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La vita felice di Elena Varvello: un estratto

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Pubblichiamo un estratto dal romanzo di Elena Varvello La vita felice, uscito per Einaudi. Ringraziamo l’autrice e la casa editrice.

Il momento giusto

di Elena Varvello

Quella notte mio padre aprí la porta della mia camera, si avvicinò e si chinò, toccandomi una spalla.
– In piedi, – disse sottovoce.
Rimasi immobile, con gli occhi chiusi.
– Ho detto in piedi.
– Che c’è, papà?
Lui sussurrò: – Devi venire.
Scostò il lenzuolo, mi cinse un polso, mi trascinò in cucina e poi fuori di casa. Provai a protestare, ma lui mi strattonò.
– Sta’ zitto e muoviti.

Attraversammo il prato, diretti verso il bosco. Nel cielo c’era soltanto un debole chiarore. Mio padre respirava a bocca aperta.

Disse qualcosa tra sé e sé. A un certo punto si fermò, schioccò la lingua due o tre volte, come un segnale, poi balbettò: – Adesso guardati un po’ intorno. Chi è stato a fare tutto questo?

Immaginai la casa alle mie spalle, avvolta dall’oscurità, mia madre che dormiva. La strada deserta. La casa di Ida.
– Chi ha fatto cosa?
Tentai di liberarmi, ma lui mi strattonò piú forte.
– Rispondimi. Chi è stato?
– Mi stai facendo male.

Cercavo di non piangere. Non ci provare, non sei un bambino.
– Rispondi alla domanda.
– Papà, non ti capisco.

Lui venne piú vicino, l’alito acido e bollente, e mi guardò dritto negli occhi: – Tuo padre sa la verità –. Poi mi sfiorò la fronte con un bacio. – Andiamo. Abbiamo ancora tanta strada.

In quell’istante sentii una porta sbattere e allora mi voltai – le luci erano accese – e vidi il profilo di mia madre di fianco all’automobile, nel suo pigiama bianco.
– Ettore? – chiamò.

Lui mollò la presa e lei si mise a correre.
– Oh Dio, – ansimò, appena ci raggiunse. – Ma che ci fate, qui?
Percorse con lo sguardo il muro d’alberi: mio padre guardava in quella direzione e lei credette – oppure volle credere – che avesse visto o sentito qualche cosa, che fosse uscito a controllare, portandomi con sé.
– Cos’è successo?

Fu allora che io mi misi a piangere. Chinai la testa, le spalle scosse dai singhiozzi, e strinsi i pugni. Volevo dirle: «È stato lui», ma lui era mio padre.

Lei mi guardò e poi gli chiese: – Posso sapere perché siete qui fuori?
La voce era piú calma, adesso.
– Volevo insegnargli due o tre cose.
– A quest’ora?
– Era il momento giusto.

Mia madre non ribatté. I suoi capelli vibravano nel vento.
Mi prese per mano.
– Noi due torniamo a letto.
– Prova a dormire, adesso, – disse, scostandomi i capelli dalla fronte.
Avevo smesso di piangere, però stavo tremando.
– Mamma?
– Sí?

Schiusi le labbra ma non mi uscí neppure una parola, come se lui mi avesse trascinato in mezzo al bosco, lasciandomi da solo, e io mi fossi perso.
– Devi cercare di capirlo, – disse lei. – Devi sforzarti. Ci sono persone che sentono le cose in modo diverso dagli altri. Tuo padre è uno di quelli.

Mi ripiegò il lenzuolo sulle spalle.
– Perdere il lavoro è stato un brutto colpo.
– Ma ne ha trovato un altro, – dissi.
– Forse non è abbastanza. Forse non è nemmeno quello.
– Mi ha fatto paura.
– Non ti farebbe mai del male, Elia. Non lo farebbe mai, per niente al mondo.

Mi diede la buonanotte, poi si fermò un momento sulla soglia. Pensai volesse aggiungere qualcosa, invece chiuse la porta e se ne andò. Mi resi conto solo allora che non mi aveva chiesto niente, non una domanda su ciò che era accaduto – Cosa ti ha detto? dove voleva andare?

Subito dopo sentii le loro voci venire dal cortile.
Mio padre scoppiò a ridere.
Lei disse: – Non è davvero il caso.

Si mise a ridere anche lei, comunque, come se fosse l’ultima occasione – entrambi svegli e ancora insieme – e io pensai che il resto non contasse, per mia madre, e non mi resi conto di quel che aveva fatto, non mi sembrò abbastanza.

Ricordo un sonno inquieto – rumori, il canto degli uccelli, lo squillo del telefono.
Era già tardi, quando mi svegliai. Mia madre era in cucina, con il pigiama addosso.
– Dov’è? – le chiesi.
Lei aggrottò la fronte, come se non capisse la domanda.
– Papà.
– Ah. È andato a lavorare. Tu come ti senti?
– Ho mal di testa.
– Mangia qualcosa. Vedrai che starai meglio.

Aveva gli occhi pesti, occhiaie livide e profonde.
– Qualcuno ha telefonato, prima, – disse, – però è rimasto zitto.
Pensai ad Anna.

Mia madre raggiunse la finestra, si sporse a guardare fuori. Poi si voltò e incrociò le braccia: – Senti, perché stasera non vai a dormire da qualche amico? Non è una bella idea?
Sorrise. Tenne per sé ciò che provava.
– Ok, – risposi.
Sapevo già dove volevo andare.

© 2016 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino

Commenti
Un commento a “La vita felice di Elena Varvello: un estratto”
  1. Marco Vespa scrive:

    Ha vita, tira dentro. Bello, Elena Varvello.

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