La vita oscena di Aldo Nove: intervista

di Liborio Conca

Da qualche settimana è uscito un libro importante. Combina poesia, confessione intima, momenti di tragedia narrati con equilibrio leggero e aggraziato, pezzi d’abisso in cui s’affaccia talvolta un’ironia complessa e mai easy, d’accatto. La vita oscena è il suo titolo: con l’autore, Aldo Nove, abbiamo affrontato qualcuno dei tanti spunti che offre la lettura di un libro per niente comune nel panorama letterario italiano.

Come da te affermato, questo libro era diciamo “in cantiere” o nella tua testa da tempo. Una volta terminato, ti aspettavi che avrebbe preso la forma che ha preso?
Sì, più o meno sì. Nel senso che prima di cominciare un libro fai un progetto di lavoro e sai cos’è in qualche modo, prima che lo visualizzi. Ce l’hai dentro di te, prima. E una volta terminato questo lavoro particolare non ho avuto sorprese, è il risultato che avevo immaginato, è un libro con cui avevo preso confidenza negli anni.

È stato difficile scrivere un libro dalla sincerità così disarmante come La vita oscena?
No. Perché l’ho fatto esattamente quando mi sono sentito di farlo. Parlo dell’“esecuzione materiale”. Ma per essere pronto ci ho messo tantissimo, quasi vent’anni. Sono due piani molto diversi, quasi da schizofrenia, la dimensione interiore del dover fare un libro e il doverlo fare. Quando poi ho sentito che “mi sono messo a posto”, intendo sul piano linguistico, e potevo scriverlo, allora ci ho messo poco più di un mese, è stato facile. Ma lo è stato solo perché avevo vent’anni dietro.

Dici che ti sei sentito “pronto” da un punto di vista linguistico. Ma quando hai capito che era il momento di scrivere questo libro?
Ricordo che quando ho fatto il redattore di poesia da Crocetti (editore specializzato proprio in poesia, ndr) arrivavano delle lettere… ecco, le lettere erano molto belle, ma le poesie erano orrende. Nel senso che non è mai il contenuto a determinare l’efficacia di uno scritto. Quindi sentivo che se per queste cose mie, molto importanti per me, non avessi trovato una forma adatta a esprimerle, non avrebbero interessato nessuno. Non c’è nessun dolore che di per sé sia così dignitoso da essere interessante semplicemente perché si è palesato. Altrimenti c’è la televisione del dolore, quella che fanno sulla Rai il pomeriggio, ma è un’altra cosa.

Ecco, osceno. Oscena è una grave malattia. Oscena è anche la cocaina, o la pornografia. Pensi che basti una parola per racchiudere tutto quanto?
Penso che le parole siano contenitori che assumono valori diversi a seconda del momento storico. A me piaceva la parola “osceno” perché, se osceno è tutto ciò che non ci piace perché ha degli elementi che ci danno profondamente fastidio, allora stiamo vivendo in una fase piuttosto oscena. E mi piaceva avere una forma di attualizzazione di quello che c’è nel libro e che riguarda anche noi tutti i giorni, nell’Italia del 2011.

E in effetti, a ben vedere, una volta d’accordo sul significato, osceno va bene anche per la nostra vita comune. Cioè siamo pur sempre il paese in cui si vota con una legge definita “porcata” o “porcellum”. Per non parlare del Presidente del Consiglio… Ormai indefinibile. Insomma osceno è decisamente una parola che si accorda ai nostri giorni.
Già. Te l’ho appena detto. È interessante che comunque se si esce dall’ambito strettamente politico, questo è un fatto che riguarda tutto. Il protagonista di questo libro e la sua ricerca della pornografia, che diventa anche estrema… ecco, tutto questo avveniva però in una società che non era ancora “pornograficizzata” o come cavolo ci possiamo inventare di dire. Come invece è quella di oggi.

Pensi che ci sia una connessione tra osceno e immorale. O pensi che una cosa oscena possa anche essere… morale?
Bella. Facile, questa. Meno male che son laureato in filosofia. Be’, è morale ciò che riguarda i costumi, gli atteggiamenti, i modi di fare. Quindi osceno è comunque un termine che sta per forza di cose all’interno della morale. L’osceno dà fastidio, nel momento in cui dà fastidio crea un problema morale, ed è interessante per questo: capire perché e se dà fastidio; tornando alla domanda di prima, è come se a questo punto avessimo accettato una società oscena, però in modo passivo, come se in qualche modo ci andasse bene, tranne sporadici sintomi di disaffezione. Ieri pensavo… non c’entra molto con l’intervista, ma pensavo all’indignazione. Cioè è bello che ci sono questi centomila lettori del Fatto quotidiano, ma in Italia siamo 60 milioni. Certo, credo che queste “sacche” stiano diventando sempre più ampie, inevitabilmente. Ci si sveglia, a un certo punto. Per forza. Per forza di cose. Anche se è troppo tardi. Per restare alla sfera politica: io sentivo l’oscenità di questo imprenditore chiacchierato che “scendeva in campo” nel ’94. Ma non avrei mai immaginato che quella cosa sarebbe durata quasi vent’anni.

Tornando alla dimensione più intima del libro: quella che descrivi è una discesa negli abissi. Abissi diversi, toccati a più riprese. Quale abisso nasconde le insidie più difficili da superare? Esiste un abisso più abisso degli altri?
Qualunque sia questo abisso, non dipende dalla forma, ma da come tu ti collochi nei confronti di questo “abisso”. È l’abisso della normalità. È l’abisso in cui pensi di poter stare bene. Se c’è una cosa che è proprio umana è la capacità di adattarsi a qualunque situazione. Pensa – in un contesto completamente diverso, non c’entra nulla con il mio libro – a Se questo è un uomo di Primo Levi. L’umanità riesce sempre ad adattarsi, quindi nel momento in cui si adatta, deve – ugualmente,
se può – trovare la molla, lo scatto, la motivazione per collocarsi altrove.

C’è stata una parte del libro a cui hai dovuto lavorare con maggiore attenzione?
Forse la prima parte, quella sulla malattia dei miei genitori.

A livello emotivo, intendi?
Non lo so. Scrivere è molto strano, se ne fai una professione. Perché non puoi collocarti in una posizione puramente emozionale, devi essere – anche qua – schizofrenico, da una parte sentire, ricordare, provare in modo molto intenso, ma dall’altra anche molto freddo. Devi essere un architetto delle parole, e allora per quello che riguarda questa seconda parte del lavoro, sentivo che ogni aggettivo, ogni parola, ogni virgola poteva cambiare l’equilibrio del tutto, ed è stato difficile proprio per questo. Perché era una comunicazione tanto intensa, quanto a un certo punto fragile. Quindi tutto, sul piano linguistico, contribuiva a dargli forza – o a toglierla.

Una via d’uscita dal buio che pervade gran parte del libro sembra offerta da quelle che in genere si chiamano “piccole cose”. Sprazzi di sole, una canzone, il rumore di una macchinetta del caffè… cosa intravedi in questi piccoli flash?
La ricchezza, la complessità, il fascino del quotidiano. Che non può che essere fatto di “piccole cose”. Le grandi cose sono quelle che ti sconvolgono, che ti scioccano, ma che poi, inevitabilmente, finiscono. E devono finire. La maggior parte della nostra esistenza è un’esistenza… quotidiana.

Ovviamente la tua è pura letteratura; ma c’è la possibilità che un lettore x possa intravedere qualcos’altro; penso a qualcosa come un insegnamento. Che effetto ti farebbe?
Io leggo perché mi emoziono, non perché mi interessa lo stile in sé. La letteratura come passatempo o tipo parole crociate non mi interessa. Poi ognuno può pensarla come vuole, va bene. Be’ per esempio c’è una cosa che mi piacerebbe dire a questo proposito, un insegnamento che si riassume in una frase di Lou Reed, da un album bellissimo, che riguarda appunto il rapporto con la malattia: Magic and Loss, del ’92, un concept album che Lou Reed decise di fare dopo che erano morti due amici, di cancro, in un breve lasso di tempo. Tutti e due in aprile, se non sbaglio… E nella title-track Magic and Loss c’è una frase molto bella: Pass through the fire to the light. Attraverso il fuoco verso la luce. Molto pop, come sa essere Lou Reed, per quanto forse sul piano poetico è il mio cantante preferito.

Esiste un collegamento tra la vita agra di Bianciardi e la tua vita oscena, a livello di sensibilità letteraria?
Ovviamente si richiamano l’uno con l’altro. Vita più un aggettivo. Quel libro mi era piaciuto molto, e poi mi era piaciuto anche il film. Quello che forse può legare i due libri è un senso profondo di straniamento, di non-adattamento, di disagio sociale. Solo che lui lì decideva di bombardare.

Be’ sì, adesso non siamo ancora arrivati alle bombe…
Mah, speriamo di no. Se non muore nessuno è meglio.

A distanza di anni dai tuoi primi passi, che direzione credi abbia preso la tua scrittura? Pensi che questo ultimo libro in un certo senso la chiusura di un cerchio, o si tratta di un passo come un altro?
Non so quello che penso. Non è importante quello che penso. Sento che non è importante quello che penso. Lo capisco nel corpo a corpo con la scrittura. Adesso sono ancora un po’ nel caos perché ho cinque progetti, anche abbastanza diversi. E quando inizierò ad affrontarli saprò. Sicuramente uno stimolo nuovo che questo libro mi ha dato è di non dover sentire più necessariamente una scissione tra due linguaggi diversi, quello della poesia e quello della prosa, l’esistenza di una possibilità di sintesi.

In La vita oscena scrivi che negli anni dell’Università non ti interessavano né la felicità, né il potere, né la carriera, né Dio. È ancora così?
Uhm, nel libro la frase è in riferimento a un ciellino, che voleva affascinarmi con una forma di entusiasmo che però non mi toccava perché poco interiore, poco umano. Quindi adesso non saprei che cosa rispondere, perché quell’espressione riguardava un immaginario ciellino che non m’interessa. Come dire, credo che nella vita uno possa fare ricerca, e poi possa – attraverso questa ricerca umana che tutti siamo in qualche modo costretti a fare – arrivare a una di queste cose, o a tutte e quattro. È il non farlo per avere successo, il non farlo in modo totalmente esteriore che mi interessa particolarmente, oggi come mai. Cioè se c’è uno di Cl che cerca Dio per avere un posto nella Asl, non mi interessa.

L’intervista è uscita per la rivista Il Mucchio.

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