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Tra realismo e incanto: “La prima vita di Italo Orlando” di Carola Susani

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La guerra è finita, da un po’ di tempo ma non da così tanto tempo; Irene, ragazzina, ne è rimasta fuori, «non l’ha conosciuta», è qualcosa che non ha riguardato direttamente la sua vita. Qua e là però affiorano elementi del cataclisma ancora così fresco, una guerra che in Sicilia ha infuriato con forza e violenza: ordigni inesplosi, echi di soldati americani di passaggio lungo i campi, bunker nella terra. Intorno, il futuro sta accadendo, sia pure con siciliana lentezza, il tempo che scorre piano nelle giornate assolate a Sette Cannelle. «A poco a poco avevamo visto fiorire le automobili, avevamo festeggiato le Ape colorate che snaturavano comicamente la campagna». Le cornacchie si agitano sui mandorli.

Irene vive con il padre e la nonna in una grande casa di campagna, un tempo nobile, attaccata e ormai vinta dal degrado, dalla decadenza; lì trascorrono alcuni mesi dell’anno. Il padre di mestiere fa il fotografo, e legge a Irene, che scatta pure lei fotografie, il Corriere della Sera, i reportage di Luigi Barzini Jr. che raccontano come l’industrializzazione stia avanzando. In questo scenario di calmo divenire, Irene scorge un corpo nell’erba di campagna, ed è così che comincia La prima vita di Italo Orlando, l’ultimo libro di Carola Susani, uscito per minimum fax. Il corpo è di un ragazzo completamente svestito: sembra morto ma è vivo; sembra precipitato lì, dal cielo, o sgorgato dalla terra. Irene e il padre lo raccolgono e lo portano a casa.

La storia raccontata da Carola Susani – annunciata come il primo capitolo di una trilogia – muove nella Sicilia orientale degli anni Cinquanta, ed è anche punteggiata da fotografie stampate tra le pagine, nel testo, ma non è, come dire, in bianco e nero, o sbiadita: al contrario è accesa di colori, suoni e prodigi.

Tutto ruota intorno alla figura magica – o santa? o malefica? – del ragazzo rinvenuto tra i campi, e della relazione che instaura nella famiglia ristretta di Irene e nel piccolo borgo che li circonda; decidono di dargli il nome di Italo Orlando, perché le voci parlano di un ragazzo sparito anni prima da Marsala, e forse riemerso lì, all’improvviso nella terra. Il ragazzo con movenze rabdomantiche sa dove trovare pozzi d’acqua altrimenti spariti, o come pescare una cesta di monete dalla canna di un camino, fa sbocciare gelsomini.

Italo è assieme attraente e osceno, racchiude in sé un nucleo di misteri che promettono al tempo stesso miracoli e sventure. «Italo ritornava nel pomeriggio intontito: gli uomini gli avevano fatto provare i vini aspri e le donne giocando a fare le signore gli avevano offerto rosoli profumati. Io temevo che l’alcol avesse su di lui lo stesso effetto dell’acqua di fuoco sugli indiani americani, che gli spaccasse il fegato e lo facesse impazzire», dice Irene – la voce narrante – e sembra che lo dica con un sussurro, sottovoce, come a non volersi farsi udire. La costruzione di un protagonista così complesso richiede un grande sforzo narrativo: raccontare la meraviglia senza far vedere la cassetta con i trucchi, ed è quello che fa con estrema abilità l’autrice di La prima vita di Italo Orlando. Una delle scene più potenti e visive del romanzo è quando Italo scaccia le cornacchie dai mandorli per mezzo di un rito ancestrale, notturno, dal sapore gotico.

In una storia che si sviluppa con un passo continuo ma affatto privo di ritmo, ondeggiando tra mitologia e progresso, realismo e incantesimi, la scoperta del petrolio è un ulteriore elemento che si innesta nella vicenda. Lì nella zona di Sette Cannelle piombano ingegneri e ricercatori, lavorando per estrarlo, e questa irruzione è la rete che invischia i personaggi quando il romanzo entra nel vivo, scompaginando definitivamente tutto quanto, come se l’arrivo di Italo fosse stato un annuncio.

Un fantasma, quello del ragazzo dalla pelle giallastra, che seduce il lettore proprio come fa con Irene: «Mi monta un sorriso dall’interno, un calore che viene dai piedi, sale e si diffonde. Lo sospettavo. Dentro di me mi sembra una conferma: Italo ci è destinato, non potremo mai liberarcene. Forse è un tritone, una sirena, forse è davvero l’uomo serpente».

Liborio Conca è nato in provincia di Bari nell’agosto del 1983. Vive a Roma. Collabora con diverse riviste; ha curato per anni la rubrica Re: Books per Il Mucchio Selvaggio. Nel 2018 è uscito il suo primo libro, Rock Lit. Redattore di minima&moralia.
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