La vita immortale di Henrietta Lacks

Un sentito ringraziamento a Marco Missiroli per averci concesso di pubblicare il suo pezzo su questa incredibile vicenda, uscito qualche giorno fa sul “Corriere della Sera”

di Marco Missiroli

Il confine tra mortalità e senso eterno cade con un libro che ha segnato gli Stati Uniti e che arriva in questi giorni in Italia: La vita immortale di Henrietta Lacks (Adelphi, traduzione di Luigi Civalleri) è l’affresco puntuale che Rebecca Skloot ha dato alle stampe nel 2009 raccontando un’esistenza straordinaria realmente vissuta: «Quella che sto per raccontarvi è una storia vera», inizia così il libro che diventa una risposta perentoria a due questioni: qual è il vero potenziale biologico di ognuno di noi? Esistono cellule umane in grado si sconfiggere o quantomeno aggirare la morte? La risposta a quest’ultima domanda è: sì. E le cellule sono quelle di Henrietta Lacks, afroamericana che prima di essere sopraffatta da un cancro alla cervice uterina (a soli 31 anni, siamo nel 1951) ha lasciato uno dei patrimoni scientifici più sbalorditivi.

Nelle settimane prima che la malattia avesse la meglio, un medico ha prelevato un campione del tessuto canceroso della donna per dimostrare la validità di una sua ipotesi inerente al processo tumorale in corso. Quello che verrà fuori avrà una portata così ampia da ribaltare il destino di ognuno di noi: le cellule della Lacks si riproducevano da sole in un ciclo tendenzialmente infinito. Ovvero: si poteva finalmente disporre di materiale umano su cui sperimentare e verificare ipotesi scientifiche: «Solo allora, e per la prima volta, tutti i ricercatori del mondo furono in grado di lavorare con lo stesso tipo di cellule, coltivate nello stesso mezzo e negli stessi recipienti». Prima c’erano i topi e gli animali di laboratorio, ora c’erano le cellule di Henrietta Lacks, nera di Clover, villaggio di Baltimora popolato da schiavi e figli di schiavi. In territorio di scienza queste unità miracolose devono il nome alla loro madre: HeLa. Quattro lettere che custodiscono a oggi, sessant’anni dopo, la fonte preferenziale dell’evoluzione medica.

Da quel giorno del 1951 il «materiale» cellulare della Lacks riprodotto e utilizzato è stato stimato da un ricercatore con una lunghezza di un nastro di cento settemila chilometri, circa tre volte la circonferenza terrestre. Sono numeri che rivelano la portata della scoperta: terapie contro il cancro, la rilevazione del numero dei cromosomi, l’emofilia e il morbo di Parkinson, sulle malattie a trasmissione sessuale. Sono solo i primi figli eterni dell’immortalità della Lacks. Il libro racconta le facce di questa vicenda, e lo fa con un’onestà narrativa sconcertante: ogni dialogo, parola e fatto è citato puntualmente dalla Skloot che calibra pagina dopo pagina l’altro piglio magnifico di questa storia: l’umanità dei suoi protagonisti. La vita immortale di Henrietta Lacks è prima di tutto la fotografia di una donna e della sua devozione verso la famiglia, verso un’esistenza di miseria e di piantagioni di tabacco («Sapeva tutto sul raccolto del tabacco, sapeva macellare il maiale,ma cose come “cervice” e “biopsia” non aveva idea da dove venissero. Leggeva e scriveva a malapena»). Un’esistenza sopportata in nome di Dio e di un istinto materno fuori dal comune. Henrietta ha cinque figli, la malattia l’ha colpita quando i suoi bambini sono ancora piccoli: non si darà mai pace perché sente di doverli lasciare, dal letto dell’ospedale li veglierà fino all’ultimo: «Si tirava su a fatica e con il volto premuto sul vetro guardava i figli giocare»; Henrietta è una donna e una madre devota: «sempre col sorriso, sempre una parola buona, sempre che si prendeva cura di noi. Anche quando i dolori erano forti», racconta la quartogenita Deborah. Deborah, è stata la grande accompagnatrice della Skloot per la scrittura del libro.

La famiglia della Lacks è rimasta all’oscuro per molto tempo riguardo all’eredità che la madre aveva lasciato alla comunità scientifica. Quando si è iniziato a parlare di coltura cellulare e soprattutto di commercio di cellule la famiglia ha vissuto tutto con una convinzione instancabile: la madre era «sparsa» per il mondo e fruttava soldi a estranei. Così la Skloot ha dovuto vincere innumerevoli resistenze prima di farsi accogliere dalla famiglia, Deborah è stata la chiave per l’accettazione, anche se diffidente oltremisura le controversie delle HeLa: «Le sue cellule le hanno fatte esplodere nelle bombe nucleari. Ci hanno prodotto varie cose, miracoli della medicina. Sa cosa vorrei davvero sapere? Per esempio che profumo aveva mia madre. È tutta la vita che non so niente di lei, nemmeno le piccole cose di tutti i giorni, come qual era il suo colore preferito, se le piaceva ballare, se mi ha allattato oppure no». La ricerca della Skloot parte da qui: inizia quando è ancora una studentessa universitaria e termina che è già celebre per i suoi saggi e articoli scientifici (pubblicati sul «New York Times Magazine»): il libro esce negli Stati Uniti e viene scelto dai critici come uno dei migliori libri del 2010 (Oprah Winfrey ne farà presto un film). Ma La vita immortale di Henrietta Lacks non è un saggio, come non può essere un romanzo. È semplicemente un libro che va letto, perché segue alla lettera la missione dimenticata dei libri: ci fa capire molto di più di noi stessi e del mondo in cui viviamo, avvincendo.

Non a caso l’altro grande tema riguarda il commercio cellulare e la privacy, inteso come consenso informato davanti a casi come questi: Henrietta Lacks era una nera che come tutti i colored aveva un trattamento «a parte», regola che valeva a maggior ragione nell’ambito ospedaliero. Alcune prassi etiche e legali secondo i familiari furono ignorate, la richiesta del prelievo cellulare, per esempio. Il libro di Rebecca Skloot ha sollevato il grande quesito: fino a che punto la comunità medica e scientifica ha il dovere di informare la gente riguardo al trattamento delle proprie cellule prelevate in contesti ordinari? «Come non esistono leggi che richiedano il consenso informato per la conservazione dei tessuti a scopo di ricerca, così nessuna norma dice chiaramente che i pazienti debbano essere a conoscenza delle potenzialità commerciali del proprio corpo». È questa l’altra immortalità di Henrietta Lack, mettere ognuno di noi davanti alla stessa domanda: siamo corpi automaticamente disponibili per la ricerca? Anche grazie alla Skloot (il 10 settembre sarà al Festival di letteratura di Mantova) e a questo libro i familiari della Lacks hanno preso coscienza di quanto Henrietta è stata cruciale per la scienza.

L’hanno fatto a loro modo, seguendo un impasto di spiritualità e senso terreno che li ha portati a credere alla predestinazione della loro consanguinea: tutto è vissuto secondo la Bibbia, per questo la vita immortale delle HeLa viene visto dai familiari con un senso ben preciso. «È ovvio che queste cellule continuino a crescere e a moltiplicarsi cinquant’anni dopo la sua morte, è ovvio che siano capaci di volare, ed è ovvio che abbiano prodotto cure per varie malattie e siano state nello spazio. Sono angeli, e gli angeli fanno così. Lo dice la Bibbia». L’immortalità che diventa resurrezione, così il sacrifico di Henrietta sopravvive alla sua mancanza. Una testimonianza ha rivelato che il direttore del laboratorio di colture cellulari al Johns Hopkins (il primo a coltivare le cellule HeLa) «si avvicinò al letto di Henrietta sussurrandole “Le tue cellule ti renderanno immortale”. Le spiegò che quel campione avrebbe salvato innumerevoli vite. Lei a quel punto sorrise. E gli disse che era felice di sapere che tutto quel dolore sarebbe servito a qualcosa».

Marco Missiroli è nato a Rimini, vive a Milano. Ha pubblicato Senza coda (Fanucci 2005; premio Campiello opera prima), e per Guanda Il buio addosso (2007), Bianco (2009; premio Comisso e premio Tondelli), Il senso dell’elefante (2012; premio Campiello Giuria dei Letterati, premio Bergamo, premio Vigevano). Il suo nuovo romanzo è Atti osceni in luogo privato (Feltrinelli, 2015). È tradotto in Europa e negli Stati Uniti. Scrive per il Corriere della sera.
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