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La voce della critica, i tempi della televisione

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Pubblichiamo la prefazione al libro di Emily Nussbaum Mi piace guardare. Critiche e riflessioni sulla tv americana, uscito per minimum fax: ringraziamo editore e autori.

di Fabio Guarnaccia e Luca Barra

Mi piace guardare: il titolo di questo libro è una confessione, persino spudorata. Che a un critico televisivo piaccia guardare la tv non è scontato: il più delle volte si ha l’impressione di una tortura autoinflitta, per ragioni professionali o per una non meglio identificata difesa culturale e civica della società contro la barbarie televisiva. Essere disposti ad accogliere la confessione di un critico che ammette candidamente di provare piacere dalla visione della tv, e non solo delle sue parti più evolute ma anche di quelle ferine e voyeuristiche, è allora il miglior viatico per apprezzare la voce polifonica di Emily Nussbaum. La voce, perché leggendo questo libro – apparentemente la raccolta di alcuni dei migliori articoli scritti nel corso di una decina d’anni su varie testate, dal New York Times al New Yorker, ma più realisticamente il racconto appassionato di un’idea di critica culturale – il dato sensibile che più resta al lettore è quello di un’intimità da camera.

Qualcosa che la letteratura riesce a fare da sempre, ma che negli ultimi tempi viene più facile associare alla voce riflessiva e accogliente di un podcast. Vi sembrerà di dialogare con Emily Nussbaum, per la quale la critica tv del resto è un esercizio dialettico con gli spettatori, anche se in realtà quello che vi ritroverete a fare sarà ascoltare la sua voce mentre spolverate i vostri ricordi televisivi più profondi, legati magari al design di un programma specifico, ma in fondo connessi a quello che avete colto della centralità di un mezzo proteiforme che entra nelle nostre case senza sforzo e accompagna la nostra vita ogni singolo giorno plasmando il modo in cui parliamo, scherziamo, ci prendiamo gioco di noi stessi e degli altri (degli altri soprattutto), e che innerva la vita politica, i cui cicli sono inestricabili da quelli mediali.

E com’è questa voce? È quella ferma di chi non è disposto a fare sconti a nessuno in ragione della stessa passione che la anima. La voce di una donna allo stesso modo lontana dalla fedeltà ottusa del fan e dallo stereotipo del critico blasé. Scopriamo così che la futura critica del New Yorker neanche ci pensava a fare la critica, fino all’incontro con Buffy l’ammazzavampiri, e che questo è stato una grande fortuna per tutti, soprattutto per il New Yorker, dato che Buffy non rientra nella categoria della tv di qualità, ma in quella fangosa e prolifica della tv popolare.

L’assenza di snobismo le ha permesso di vedere l’originalità e la sperimentazione presenti nella prima produzione importante di uno showrunner come Joss Whedon, che avremmo imparato a conoscere bene. L’assenza di snobismo, però, non significa assuefazione al gusto dominante. Se c’è una cosa che si trova a manciate in questo libro è il coraggio più o meno sofferto di dire «non mi piace» per titoli altrimenti osannati collettivamente, da True Detective a La fantastica Signora Maisel. O di rimettere al posto che meritano serie ingenerosamente bistrattate come Sex and the City.

Che sia un «mi piace» o un «non mi piace», il gesto critico della Nussbaum ruota attorno a uno studio attento dell’oggetto e del suo contesto, e così l’argomentazione si allarga in modo inusuale alla storia della tv, alle sue dimensioni tecniche e industriali, alla società, alla politica. Per raccontare il fandom recupera Norman Lear, il creatore della sitcom Arcibaldo (All in the Family); per affrontare le politiche di genere ai tempi del #metoo fornisce un mirabile profilo di Joan Rivers, attraverso cui analizza il lavoro di Lena Dunham o ridimensiona quello di Amy Sherman-Palladino. Per capire l’atteggiamento da tenere di fronte al lavoro di Bill Cosby (e di Louis C.K., e di Woody Allen) dopo le accuse di violenza, scrive un essay nuovo di zecca, in cui si mette in gioco e si racconta dai tempi della sua prima formazione a oggi, un corposo intermezzo che dà al volume il gusto del memoir e rivela quanto la Nussbaum prenda sul serio la tv.

Guardarsi allo specchio

Occuparsi di tv è un po’ come sottoporre ad analisi la vita della nostra società. Curarsi dei singoli titoli è il punto di partenza, ma se vogliamo dare profondità e valore all’analisi questi, come i loro interpreti-creatori-committenti, vanno messi in relazione al più ampio sistema dell’audiovisivo e della società. In un certo senso, non si può svolgere seriamente il lavoro critico senza conoscere il funzionamento della «mente televisiva» nelle sue manifestazioni, nelle disfunzionalità e nella genuina voglia di intrattenere il pubblico.

Emily Nussbaum non ha inventato questo approccio, perché da sempre è l’unico possibile per una critica della tv che sia degna di questo nome, ma certamente ha trovato una strada, uno stile, uno sguardo peculiari, all’interno di anni segnati da profondi cambiamenti.

Nell’introduzione, ci ricorda l’emergere negli anni Novanta di una generazione di scrittori e intellettuali caratterizzata da un’acuta comprensione della cultura pop, unita al bisogno morale di indicare i mali che quella cultura, specie nella sua incarnazione televisiva, inevitabilmente diffondeva nel paese. Campioni di quella generazione sono stati Jonathan Franzen e David Foster Wallace. Soprattutto quest’ultimo, nella sua produzione saggistica, ha saputo osservare dall’interno la popular culture statunitense, che si trattasse di una crociera, di una fiera di bestiame o della televisione.

Quello di cui Wallace accusava la tv era la diffusione di un tono ironico che non risparmiava nulla, che distruggeva ogni cosa, contagiando gli spettatori con questo vuoto disprezzo di sé. Rispetto a questa lettura, da cui prende le distanze, la Nussbaum misura il ruolo del critico in questa delicata stagione di crescita. Quell’ironia non era solo distruttiva, ci dice, ma preparava il terreno per quello che ormai si profilava all’orizzonte. «Disprezzare la tv era come rifiutare di guardarsi allo specchio», scrive con riferimento all’immagine con cui Wallace definiva la televisione in E Unibus Pluram: «Non lo specchio stendhaliano che riflette il cielo blu e le pozzanghere fangose. Ma più qualcosa di simile allo specchio del bagno con la luce sopra, davanti al quale i quindicenni si ispezionano i bicipiti e decidono qual è il loro profilo migliore».

I bicipiti in formazione di quella tv secondo la Nussbaum corrispondono al tasto pausa del telecomando. Da quello (dalle sue molte incarnazioni, che dal registratore digitale arrivano fino all’on demand) deriva la trasformazione della tv da un flusso indistinto di programmi a una biblioteca di testi allineati, catalogabili e consultabili a piacere. La televisione acquista dignità artistica. Cresce e diventa un’altra cosa, senza rinnegare se stessa. E questa profonda trasformazione richiede nuove figure critiche e una sensibilità inedita.

Una «teoria generale» della tv

Tra le pagine di questo volume, Emily Nussbaum fa trasparire un’idea precisa di televisione, una «teoria generale», come la chiama fin da subito, che travalica i singoli articoli pur partendo sempre dall’analisi puntuale di un programma, una serie, una manciata di episodi, una figura creativa. Tanti sono gli spunti di riflessione che si sostanziano man mano, lungo gli anni e decenni di attività. Il mezzo televisivo come risultato di un lavoro collettivo. Il suo affidarsi alle parole più che alle immagini. Il continuo riflettere del piccolo schermo su se stesso (metatelevisione!).

La natura incerta e spesso inattesa della qualità in tv, che si conquista o si perde da una puntata all’altra. La sicurezza della quantità di contenuti, sempre troppo numerosi, sempre fuori misura. Ancora, l’attenzione rivolta, più che su un canone di titoli scelti, sui titoli più semplici, modesti, apparentemente banali, che di solito passano sotto traccia. Se si dovesse però scegliere un punto centrale di questa teoria ingenua, nata dalla militanza critica più che dallo sguardo dello studioso, si tratta senza dubbio del rapporto tra la televisione e il tempo. Un legame profondo, stratificato, che si intreccia a vari livelli.

Una relazione che resta sempre sospesa, irrisolta, in progress: la televisione è «meravigliosa non malgrado ma proprio grazie alla sua flessibilità instabile, a come è in grado di cambiare nel tempo, in un dialogo ininterrotto con la propria storia», e occuparsene vuol dire «celebra[re] tutto ciò che non smette di mutare», scrive la Nussbaum. Nel tempo, innanzitutto, i programmi variano: ogni serie è fatta di tante stagioni, ogni stagione di tanti episodi, e dare una valutazione univoca, spesso molto prima della conclusione, è quindi del tutto illusorio; meglio, costringe a un ripensamento continuo, a rivalutazioni e svalutazioni.

Nel tempo, cambia l’esperienza che facciamo del piccolo schermo: il flusso della tv scorre senza soluzione di continuità come il fiume di Eraclito, sembra restare identico ma non è mai lo stesso; e persino le library digitali, apparentemente complete ed eterne, registrano continui cambiamenti sottotraccia, ingressi e subitanee scomparse. In lotta con e contro il tempo Il modello produttivo e industriale di larga parte della televisione consente alle serie e ai programmi di aggiustarsi nel tempo, di mutare in relazione a quanto accade fuori: come scrive la Nussbaum a proposito di Girls, «essendo televisione, viene realizzata di fronte ai nostri occhi, assorbendo e sfidando le critiche lungo il percorso. E rimane in testa, brucia e fa incazzare».

Gli aggiustamenti del testo sono il risultato di un processo e di un contesto: nel bene e nel male, sempre a sorpresa. Vale soprattutto per quella che è la scrittura e realizzazione di ogni serie di network, ormai classica, che «è sempre in evoluzione. Ogni settimana reagisce alle nostre reazioni, scommettendo su ascolti migliori, spingendo nuove coppie sotto i riflettori o cacciando gli attori coinvolti in un qualche scandalo. […] È la bozza e allo stesso tempo il libro pubblicato». La messa in onda fissa qualcosa di impreciso, di incompiuto fino all’ultimo istante, ma questa fissità dura soltanto fino alla settimana successiva, quando il racconto riprende: è il «bello della diretta», la sporcatura dell’imprevisto, la costruzione di un’immediatezza.

Insieme ai modi di produzione, cambiano nel tempo i percorsi distributivi: nel confronto tra House of Cards e Scandal, la prima resa disponibile su Netflix tutta insieme e la seconda centellinata per settimane e anni in palinsesto, si trovano le ragioni di differenze narrative e stilistiche; nell’elogio di The Good Wife, si rileva che per la tv tradizionale i «limiti stringenti – simili a quelli che regolano il sonetto – possano ispirare una brillantezza superiore a quella garantita dall’assoluta libertà». Nel tempo cambia l’industria e cambia il pubblico, ossia noi che guardiamo la tv. È il passare del tempo a farci riconsiderare le nostre certezze, i nostri gusti, le nostre opinioni: bastano una nuova visione, o anche solo lo stemperarsi del ricordo o la sua sostituzione con esperienze successive, a cambiare il quadro. Solo tempo dopo, si può valutare tirandosi fuori dalle ansie e dai vincoli dell’attualità: cominciando il saggio su Sex and the City, Nussbaum confessa di aver «risolto il mistero su come scrivere di una serie che suscitava giudizi contrastanti: aspettare un decennio»; lo sguardo sui difficult men cambia, la delusione su Lost si conferma.

Infine, la televisione è scrittura del tempo anche nel senso che intanto tutto attorno il mondo si muove. C’è il percorso dirompente che porta il medium e i suoi immaginari «dai margini verso il centro della cultura». C’è l’allargarsi lento dell’interesse di molti dalla serialità ad altri generi, come il reality, «il luogo in cui accade ancora qualcosa […] un mezzo artistico di massa spesso preso in giro, contaminato da sceneggiature sotterranee, ma allo stesso tempo […] una lente d’ingrandimento per una cultura sporca quanto affascinante. Sono la televisione della televisione» – ed è proprio alla televisione della realtà e della gente comune che sarà dedicato il prossimo libro dell’autrice.1 C’è lo spirito di un tempo che si imprime nelle opere ma rischia di farle invecchiare male, o comunque in modi del tutto inattesi: come ammette la Nussbaum mentre riflette sul #metoo – ma possiamo facilmente immaginare tocchi molti altri giudizi e valutazioni – «è difficile trovare il proprio passo mentre il terreno si sposta sotto i piedi».

Ci sono i progressi nelle rappresentazioni di genere, le furbizie dell’apertura di un dialogo con il fandom, le evoluzioni in positivo e in negativo della celebrity culture, l’apertura alla diversità anche creativa. Ci sono i social, le ironie sulla politica e la presidenza di Trump. Tutto cambia. E la televisione, così incerta, così mutevole – e possiamo finalmente dirlo, a distanza di tempo, anche grazie al lavoro di Emily Nussbaum – riesce a reggere meglio di tutti lo scorrere del tempo. Proprio perché sa di non poterlo bloccare.

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