. Niente deve interferire con la missione, Pasqua, Natale o Liberazione che importa? E poi in Spagna e in Germania neanche la festeggiano.
Ritirerai a Colonia, continua il Fondatore, e consegnerai a Salamanca passando per Madrid, Madrid Chamartin ovviamente, non Puerta de Atocha, la stazione dell’attentato del marzo 2004, centonovantuno morti e duemilacinquantasette feriti, ma anche quella con il piazzale dei binari convertito in giardino tropicale, prima la morte e poi la rinascita… Si ferma, mi guarda, annuisco. Madrid Chamartin, certo, in tempo per prendere l’ultimo treno diretto a Salamanca, che raggiungerò in serata o la mattina seguente, questo ancora non è dato saperlo, ogni cosa a suo tempo. Quando arriverò, comunque, a qualsiasi ora arriverò dovrò dirigermi verso il luogo della consegna con il mezzo più sicuro e più rapido. Tutto chiaro fin qui?
La vigilia del 25 è fra una settimana. Tu pensaci, dice il Fondatore, pensaci bene e poi decidi. Se dirai di no noi lo capiremo. Non potremo accettarlo, ma lo capiremo.
Se dico di no qualcuno che prenda il mio posto si troverà. Nel Gruppo siamo pochi, è vero, membri nuovi ne arrivano solo di quando in quando e i veterani nel frattempo invecchiano, hanno la pressione alta o la flebite, genitori che si sono rotti il femore oppure nipoti che stanno per nascere, cani appena adottati, impianti dentali o idraulici da aggiustare… Tuttavia nessuna missione è mai stata rifiutata o annullata finora, qualcun altro si troverà che parta al mio posto se io dico di no. Ho ancora alcuni giorni per pensarci, non devo rispondere subito, posso dire di no… Ma se dico di no perdo il lavoro e io non posso perdere questo lavoro.

Il Fondatore mi allunga un foglio. È l’itinerario di viaggio predisposto già nei dettagli, mezza pagina fitta di sigle degli aeroporti, orari dei treni, codici dei voli. Quattro aerei e quattro treni in quattro giorni, chissà se questo significa qualcosa. Quattro sono i punti cardinali e i bracci della croce, al quattro è associata la Madre Terra, simbolo di solidità, stabilità, sicurezza… Sembrano buone premesse.
Alzo gli occhi dal foglio e non apro bocca. Forse invece dovrei dire qualcosa, fare qualcosa, manifestare un po’ di entusiasmo di fronte alla mia prima missione, il battesimo ufficiale, la soglia che sto per varcare diventando parte del Gruppo a tutti gli effetti… Il Fondatore è in piedi dietro la scrivania e forse adesso dovrei alzarmi anch’io, guardarlo apertamente negli occhi in modo da esprimere presenza, fermezza, orgoglio per quel senso di appartenenza del quale mi ha parlato la prima volta che ho messo piede qui dentro, l’appartenenza, condizione tanto irrinunciabile per lui quanto aliena da me. (Posso far parte del Gruppo senza appartenergli? Devo identificarmi con il Gruppo per poterci lavorare? Posso lavorarci senza dire Noi?)
Restiamo entrambi in silenzio, insomma, poi lui esce dalla stanza e torna qualche istante più tardi reggendo tra le dita un oggetto di metallo a forma di tartaruga con una vela sul carapace e una scritta: Festina lente. Era il motto della mia vecchia scuola elementare, dico, ci passo davanti ogni tanto ed è sempre al suo posto. Scuola di differenziazione didattica la chiamavano ai miei tempi, un’esperienza sperimentale che ancora oggi rappresenta un caso a sé… Lui mi ascolta, non dice niente, e alla fine rimango di nuovo zitta anch’io. Festina lente, come mi è uscito? Per entrare a far parte del Gruppo si richiede un inglese decente e magari il castigliano, non è obbligatorio ma un po’ di castigliano sarebbe utile conoscerlo visto che la quasi totalità delle missioni si conclude in Spagna, comunque fra italiani e spagnoli il modo di intendersi alla fine si trova. Il latino invece no, proprio no, lasciamolo stare, perché complicare inutilmente le cose?
Affrettati lentamente, mormora infine lasciandomi la tartaruga sulla scrivania. Non è soltanto un motto per noi, è l’imperativo che ci orienta a ogni passo. Agisci senza indugio ma con cautela, sii rapida e sollecita senza però correre inutili rischi perché, ricordalo sempre, non sarà sulla tua pelle che lo farai. Domande?
Questo sarebbe il momento di parlare, e io non parlo. Non ho domande da fare, forse più tardi ne avrò, anzi sono certa che ne avrò, ma adesso ho soltanto una massa di informazioni che in poche settimane si sono accumulate in un mucchio indistinto, compatto, inattaccabile dentro la testa. Non saprei neanche da che parte iniziare, ricominciare da capo non si può, ormai è tardi, ho già perso terreno. Quindi resto seduta e non chiedo nulla, il momento passa e io lo lascio passare. È già successo. Arriva sempre un momento così in cui potrei dire qualcosa, Questo non sono in grado di farlo, non è proprio roba per me… È già successo, la storia non è magistra di niente che mi riguardi.

Il Fondatore mi saluta e se ne va. Lo aspettano non ricordo dove per consegnargli un premio, uno dei tanti premi che periodicamente riceve e personalmente ritira, a nome di tutto il Gruppo s’intende. E potrei andarmene anch’io; invece rimango qui. In una settimana possono succedere tante cose, la missione potrebbe essere annullata, fino all’ultimo non si sa mai… L’unica certezza è questo telefono che mi ha lasciato sulla scrivania insieme alla tartaruga. Ecco qua, da adesso faccio parte del Gruppo a titolo pieno, ho anche un telefono di servizio, compagno di ogni nuova missione e galleggiante cui potrò afferrarmi a qualunque ora del giorno o della notte subito trovando dall’altra parte qualcuno pronto a rispondermi – il Braccio Destro, più esattamente, che c’è sempre, c’è per tutti. Quando arrivo in ufficio, la mattina prima delle otto, trovo la coordinatrice già davanti al suo infallibile Mac sul ciglio della sedia come se da un momento all’altro dovesse precipitarsi fuori da qui a salvare qualcuno o saltargli alla gola – potrebbe fare entrambe le cose con la stessa rabbia e la stessa esattezza. Felpa, pantaloni cargo e scarpe da ginnastica, massima praticità con il minimo sforzo perché tutti gli sforzi devono convergere sul compito che si è assunta, cioè far arrivare i membri del Gruppo ovunque nel mondo entro i termini stabiliti nonostante le cancellazioni dei voli, i ritardi, gli scioperi, gli accidenti e gli imprevisti – è nel regno dell’imprevisto, d’altronde, che il Gruppo trova la propria stessa ragion d’essere; e lei ci riesce ogni volta. Partenze, arrivi, deviazioni obbligate e scorciatoie, ha tutto dentro la mente, negli occhi, nel sangue. Sarà un talento di famiglia, chissà, suo nonno ha lavorato per anni nelle ferrovie dello Stato, forse davvero il sangue non mente, buono o cattivo che sia.
Ieri mi ha mostrato una sua immagine di quando era bambina. Labbra strette, sguardo dritto, gli stessi occhi di oggi – questa donna ha dentro qualcosa che sembra sempre lì per scoppiare. Abita due piani sotto l’ufficio, in un appartamento comprato a un’asta. Un vero colpo di fortuna, dice, perché vuoi mettere la comodità, quattro rampe di scale e sei qui per ogni evenienza, alla tua postazione, con tutto quello che occorre per prestare assistenza a chi si trova in missione magari dall’altra parte del mondo, loro chiamano e tu ci sei, sempre pronta, giorno e notte, come no, proprio un colpo di fortuna.

Martedì 24 aprile, sette e un quarto, vento fiacco da ovest. Alzo gli occhi e guardo il cielo. Si sta mettendo al brutto, nel pomeriggio pioverà, ma io non sarò più qui. La mia missione inizia adesso: 01, partenza da casa.
Digito il codice sul telefono di servizio e lo invio. Da questo istante in ufficio sapranno costantemente dove mi trovo e a fare che cosa (dovrei sentirmi rassicurata?) tramite il codice assegnato a ogni step della missione – non fase, passo, passaggio, ma energico step, efficiente e dinamico come si chiede di essere a chi fa parte del Gruppo. 01 partenza da casa, 02 arrivo in aeroporto, 03 controlli superati oppure no, c’è stato un problema, potete aiutarmi? Tutto nel Gruppo inizia e finisce con un codice, lettere numeri e nessun nome, I nomi li conosciamo ma non devono uscire da qui, ha detto il Fondatore, assolutamente no, altrimenti scoppia un casino e non ne caviamo le gambe. A volte si esprime così, gli piace alternare registri diversi, e a tratti si ravvia sulla fronte un ciuffo che subito ricade giù, non sembra dargli davvero fastidio ma lui ogni volta lo scosta. Un gesto inutile, fine a se stesso. Anche il Fondatore ha bisogno di concederselo, di quando in quando, dopo venticinque anni qui dentro.
Mi chiudo la porta di casa dietro le spalle, raggiungo l’auto, carico il bagaglio, accendo il motore, ingrano la marcia. Pronti, partenza, via? Spengo il motore. Che ore sono? Ho il tempo per un ultimo controllo, questo è proprio l’ultimo, l’ultimo e poi basta. Scendo dall’auto, riapro il bagagliaio, ecco qua, direi che c’è tutto, trolley, documenti, caricabatteria…

Prendo posto sull’aereo, allaccio la cintura e per la prima volta ascolto attentamente le istruzioni di sicurezza – uscite di emergenza, finestrini alari, sentiero luminoso sul pavimento, salvagente, grazie per l’attenzione – poi mi immergo nella rilettura delle Istruzioni per il corriere, la Bibbia del Gruppo, manuale di regole calibrate perché nemmeno un passo vada sprecato o un minuto perduto lungo la strada che porterà al compimento della missione. La prima regola dice: massima cautela nei giorni che precedono l’imbarco e fin quando tutto non sarà finito. Nutriti in maniera adeguata, rispetta semafori e precedenze, evita gli sbalzi troppo bruschi di temperatura e soprattutto astieniti da qualunque attività presenti un rischio sia pur minimo di cadute, distorsioni, fratture. Proibito farsi male, proibito anche morire.

Per questa volta non si muore. L’atterraggio a Francoforte è perfetto, e all’ora prevista; potrò prendere il primo treno diretto a Colonia e arrivare per tempo.
Mi slaccio la cintura di sicurezza, saluto il capitano e gli assistenti di volo, eccomi fuori, fa quasi caldo, sta andando tutto come deve andare… Colonia-Salamanca, davvero liscia come un buon whisky. E adesso cerchiamo la stazione. Frankfurt Main Hbf, dice il cartello. Bene, ma il mio binario? Quale sarà il mio binario? È scritto tutto in tedesco, io non conosco il tedesco, proviamo a seguire l’istinto? Seguiamo l’istinto, passo fermo e sostenuto, giù per questa rampa di scale a sinistra… E poi di nuovo su. Maledico l’istinto, la mia invincibile resistenza alle lingue straniere e anche il trolley, già che ci sono, l’imprescindibile trolley, protesi tassativa: una missione senza trolley presenta margini non trascurabili di potenziale fallimento.
Io non ne ho mai avuto uno prima di oggi – non ero ancora nata quando il valigiaio Bernard Sadow lo brevettò – e in effetti nemmeno adesso lo posseggo. Quello che mi trascino dietro da stamani me lo ha prestato una volontaria del Gruppo dopo aver visto il borsone di pelle che mi ha accompagnato in più di un viaggio, relitto di un tempo lontano, ingombro inutile che potrebbe diventare addirittura dannoso… E poi non è neanche cruelty free.

Dalla stazione di Colonia all’albergo in cui dormirò questa notte sono appena dieci minuti a piedi. Io ci metto un po’ di più ma comunque ci arrivo, non c’è fretta del resto, sono le quattro, ho due ore vuote davanti. Soltanto alle sei potrò telefonare al CC – in ufficio è così che lo chiamano, “collection center” richiede tempo e il tempo non si può sprecare, rappresenta il core business del Gruppo. Il nostro tempo è il presente, il nostro orizzonte coincide con l’esito della missione – e oltre questo limite estremo a nessuno è chiesto di spingersi. Nessuno pretende che tu sia in grado di prevedere quello che accadrà, ha detto il Fondatore, tuttavia ci aspettiamo che sappia affrontare quello che può accadere in maniera efficace e opportuna, quello che può accadere ma anche quello che potrebbe non accadere, non dovrebbe accadere e invece accade. Quindi: prontezza, flessibilità, dinamismo, ecco cosa ci si aspetta da me, capacità di rendere il meglio anche sotto pressione, essere all’altezza del compito… Le stesse parole, gli stessi passepartout a ogni nuovo lavoro. Ma rendere a chi? Il meglio per chi?

Le quattro. Cosa faccio da adesso fino alle sei, doccia corroborante, due sorsi di Kölsch e passeggiata in centro ad ammirare il capolavoro del gotico tedesco? Non se ne parla nemmeno. La costruzione della cattedrale di Colonia, oltretutto, ha richiesto sei secoli ed è costata uno sproposito, qualcosa come dieci miliardi di euro attuali, uno scandaloso sproposito, altro che capolavoro. Tutte quelle pietre fatte arrivare dal Drachenfels, il basalto del Siebengebirg… Se le cave principali si trovavano a cinquanta chilometri dalla città, perché non cambiare semplicemente progetto? Esiste sempre un’alternativa, ha detto il Fondatore, una soluzione diversa al problema che devi affrontare, presente indicativo, perché un problema prima o poi capita e bisogna chiamarlo con il nome che ha. Non inconveniente o disgrazia, come l’altro giorno mi ha spiegato il Prof, che fa parte del Gruppo da quattro o cinque anni e in realtà professore non è ma lavora come impiegato in qualche ufficio comunale. Problema è ciò che ci viene gettato davanti, mi ha spiegato accavallando una gamba sull’altra mentre si puliva gli occhiali con un lembo della camicia, il fratello etimologico del progetto, verso il quale soltanto per ignoranza proviamo maggior simpatia. La sostanza non cambia, però: entrambe le parole guardano avanti.

Le cinque e mezzo, ancora trenta minuti e poi chiamerò il centro prelievi. Chiara, puntuale, concisa: sono gentili ma non hanno tempo da perdere al telefono. Tra poco li chiamerò e mi diranno se potrò presentarmi domattina alle otto oppure dovrò aspettare fino alle due. Le due del pomeriggio. Non ci voglio neanche pensare.
Aspettare fino alle due significa non poter tornare a Francoforte in tempo per imbarcarmi sul volo diretto a Madrid, correre attraverso l’aeroporto fino alla metropolitana, prendere l’ultimo treno per Salamanca e arrivarci in serata, consegnare, tornarmene a casa. Aspettare fino alle due significa arrivare all’aeroporto Adolfo Suárez poco prima della mezzanotte e partire per Salamanca il giorno seguente, all’alba del giorno seguente, dopo aver passato tutta la notte in albergo da sole: io e due sacche di cellule staminali.

Cellule primitive, non ancora specializzate, capaci di trasformarsi. Le staminali emopoietiche sono come adolescenti che non hanno ancora deciso cosa faranno, cosa vogliono diventare. Il loro destino non è stato tracciato, e ci si aspetta molto da loro.
Nei casi di leucemia e altre malattie ematiche potenzialmente letali un trapianto di cellule staminali del sangue rappresenta spesso l’unica speranza di guarigione perché può ripristinare la funzione ematopoietica del midollo. Ma il trapianto richiede una compatibilità fra donatore e ricevente che si verifica soltanto una volta su quattro in ambito familiare e una volta su centomila tra non consanguinei. Per questo motivo, ha detto il Fondatore, ogni singola persona che si registra come donatore rappresenta per chi attende il trapianto una speranza di vita. Noi siamo i corrieri di questa speranza.
In tutto il mondo esistono registri nazionali di potenziali donatori, banche dati collegate in una rete attraverso la quale crescono le probabilità di trovare un donatore compatibile. Chi si iscrive, infatti, si mette a disposizione di tutti i pazienti: non è possibile registrarsi esclusivamente per una determinata persona. Il donatore comunque può ritirare il proprio consenso in ogni momento – la donazione è sempre un atto volontario, e anonimo, gratuito. Che non rientra fra le procedure considerate rischiose, a parte gli incerti dell’anestesia nel prelievo chirurgico e alcuni effetti collaterali legati al prelievo da sangue periferico. La legge n. 52 del 2001, inoltre, ha definito e riconosciuto i diritti dei donatori. Trasparenza, dunque, chiarezza, e liste d’attesa in diminuzione: il flusso di pazienti costretti a curarsi all’estero si è interrotto da tempo, i trapianti di cellule staminali emopoietiche sono aumentati del cinquantunovirgolatre per cento lo scorso anno, la campagna nazionale di reclutamento alla sua terza edizione ha arruolato quasi quattromila nuovi donatori.
Di questo esercito io non faccio parte.
Pochissimo sapevo di cellule staminali e midollo osseo prima di entrare nel Gruppo, al registro IBMDR non mi sono mai iscritta e adesso è troppo tardi. Ho superato i trentacinque anni, peso meno di cinquanta chili, sono fuori da ogni parametro.

Le sei, posso chiamare. Mi siedo sul letto davanti a una riproduzione della Dama con l’ermellino incorniciata accanto alla finestra, prendo il telefono, digito il numero del centro prelievi sotto lo sguardo di questa giovane donna – sguardo imperturbabile e deciso, come anche a me si chiede di essere. Il corriere deve avere piena coscienza di quanto delicato e critico sia il compito che gli viene affidato, dicono le Specifiche tecniche per il trasporto delle cellule staminali, deve sapere che la mancata consegna delle CSE nel tempo previsto potrebbe esporre il paziente a rischio di decesso. (Lo so, certo, lo so.) Non potrà consumare bevande alcoliche durante il trasporto, né fare uso di sostanze stupefacenti. Dovrà mostrarsi disponibile e cooperativo con tutte le autorità, possedere senso pratico, riuscire ad affrontare le emergenze… So anche questo, so tutto quello che è necessario sapere, ma saperlo non mi serve a nulla: io non sono così. Le emergenze mi confondono, l’adrenalina non è il mio carburante e non do il meglio sotto pressione. Comunque, non il meglio per me.

Con il telefono in mano mi avvicino alla finestra, la apro. Dà su una piccola corte vuota. Non c’è nessuno, nessuna voce, nessun rumore. Quattro nove due due uno… Digito il numero e non penso a nulla, non sento nulla. Mi hanno detto di chiamare alle sei ed ecco, uno squillo, due, sono in piedi accanto alla finestra, guardo il vuoto davanti a me con il telefono in mano e aspetto. La Dama del ritratto continua a sorridere, sorride anche se le volto le spalle, sorride comunque, è lì apposta per questo e anch’io faccio quello per cui sono venuta fin qui, mi attengo alle regole, seguo le istruzioni, conto gli squilli – tre, quattro – adesso rispondono. Sono le sei, adesso rispondono.
Il mio cuore è un muscolo che pompa sangue e non sente nulla, non sente più nulla, neanche la paura.

La MediaPark Klinik, Centro per la donazione di midollo osseo e cellule staminali, è stata fondata dieci anni fa come stabilimento permanente a Colonia della Cellex GmbH. Il mio appuntamento è fissato per questa mattina alle sette e mezzo, fra un’ora. Dall’albergo alla clinica sono ottocentocinquanta metri, ma io sono già per strada da un po’, cammino da quaranta minuti e non so dove andare.
Im Mediapark numero 3, ecco qua, l’ho anche cerchiato in rosso sulla mappa… Io però sulla mappa non ci sono. Dove mi trovo? Alzo gli occhi, giro lo sguardo intorno, cerco qualcosa di familiare, un caffè, un negozio, l’angolo di una strada, come se potesse riuscirmi familiare qualcosa in questa città nella quale non avevo mai messo piede prima di ieri.
Mantenere la calma, non perdere la lucidità… Sono appena le sei e mezzo, il tempo non è ancora un problema, e i problemi comunque si affrontano, ha detto il Fondatore, si affrontano e si risolvono. Basta mantenere la calma, non perdere la lucidità, cercare e trovare. Trovare una risposta alle domande che qualcuno farà quando mi rifiuterò di lasciar passare il contenitore con le cellule ai raggi x, convincere il personale di sicurezza in aeroporto che non sono una terrorista o un corriere del narcotraffico, ottenere la riprotezione di un volo perduto, raggiungere la mia destinazione comunque e prima possibile… Riprotezione, una parola che ignoravo e per un istante mi fa sentire un po’ meglio.

Arrivo a un incrocio e mi fermo al semaforo, le dita strette intorno al manico del contenitore, mio compagno inseparabile fino alla fine del viaggio. Inseparabile e leale. Non ti tradirà.
Le cellule staminali, dicono le Specifiche tecniche e le Linee-guida per la raccolta, la manipolazione e l’impiego clinico, devono essere trasportate in contenitori rigidi a chiusura ermetica isolati termicamente per mantenere stabile la temperatura richiesta, tra i due e gli otto gradi centigradi, comunque sotto i dieci, salvo diverse indicazioni fornite dal centro trapianti. Di norma, il contenitore deve essere fornito dal corriere – e io ce l’ho: box isotermico idoneo all’alloggio degli elementi refrigeranti e dotato di data logger per il monitoraggio della temperatura, manico robusto, tenuta garantita per almeno ventiquattro ore. Lo ha preparato alla vigilia della partenza la coordinatrice con le sue stesse mani, mani nervose e precise, da adolescente, unghie mangiate fino alla carne.
C’è pieno uno sgabuzzino, in ufficio, di contenitori. Allineati sugli scaffali che ricoprono le pareti fino al soffitto, impilati uno sull’altro sul pavimento, qualcuno già pronto per il prossimo trasporto, qualcuno ancora avvolto nel cellophane, alcuni un po’ malridotti ma sempre al loro posto. Forse sono i prediletti, i più solidi e affidabili, perché chi lascia la via vecchia per la nuova, si sa. È la coordinatrice ad assegnarli basandosi su parametri di sua esclusiva competenza – la durata della missione, il luogo di destinazione, il tipo di trasporto ma anche e soprattutto l’esperienza del membro del Gruppo che del trasporto è incaricato.
Ci sono corrieri che se lo allucchettano al polso, ha detto, e sì, questa magari può sembrarti un’esagerazione, in effetti noi non arriviamo a tanto, comunque il contenitore dovrà rimanere sempre con te. Non dovrò perderlo di vista per nessun motivo, soprattutto durante i controlli di sicurezza in aeroporto e alla stazione. Dovrò sempre tenerlo sotto controllo, questa sarà da ora in poi la mia parola d’ordine, controllo stretto e ininterrotto per garantire la sua integrità a qualunque costo. Anche a costo della vita? (E quanto costa una vita?)

La temperatura delle cellule è una delle variabili più delicate, mi ha avvertito il Fondatore. All’inizio potrà scendere velocemente, ha detto, più o meno a seconda della quantità delle cellule, e lì una soluzione devi trovarla tu sul momento, una regola buona per tutti i casi non c’è ma la soluzione va comunque trovata perché sopra gli otto gradi le cellule si deteriorano e sotto i due muoiono. L’ideale è restare sui quattro massimo cinque, ha detto, ad ogni modo in genere dopo le prime ore la temperatura tende a stabilizzarsi…
E se il data logger si stacca? Se qualcuno mi urta o inciampo e cado e il data logger si stacca? Se il treno ritarda o perdo una coincidenza? E il controllo, poi – con la necessità di tenere tutto sempre sotto controllo pensavo di avere già fatto i miei conti, delle tendenze non mi fido e “in genere” non mi basta, “in genere” è lasco, impreciso, implica la possibilità di eccezioni e io ho la certezza che sarò una di quelle eccezioni.

La tenuta del box isotermico è garantita per almeno ventiquattro ore, ha detto il Fondatore. E poi?
Poi non esiste. Poi significa il fallimento della missione.

Vulnerabile e inadeguata, mi hanno detto, è così che potrai sentirti nelle prime missioni, fuori posto, a disagio – e chissà mai perché il disagio non accetta il possessivo, sarà perché è difficile ammetterlo, si preferisce tenerlo lontano da sé. Comunque all’inizio è perfettamente normale, ognuno di noi ci è passato ed è ancora così, dev’essere almeno un po’ ancora così, mai sentirsi troppo sicuri, noi dobbiamo tenere sempre alta la guardia. Per quante missioni tu abbia alle spalle ogni volta sarà diversa, ogni inizio sarà un piccolo salto nel buio, e non ci sarà più tempo per i dubbi o i ripensamenti, con l’imbarco di lì a qualche minuto e l’aeroporto che brulica come un formicaio. Anche nel centro di Londra, a Yerevan o Buenos Aires sarete soltanto tu e la meta da raggiungere per ritirare le cellule, tu e la strada da fare per consegnarle, tu e il tempo che ti resta.

Ferma al semaforo aspetto il verde, il viale è deserto ma non si sa mai – troppa prudenza non nuoce, il proverbio dice così, però il troppo stroppia, dice anche questo, e allora che si fa? Intanto il verde scatta, attraverso, raggiungo il marciapiede dall’altra parte e ricomincio a cercare sulla mappa. Ursulakostler, Eintrachtstrasse, Ritterstrasse… Quindi io dovrei essere qua, e la prossima sulla sinistra dovrebbe essere Maybachstrasse… Dovrebbe ma non è. Mi giro la mappa fra le mani: sono esattamente dalla parte opposta.
La chiamano agnosia spaziale, è un’alterazione della percezione dello spazio in assenza di lesioni visive e motorie, e io ce l’ho. Credevo si chiamasse distopia, spostamento di un viscere o di un tessuto dalla sua normale sede, e in effetti Colonia non è la mia sede, non dovrei trovarmi qui, non sono fatta per questo lavoro… Stringo il manico del contenitore ancora più forte, così forte che mi fa quasi male la mano, e mi guardo intorno; ma intorno non c’è nessuno. Sono sola in mezzo al grigio e al silenzio e da sola devo trovare la strada, quella che avevo segnato sulla mappa o un’alternativa, perché un’alternativa c’è sempre, ha detto il Fondatore, se non riesci a vederla dipende da te. Dipende da me. È colpa mia.
Torno sui miei passi e di nuovo mi fermo. Respirare piano, pensare prima di agire… Alla mia sinistra c’è un parco lindo e vuoto, vuoto di tutto a parte il vento che spazza le foglie. Nessuno che pulisce la strada, nessuno a passeggio con il cane, nessuno, nessuno, nessuno, possibile che dormano tutti a quest’ora?

I donatori sono angeli, i membri del Gruppo corrieri di vita, e alla fine anche tu potrai dire almeno: Oggi ho salvato qualcuno… Ma io non mi sento una portatrice di vita. Perché non riesco a sentirmi una portatrice di vita?
Io sono qualcuno che può provocare la morte. Sono un pericolo potenziale pieno di buone intenzioni dentro un labirinto, e il mio filo di Arianna tra poco non servirà a nulla. Io non posso salvare nessuno e nessuno mi salverà. Il telefono di servizio si sta scaricando.

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