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La vita sessuale degli altri


Questo articolo è uscito su GQ.

Catherine Millet, per sua stessa definizione, è una donna molto comme il faut: come si deve. Una camicia bianca dal colletto rigido, un gilet più verde che giallo, cinturina rossa e pantaloni corti sulle caviglie, sulle scarpe nere di vernice. Siamo nella redazione di Art Press, la rivista di critica d’arte che ha fondato e dirige da più di trent’anni, in un borghesissimo immobile della rive gauche, a Parigi. Sessant’anni portati splendidamente, carré castano con la frangetta sopra occhi freschissimi e il mento spigoloso, le gambette tese sul poggiapiedi di ferro sotto la sua scrivania. Solo il neo carnoso al lato della bocca mi permette di collegare questa donna dall’aria severa e controllata alle cose lette ne La vita sessuale di Catherine M., o alle foto di nudo pubblicate dal marito, scrittore e filosofo dell’arte, Jacques Henric in un libro dal titolo ovviamente allusivo: Legendes de Catherine M. Chissà, forse mi aspettavo che tutto quel desiderio avesse lasciato tracce più visibili. C’è da dire però che quando si definisce una donna come si deve stiamo parlando di oscenità e meccanismi dell’eccitazione: “Può essere un afrodisiaco sentire delle oscenità uscire dalla bocca di una donna molto come si deve, sono stata con persone che si eccitavano per questo. Avevano l’impressione che una barriera fosse saltata”.


Catherine mi porta un caffè e chiude fuori la dolcissima Rotwailler che mi si appoggia con tutto il peso su una gamba leccandomi la mano da quando sono entrato. Sulla parete dietro di lei ci sono foto strappate da riviste di personaggi maschili diversissimi tra loro, Chabal nella pubblicità di un profumo, Fernandel, Frank Zappa. Al lato, vicino alla finestra, l’affiché teatrale dello spettacolo tratto da La vita sessuale di Catherine M.
Il primo romanzo della Millet, scritto intorno ai cinquant’anni, è un libro molto esplicito e metodico che ha scioccato più per il linguaggio usato che per la materia trattata. Nessuna volgarità nelle descrizioni, nessun sentimentalismo, un distacco intellettuale che mette quasi a disagio. In questo senso, al contrario di quel che si possa pensare, è un libro molto poco furbo. A tal proposito Catherine mi ricorda che Seuil, che lo ha pubblicato, è una casa editrice di origine cattolica. Un editor in particolare, molto rispettato, ha creduto nel valore letterario del libro, tutto qui. “Non ci aspettavamo diventasse un fenomeno sociale”. La prima edizione era di appena quattro mila esemplari, alla fine in Francia ne sono stati venduti circa ottocentomila. Poi sorride e aggiunge: “Un’amica però, quando ancora non avevo scritto il libro, mi disse: devi farlo, se lo fai sarà la tua pensione. Insomma, le cose non stanno proprio così, ma quasi”.
Adesso, sette anni dopo il terremoto che ne è seguito (due milioni e mezzo di copie in tutto il mondo), ha cambiato casa editrice ed è di nuovo protagonista della rentrée, questa volta con un libro sulla gelosia: Jour de Souffrance. Qualcuno la paragona a Proust, qualcun altro si chiede se si possa scrivere prima un libro sul sesso di gruppo poi un altro dove si confessa di essere gelosi. In maniera se si vuole anche aggressiva, come se in realtà non potesse permetterselo. Lei la vede così: “Non pensavo che avrei scritto un altro libro autobiografico, dopo Catherine M., ma avendo visto le reazioni dei lettori mi sono detta che mancava la parte immersa del personaggio, e per onestà ho scritto questo libro”.
È forse per questa voglia di scoprirsi un po’ più a fondo che quando le chiedo come vive la notorietà e se non la imbarazza incontrare persone che conoscono la sua vita sessuale, mi dice che al limite, dei due, il libro che la imbarazza di più è proprio questo secondo. Eppure nell’edizione tascabile del primo è persino nuda in copertina (per non parlare delle foto del marito), ed è finita su tutti i giornali, è stata persino in tv. “Certo, ci sono delle sfumature però, ad esempio non sono mai riuscita a leggere certi passaggi del libro in pubblico. Posso parlarne, come di Catherine M., in terza persona, ma se leggo mi identifico. In Jour de souffrance, dove espongo i sentimenti più che il corpo, è stato ancora più difficile. La sofferenza di cui parlo si è manifestata in maniera molto somatica e per scriverne ho dovuto ritrovare le sensazioni del momento, perdere la distanza, e quelli sono stati i momenti più dolorosi”.

Il discorso sulla distanza e l’imbarazzo ci porta a parlare di un terzo libro, quello della fotografa Bettina Rheims: The book of Olga, per cui la Millet ha scritto la prefazione. Tra qualche giorno il libro sarà presentato a Parigi nella libreria Taschen, in cui lavoro, e a dirla tutta è da quello che mi è venuta l’idea dell’intervista.
La storia del libro è la seguente: Olga è la moglie-modella di un miliardario russo che già in passato ha pagato fotografi tipo Helmut Newton, LaChapelle e Peter Lindberg per ritrarre la sua terza splendida moglie. Terza nel senso che Rodionov, ex-presidente della Banca Imperiale moscovita, proprietario di un gruppo editoriale, che si è convertito all’Islam perché più adatto alla vita moderna del Cristianesimo, oltre ad Olga ha altre due mogli. Gira voce che regali le foto alle persone con cui fa affari. Bettina Rheims, soldi a parte, si è fatta prendere dalla situazione, ha chiamato un esperto di bondage e SM, affittato costumi del settecento, parrucche, pellicce, chili di gesso, una macchina sportiva, e invece dei pochi scatti commissionati ha progettato un libro intero. Il paginone doppio finale è una citazione, molto letterale, de L’Origine del Mondo di Courbet, col piercing di Olga, d’oro e diamanti, a esprimere una specie di zeitgeist involontario.
Catherine Millet nella sua prefazione paragona la vicenda al costume di certi sovrani del passato di commissionare a pittori eccellenti quadri con la propria amante nuda dentro, come ha fatto Carlo VII con Foquet per una Madonna col bambino. La cosa divertente è che la Madonna di Foquet, della metà del Quattrocento, sembrerebbe avere le tette rifatte proprio come Olga. Poi, in un gioco di specchi molto metanarrativo, chiede a Madame Rodionova se vedersi in quelle foto non l’ha imbarazzata. Olga risponde di no, che quella che le persone guardano nelle foto non è lei, ma il suo personaggio. Veramente funziona così, le chiedo, per una modella ancora ancora, ma per una scrittrice? “Con le immagini, che siano fotografiche o letterarie, non ci si identifica, al contrario funzionano da maschera. È qualcosa che non ti appartiene più, che ormai riguarda gli altri”. Per lei le cose sono chiare: la persona sociale da una parte, il personaggio di finzione dall’altra. Anche se portano lo stesso nome.

Qualche giorno più tardi incontro di nuovo Catherine, in libreria, per la dedica del libro di Olga. In un’atmosfera da boudoir, colonne dorate, antri pieni di libri porno e arte sacra, in fondo alla sala buia, Catherine Millet è seduta affianco alla sua amica Bettina. Nella fila di tutti uomini c’è solo una donna, sta facendo il regalo al marito per i cinquant’anni di matrimonio.
Avevamo già parlato di libri come American Swings: scambisti americani, bianchi, grassi e repubblicani, che mangiano nudi e fanno sesso di gruppo sulla tavola ancora apparecchiata, guardando una partita di football con una birra in mano. Oppure in camping naturisti, nei giardinetti dietro i caravan, organizzano gang-bang sull’amaca o l’altalena. “Da giovane, coi miei amici, passavo molto tempo nuda”, mi ha detto lei, “Ma non sono mai andata oltre perché le situazioni più erotiche sono quelle di trasgressione. Al limite persino fare l’amore mentre si guarda una partita di calcio può essere trasgressivo. Se è così tutti i giorni allora non mi interessa. Per quel che riguarda la banalizzazione del sesso, internet, il porno, io ho fiducia nell’immaginario dell’uomo, credo che si troverà sempre il modo di risvegliare il desiderio. L’immaginario è infinito”. Ricordo che ero quasi scandalizzato: come si fa a trovare interessanti situazioni del genere? Le ho chiesto. Voglio dire, gente brutta, che fa cose squallide? Catherine si è irrigidita e per un momento ho avuto paura non mi rispondesse. Mi scrutava da dietro un mucchio di carte e presse-papiers, con l’orologetto che le scivolava di continuo dal polso. Poi deve avermi perdonato e si è fatta una risata: “Il punto è che gente normale può apprezzare cose diverse dal normale, persino una persona come me lucida, borghese, può avere desideri sporchi. Ho conosciuto uomini che si eccitano solo con donne vecchie, oppure molto grasse. Tu dici volgare, io credo che la volgarità sia nello sguardo”.
Il giorno della presentazione del libro di Olga, Catherine Millet indossa una camicia a fiori da ragazzina, con gli sbuffi sulle maniche. Durante il cocktail mi presenta suo marito, Jacques, un uomo piccolo, coi capelli bianchi e le sopracciglia nerissime. “Lui mi ha fatto una bella intervista l’altro giorno”, fa lei, che forse si accorge del mio imbarazzo. Sto pensando alle cose che ho letto su Jacques e a quelle che Catherine mi ha detto. “In Jour de Souffrance parlo di quest’uomo di cui sono gelosa e con cui comunque continuo a vivere. La vita sessuale che ha al di là di me lo avvolge in un mistero, e questo mistero diventa parte del desiderio che ho per lui. Ad esempio non posso sapere che piacere ha con le altre donne, cosa ci trova in questa o in quella, che io magari trovo brutta”.
Quindi, dopo avermi augurato bon courage per il pezzo su GQ, Catherine Millet infila un giubbotto di pelle, con la cintura borchiata, e va via insieme al marito. Una collega della libreria mi si avvicina e mi fa: “Certo che a vederla così… proprio non si direbbe, eh?”. Eh già, dico io, alla seconda coppa di champagne. Il mistero, il desiderio che si propaga come un virus, penso, mi sarò mica innamorato di Catherine M.?

Daniele Manusia è direttore e cofondatore dell’Ultimo Uomo. È nato a Roma (1981) dove vive e lavora. Ha scritto Cantona. Come è diventato leggenda (add, 2013).
Commenti
Un commento a “La vita sessuale degli altri”
  1. Candace Valtas scrive:

    Now, what a good start however i’m going to take a look at that a touch more. Will show you just what more there is.

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