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La poesia compagna di vita di Anna Maria Ortese

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Pubblichiamo un pezzo uscito qualche tempo fa su Il mestiere di scrivere, rivisto e ampliato.

di Anna Toscano

Casa di Altri

Ingannarci
Non dovevi, vita, Casa di Altri.
Quale tristezza nascere stranieri.

L’esordio di Anna Maria Ortese sulla carta stampata è legato a Manuele, un trittico, un testo poetico di 162 endecasillabi sciolti diviso in tre parti che fece la sua apparizione sulle pagine de “L’Italia letteraria” domenica 3 settembre 1933: parla del lutto dovuto alla perdita del fratello Manuele imbarcato come marinaio e mai tornato.

La stessa Ortese in una intervista raccontò cosa fosse per lei scrivere, senza fare distinzioni tra lo stendere versi o prosa: “La scrittura è come un ritmo che serve a calmare, aiuta a sostenere l’orrore di certe emozioni che altrimenti ci distruggerebbero”. Questa è una delle chiavi di lettura che può accompagnare nella lettura delle sue liriche, ma non l’unica tenendo conto della complessità del mondo Ortese. Molte delle sue dichiarazioni denotano spesso uno stato di incertezza verso la parola scritta, un movimento incessante che la portava dalla realtà alla scrittura come moto di vita, inoltre verso i suoi componimenti poetici la scrittrice aveva un incredulo fervore.

La prima raccolta di Ortese in unico volume vide la luce nel 1996 e la seconda nel 1999, nel frattempo circa una settantina di sue liriche avevano trovato spazio in riviste o antologie, ma si tratta di poesie scritte dagli anni ’30. Quella che può sembrare una produzione poetica marginale è in realtà un’attenzione che la Ortese riservò durante tutto l’arco della sua vita alla poesia. Una relazione con la parola in versi che fa scrivere all’autrice, in una lettera a Spagnoletti nel ’94, parole di dubbio, “perché una poesia?” per rispondersi con “la storia segreta di un capire e farsi dell’anima”. Nel suo a volte burrascoso appoggiarsi a un editore o all’altro, la Ortese sceglie per le sue due raccolte poetiche una edizione a circolazione ristretta, Empirìa. A evidenziare ancora più questo suo pubblico isolamento rifiuta l’interessamento di Giulio Ferroni per la prefazione a Il mio paese è la notte, occupandosene lei stessa; mentre il secondo volume, La luna che trascorre, è uscito a cura di Giacinto Spagnoletti.

È la storia della vita di Anna Maria Ortese a narrarci un continuo proporsi di riordinare poesie e fogli, un incessante avere in mente di mettere mano ai propri componimenti lirici. Questo sottolinea come la produzione poetica la accompagnò tutta la vita in suo aspirare all’arte come compostezza formale e come giustificazione del dolore del vivere.

A una prima lettura delle due raccolte, e delle poesie sparse in altre pubblicazioni, la prima parola che emerge è fatica, un grande dolore e una grande fatica. Ma è la medesima sensazione che si ha guardando la vita di Anna Maria Ortese, dai suoi primi anni di vita fino agli ultimi: fatica di vivere. Così è stata la sua esistenza, è inevitabile che i suoi componimenti ne siano pienamente intrisi, data la sua adesione alla vita come sorgente di scrittura, sia in prosa che in versi.

Se la sua scrittura in prosa – articoli, romanzi, racconti – è stata la sua vita pubblica, quella in poesia è stata la sua esistenza quasi totalmente privata per moltissimi anni: fogli sparsi nei cassetti raccolti con attenzione a ognuno dei suoi innumerevoli traslochi. Questa scrittura poetica occulta ma soprattutto costante e duratura è stata la compagna di vita delle Ortese, libera da qualsiasi immediata preoccupazione di pubblicazione, una dimensione di sfogo e di intimità, uno specchio del sé. Proprio per questa dimensione profonda la Ortese non si è mai curata di seguire tendenze poetiche o mode, rimanendo sempre autentica e fedele al suo ritmo.  In tutta la sua produzione permane una necessità di discorsività, espletamento di emotività, di interiorità e una forte rappresentazione; spesso rendendo labili i confini tra prosa e poesia, a volte toccando i confini della poesia spostandoli, forzandoli verso la prosa.

Non stupisce dunque che nel Il porto di Toledo vi siano presenti delle liriche, che poi confluiranno nella prima raccolta. Il mio paese è la notte e La luna che trascorre sono formati da liriche che la loro stessa autrice definì “piccoli scritti in forma di poesia […], con aspetto di poesia”, con “la tentazione di un ritmo”.  È questo ritmo la cifra che accomuna tutte le parole della Ortese, che siano in prosa, in poesia o in una forma incerta, il ritmo cadenzato della sua faticosa vita.

Le poesie raccolte nei due volumi editi da Empirìa sono state messe insieme dall’autrice, e mai veramente rivedute in quanto non ritenute meritevoli di troppe attenzioni, ma d’altro canto lei stessa le riconosce degne di attenzione in quanto hanno “accompagnato tutte le stagioni della vita, e precedono la scrittura dei libri in prosa”.

Questi due libri non susciteranno molto interesse da parte della critica, cosa di cui la Ortese ne soffrirà. Ma qualcuno aveva già parlato delle sue liriche, come Amelia Rosselli che, in una lettera inedita ad Attilio Bertolucci, definì le poesie della Ortese interessanti per la loro “pazzia stilistica”. Quale sia questa pazzia è forse intuibile dallo stile di tutta la sua scrittura, uno stile autonomo e indipendente, fortemente soggettivo e autodidatta, lontano da scuole e modelli contemporanei.

Tutti gli scritti poetici, anche quelli rimasti inediti scritti in napoletano negli anni ’50, sono imperniati sulla visione peculiare di Anna Maria, quella visione frammista di realtà e finzione, di verità e sogno che le è sommamente congeniale. Sono componimenti, tra la veglia e il sonno, in una sorta di rêverie luminosa e al contempo opaca, che illumina ma sfuma la realtà. Una rêverie come illuminazioni, scintillio di istanti che la avvicina a alcuni poeti suoi contemporanei, basti pensare ad Attilio Bertolucci che cerca, sin dalle prime opere, questa luce in grado di esprimere la vita, di esprimere cioè “il massimo di realtà profonda movendo dal minimo di realtà visibile quotidiana” (A. Bertolucci, Sulla poesia).

Ma se per Bertolucci la luce prediletta a cui mettere a fuoco la realtà è quella dell’inverno e dell’autunno, per la Ortese è quella della notte, palesata anche dal titolo delle due raccolte. A Bertolucci la Ortese può essere accostata anche per esser rimasta felicemente immune dalle malattie spaventose della modernità: in entrambi non è accaduto nulla di terribile nella continuità tra presente e passato, anzi, loro tacciono e ignorano i grandi squilibri messi in campo dalla modernità, in quanto sono impegnati nei propri squilibri interni. Non riscontriamo in lei infatti la “drammaticità aggressiva” che Friedrich riscontra nella lirica europea del secolo appena passato, una drammaticità aggressiva che nasce quando il poeta si stacca dallo spazio che occupa nella società, creando una rottura e una tensione. La Ortese, come d’altronde Bertolucci, non si staccherà mai dallo spazio che occupa nella società, vivendo una “Storia minore” in cui porterà la propria storia, perché, con le parole di una sua poesia, “Qui è la vita…”

Non accetto che tu mi riconforti

Non accetto che tu mi riconforti
di un silenzio probabile con altri
doni, mia vecchia madre. Qui, è la vita.
Gli occhi suoi, come un giorno
è uguale all’altro, come il tempo al tempo,
simili sono a tutti
i tuoi doni migliori. Oh, ch’io non veda
occhi diversi, né più care voci
ascolti della sua. Svanire chiedo
mentre mi guarda. Tu sei là, tu vita
misteriosa, fuggente, dentro quelli
teneri e ambigui, freschi e umani sguardi.
Morire mentre egli mi guarda; dentro
quella dolcezza barbara sparire
sorridendo. Chi fece
il mondo, fece
gli occhi di quello che mi è caro. O madre,
fa che io mi sperda
là dove tutto è oscurità, splendore,
fa che negli occhi del mio amico io dorma.

In entrambe le raccolte poetiche di Anna Maria Ortense lo spartiacque tematico compare attorno al 1950, benché con scelte stilistiche e lessicali molto simili. Dagli anni ’30 agli anni ’50 le poesie sono incentrate su elementi naturali: sole, luna, nuvola, cuore, cielo, uccello, stella. Sono testi spesso collocati in un asse spazio-temporale dichiarato, sappiamo sempre che stagione è e in quale luogo vagamente ci troviamo. L’unica variante a questa lirica per lo più descrittiva sono alcune domande, interrogazioni a se stessa che rimangono sospese nel vuoto, senza alcuna risposta “…Che aspettavo? / Com’è finita?…”. Solo nelle composizione post 1950 inizia un graduale mutamento: la natura inizia a umanizzarsi, lo scenario naturale è appena immaginato con l’intento di creare un sistema di affinità tra il soggetto e il mondo esterno “…Il vento / intorno all’albero corre / e si lamenta / come un povero cane.” Gli elementi naturali iniziano a interagire con l’io lirico, iniziano a essere non più solo spettatori ma parte di un senso, di un tutto; testimoni della durezza del vivere, artefici del sogno e della speranza; attori nel palcoscenico della vita:

Altro

E la pioggia è caduta sul cappello
del lume sta all’angolo del vico!
Come sempre! Ma il vico muto splende
di straniera bellezza. Altre case,
altro il vento, altra l’alba che riluce
tra le nubi del mondo. E il mondo un altro.

Dagli anni ’70 in poi alla fatica del vivere, si aggiunge un sentimento di estraneità, di altro da sé, di iniquità, di ingiustizia, di possibilità di essere presente nel mondo ma solo a lato con la propria storia minore.

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