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La voce di Conrad

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Esce oggi il nuovo numero di Nuovi Argomenti, dedicato al senso di appartenenza all’Europa. Di seguito pubblichiamo un testo di Vincenzo Pardini contenuto nella rivista, che ringraziamo.

di Vincenzo Pardini

Molti anni fa, leggendo Lord Jim di Joseph Conrad, mi parve che alcune righe, verso la metà del romanzo, le avesse dedicate a me: «Era difficile, in quel momento, credere all’esistenza di Jim – partito ragazzo da una parrocchia di campagna, avvolto nella moltitudine degli uomini come in una nuvola di polvere, ammutolito dallo strepitoso contrasto della vita e della morte in un mondo tutto materiale: eppure la sua realtà indistruttibile mi si presentò davanti con una forza convincente e perentoria!».

Parole che mi agirono dentro come un risveglio, riportandomi indietro nel tempo. Ossia al giorno che, insieme a mia madre, ad appena tre anni, partii da una parrocchia, o meglio da un villaggio di montagna, per raggiungere mio padre e mio zio, emigrati in Belgio, a lavorare in miniera. Eravamo poco dopo gli anni Cinquanta e in Italia, al solito, mancava lavoro. Gli abitanti di montagna, lontani da centri urbani erano, pertanto, costretti ad andarsene nelle periferie delle città, o all’estero, in cerca di un’occupazione. Mio padre e mio zio Giuseppe, prima di partire, avevano dovuto sottoporsi a visita e mostrare documentazione di essere immuni da precedenti penali.

Pure io e mia madre fummo sottoposti a controllo sanitario. Partimmo una mattina d’autunno, il clima ancora tiepido. Per raggiungere la via carrozzabile, dovevamo percorrere un lungo tratto di mulattiera, un cammino preistorico, da dove, fra gli altri, erano passati etruschi, romani, liguri, apuani e longobardi. Una strada di sassi e di pietre, costeggiata da muri a secco o rupi. Fino a Milano ci avrebbe accompagnato zio Silvestro, fratello di mia nonna. Un veterano dei lunghi viaggi. Emigrato a Buenos Aires in giovane età, rientrato in Patria per combattere nella Prima guerra mondiale, sarebbe poi ripartito alla volta della California.

Quel giorno ci precedeva con la nostra valigia in spalla. Sennonché, a un tratto, incrociammo una carovana di muli. Il vetturino si offerse non solo di caricare la valigia, ma di far salire me in arcione al capintesta, enorme e bianco. Un’esperienza indimenticabile. Gli vedevo la criniera e i lunghi orecchi oscillarmi davanti, ed ero avvolto, alla stregua di una musica, dallo stridere del basto e lo zoccolare dei giumenti che seguivano. Costeggiati dirupi in fondo ai quali scorreva l’acqua delle cascate, giungemmo a destinazione, sotto l’arco di un antico molino. Poco più in là c’era la via maestra, da dove sarebbe passata la corriera. Sceso dal mulo, avrei voluto carezzarlo. Dovette capirlo. Abbassata la testa all’altezza del mio petto, mi dette la fronte, bagnata di sudore come quella di un uomo. Salito sulla corriera, avvertii dentro di me uno strappo, una lacerazione. E mi sembrò di aver perduto quanto, forse, non avrei più ritrovato.

Era l’inizio della nuvola di polvere che, sempre, m’avrebbe fatto sentire il contrasto della vita e della morte, in un mondo irto di ogni difficoltà. Lo zio e la mamma conversavano, la corriera avanzava, lasciandosi dietro una cortina fumogena. Mi sentii solo come non mi era mai accaduto. Stavo abbandonando il mondo delle mie immagini e consuetudini. Cambiati diversi treni, verso sera giungemmo a Milano. Mio padre era ad attenderci, ma non lo salutai. Mi sembrava un avversario, un intruso che mi aveva esautorato dal mio regno. Salutando lo zio, respirai il profumo di naftalina dei suoi abiti. Cominciava a farsi buio, e la stazione di Milano s’era illuminata; tra l’andirivieni dei passeggeri, mi echeggiava nelle orecchie la voce degli altoparlanti. Infine saliti, partimmo. Come altri, mangiammo in treno il cibo portato da casa.

Il vagone aveva sedili di legno, e non riuscivo a dormire. Allora ripensavo agli ultimi odori che avevo respirato. Oltre quello di zio Silvestro, mi parve di respirare ancora quello dei muli, un ché di fieno, miele e birra. Ma il treno, tra suoni di sirena che parevano urla, e attrito di ferro contro ferro, correva. Al di là dei finestrini era buio. Le luci comparivano al momento che il convoglio fermava nelle stazioni. Teste pendoloni, la gente del mio scomparto dormiva. Mi sentivo prigioniero e avrei voluto fuggire, evadere.

M’addormentai, credo, verso l’alba. Fui destato dalla luce del giorno e da mia madre e mio padre: discutevano. Arrivammo a Wandre che era sera. Camminammo nel buio, alla luce delle torce di mio padre e mio zio Giuseppe, arrivato nel frattempo. Finché non fummo in una baracca di legno, con vecchi mobili e scranne dal sedile di paglia. Volto teso, mia madre metteva ordine, zio Giuseppe, seduto, fumava una sigaretta, mio padre caricava la stufa di carbone. Mi subentrò un forte smarrimento, fino a sentirmi estraneo a me stesso, e proruppi in un pianto più di rabbia che di angoscia. Alla domanda di mia madre se avessi avuto fame, risposi in malo modo. Lei, irritata, avrebbe voluto percuotermi, ma venne in soccorso lo zio, che mi portò in una stanza, dov’era un letto. Spogliato, mi coricai.

I giorni seguenti furono di disagio. Non riuscivo ad ambientarmi, anche perché il cielo era basso e grigio, l’aria impregnata di umidità e avevo attorno gente sconosciuta e che parlava un linguaggio a me incomprensibile. Stetti meglio quando ebbi dei giocattoli. Poi, qualche volta, al pomeriggio, una signora anziana, dai grandi occhi celesti, madre della fidanzata di zio Giuseppe, mi portava a passeggio fino a casa sua. Sebbene non ci parlassimo, ci capivamo a sguardi. Infine cominciai a imparare la nuova lingua, il fiammingo. Mi era entrata dentro insieme ai gesti e agli atteggiamenti degli interlocutori. Adesso, la domenica, venivano da noi diversi uomini e qualche donna. Pochi quelli che parlavano italiano. Fra di loro c’erano infatti francesi, turchi, armeni, polacchi, russi e tedeschi. Venivano perché mio padre sapeva suonare la fisarmonica. Arte appresa da ragazzo, ma interrotta durante la guerra. Se era bel tempo, nello spiazzo antistante la baracca, alcune coppie ballavano, gli altri stavano seduti o in piedi ad ascoltare la musica. Mio padre, seduto in un angolo, la fisarmonica sulle gambe, suonava musiche che a me parevano molto belle, e che mi rasserenavano o mi esaltavano, facendomi sognare ad occhi aperti.

In quei giorni cominciai anche a giocare coi bambini della mia età o più grandi, quasi tutti di altra etnia. Come con la signora tedesca, ci si capiva a sguardi. Giocavamo con dei cavallucci di caucciù o di carta pesta, o piccoli veicoli di metallo pesante. Un giorno con alcuni di loro mi allontanai per raggiungere una lunga scalinata di legno, che portava in alto, molto in alto. Al solito, era una giornata nebulosa. Arrivato in cima, ammirai il paesaggio: oltre le case, si estendeva e si allungava la Mosa; le baracche in cui abitavano i minatori e le loro famiglie, si trovavano al confine di un territorio scosceso, nero di carbone, e la miniera era delineata da strutture metalliche.

Tornai a buio, e mia madre, che non perdonava distrazioni e negligenze, mi redarguì e mi percosse. Ma io avevo imparato a difendermi: andavo sotto il tavolo di cucina, dove non poteva raggiungermi. Tanto sapevo che le sue collere, dovute a eccesso di protezione, erano fuochi di paglia. Se era brutto tempo e mio padre non suonava la fisarmonica, la domenica andavano in visita da compaesani e parenti che abitavano nei paraggi, o dallo zio Giuseppe, nel frattempo sposatosi con una ragazza bionda e che parlava con un forte accento tedesco.

Dai parenti trovavamo, sempre, altre famiglie di immigrati, coi quali mio padre e mia madre si intrattenevano, mentre io giocavo coi loro figli. Fra i dipendenti delle miniere si era instaurata una tacita solidarietà. Dovuta anche al fatto dei vari aspetti di rischio che comportava per i minatori scendere metri e metri sotto terra, a lavorare tra buio e carbone, e l’apprensione in cui vivevano le loro famiglie. Apprensiva, mia madre soffriva molto. Tornato in Italia oltre un anno dopo, cominciai ad avere, nei confronti della vita e del prossimo, un concetto di fraternità che non mi sarebbe venuto meno negli anni. Essere stato a contatto con etnie diverse, mi aveva fatto capire che non esistono né le razze né tantomeno i popoli: esistono le persone, la gente, noi, ossia l’Europa e il mondo intero.

Cosa che non è tuttavia bastata a dissolvere dentro di me la voce di Conrad. Non tanto riguardo al bambino avvolto dalla polvere e dal tramestio degli uomini, ma dal persistente contrasto che ho continuato ad avvertire tra la mia vita e la mia morte. Contrasto, quest’ultimo, sempre più nitido, e che cerco di mitigare confidando in Dio.

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