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La zattera. Ovvero perché il 2018 è stato l’anno del godimento per la morte altrui

di Christian Raimo

C’è una scena di Orizzonti di gloria che mi agghiaccia ogni volta. La disputa tra il colonnello Dax (Kirk Douglas), che vuole salvare i suoi uomini da un’ingiusta fucilazione per codardia – non si sono voluti sacrificare in un inutile massacro -, e il generale George Broulard (Adolphe Menjou) che invece pensa solo astrattamente all’onore della Francia, finisce in questo dialogo incredibile:

B. “A parte il fatto che molti dei suoi uomini non sono neppure usciti dalle trincee, c’è la questione del morale delle truppe.”
D. “Il morale delle truppe?”
B. “Certo. Questa fucilazione sarà un tonico per tutta la divisione. Ci sono poche cose più incoraggianti e stimolanti di veder morire gli altri.”
D. “Non ci avevo mai pensato”.

Ho rivisto ODG recentemente e quella frase mi è rimasta in testa per giorni: ci sono poche cose più incoraggianti e stimolanti di veder morire gli altri. Ci ho ripensato perché mi sono convinto come nell’ultimo anno l’emozione principale che ha nutrito la psiche della politica italiana è stata proprio questa: l’energia che veniva stimolata dal vedere morire gli altri.

Questi altri a cui non sono riuscito a smettere di riandare con la mente sono stati molte volte, l’ho realizzato a posteriori, dei ragazzini. C’è stata Pamela Mastropietro, la diciottenne stuprata e fatta a pezzi vicino Macerata il 30 gennaio, e il cui assassinio voleva essere follemente vendicato da Luca Traini, il militante neofascista che il 4 febbraio ha fatto fuoco contro cinque neri a caso per le strade di Macerata. C’è stato quel ragazzino senza nome di circa quattro cinque anni che è morto vicino a quella che era presumibilmente sua madre, lasciato alla deriva su una tavola in mare da scafisti libici, e trovato il 17 luglio già cadavere dalla nave dell’ong Open Arms che è riuscita a salvare solo Josefa. C’è stata Desirée Mariottini, la sedicenne di Cisterna di Latina, anche lei stuprata e uccisa a San Lorenzo nella notte tra il 18 e il 19 ottobre. E ci sono stati i cinque ragazzi morti schiacciati dalla calca mentre aspettavano Sfera Ebbasta in un locale di Corinaldo, in provincia di Ancona, il 7 dicembre.

La cosa che mi è sembrata ferocemente anomala, di fronte a queste tragedie così terribili, è che non abbiano prodotto soltanto strazio. Anzi, che il dolore intollerabile sia stato una reazione minore rispetto ad altre che si sono imposte già dai primi minuti successivi alla scoperta del dramma. La morte di Pamela Mastropietro e quella di Desirée Mariottini hanno fornito il pretesto per una scatenata caccia al negro, che nel primo caso si è addirittura trasformata in un dichiarato tentativo di strage. I cadaveri alla deriva vicino a Open Arms sono stati completamente dimenticati in nome di un raccapricciante dibattito sulla grottesca ipotesi che la notizia del salvataggio di Josefa potesse essere un falso perché lei era aveva lo smalto alle dita (circostanza ovviamente smentita da Annalisa Camilli, giornalista di Internazionale che era sulla nave). E persino lo strazio per la strage di Corinaldo è stato sepolto da un diluvio di discussioni sulla musica trap.

E così mi sono reso conto che il mio rimuginio ossessivo per queste morti di ragazzini non era dovuto soltanto alla pena che questi eventi mi avevano provocato; ma anche dal fatto che erano state sia rimosse che risignificate immediatamente e poi nel tempo – la vertigine del male cancellata.

Sono un nativo televisivo, e il mio battesimo sociale è sicuramente stato il cordoglio per l’agonia e la morte in diretta di Alfredino Rampi, il bambino di Vermicino sprofondato in un pozzo in cui era accidentalmente caduto. Era 10 giugno 1981, il giorno prima avevo compiuto sei anni; Alfredino aveva due mesi più di me. L’empatia con quel ragazzino non fu nemmeno una scelta; la Rai andò in onda con una diretta consecutive di 18 ore, la prima e seminale nel suo tremendo genere. La scena anche mediatica di una morte di un ragazzino ha su di me un potere d’incanto che mi distrugge qualunque facoltà razionale; ancora mi rendo conto che nel mio inconscio sono depositate tante immagini di ragazzini morti senza senso negli ultimi anni: dalle immagini della strage dell’Heysel del 1986 al cadaverino di Alan Kurdi, il bambino trascinato dalle onde già morto sulla spiaggia di Bodrum in Turchia nel 2015.

Se il mio essere politico è nato proprio nell’esatto momento in cui ho sentito la pena per l’agonia e la morte di un essere umano che non conoscevo, e se questo in definitiva è stato il cardine di ogni riflessione che ho mai sviluppato sulla giustizia; mi sono interrogato sulle motivazioni dell’indifferenza che caratterizza in modo sempre più evidente le reazioni alle morti degli altri nel discorso pubblico; ho preso come esempi delle morti di ragazzini perché mi sembravano ancora più dolorose, ma è ovvio che questo ragionamento vale anche per il dolore e la morte anche di adulti.

La risposta lacerante che quasi non riesco a dare a me stesso è quella che il generale Broulard dà al colonnello Dax nella scena clou di Orizzonti di gloria: ci sono poche cose più incoraggianti e stimolanti di veder morire gli altri. Persino dei bambini.

Sono convinto che sia questo lo stato d’animo che innerva in maniera sempre più penetrante la psiche collettiva. Non si tratta solo di schadenfreude, quel godimento per la sciagura altrui, ma di una forma di reazione impulsiva generata evidentemente da un’angoscia intensissima, una paura talmente insuperabile che risulta capace di mettere in crisi la stessa dimensione della nostra umanità. Un passaggio psichico epocale: da “potevo essere io al posto suo” a “menomale che non ero io al posto suo”.

Qual è questa angoscia? Riflettendo su quali siano le grandi questioni che il nostro pianeta pone alla politica, ce ne sono due che ci causano chiaramente un senso di turbamento insopprimibile soprattutto al nostro occidente: una è sicuramente il cambiamento climatico, l’altra è il calo demografico.

Il 2018 è stato l’anno in cui l’allarme sul clima ha aggiunto un altro grado di preoccupazione: il timore è che si stia arrivando a un punto di non ritorno rispetto alle tendenze più catastrofiche. Il 20 novembre la World Meteorological Organization (WMO) ha pubblicato un rapporto sulle emissioni di gas responsabili dell’effetto serra nel pianeta: i livelli dei gas che intrappolano il calore nell’atmosfera hanno raggiunto livelli comparabili solo a milioni di anni fa, quando la temperatura era più elevata dai 2 ai 3 gradi e il livello del mare dai 10 ai 20 metri più alto. Non c’è alcun segno di inversione in questa tendenza.

E poi l’altro spettro: quello di avvicinarsi a essere l’ultima generazione europea. Il rapporto sulla popolazione dell’Onu ipotizza un aumento della popolazione per il 2100 che dovrebbe arrivare a 11 miliardi di persone: in tutti i continenti ci sarebbe un aumento (l’Africa quello più consistente, dal miliardo attuale ai quattro miliardi e passa del 2010), solo in Europa ci sarebbe un calo di quasi il 20 per cento.

Questi sarebbero i temi ineludibili di qualunque dibattito politico – politiche sull’ambiente e politiche sulle migrazioni – in nome di un sentimento di cura che comprende giocoforza l’intera umanità. Questi temi non arrivano mai invece mai al centro del dibattito; l’intensità dell’angoscia che questi dati portano con sé, l’impossibilità di dominare trasformazioni planetarie, riduce la nostra reazione emotiva al tentativo quasi infantile di cercare sollievo all’ansia.

L’immagine perfetta della contemporaneità per le nuove destre europee che si nutrono della paura è quella di una zattera sempre più piccola. Salvarsi vuol dire buttare qualcuno a mare per liberare spazio o sperare che ci siano sempre più persone che affoghino accanto a noi (letteralmente di fronte alla nostra vista) in modo da sentirci più al sicuro dal pericolo di un assalto alla zattera. La nuova stagione sovranista/neofascista nasce dall’onda lunga delle angosce di una crisi economica che abbiamo capito con il tempo non era solo una fase ma una crisi di sistema.

E in Italia questa trasformazione è stata plastica: se il berlusconismo era la risposta vitalistica e folle a una crisi politica (la caduta delle grandi ideologie novecentesche, la caduta del Muro), e per nascondere l’impotenza giocava brutalmente con un’idea di onnipotenza – le dichiarazioni di Berlusconi sul tumore sconfitto in tre anni, sul vigore sessuale anche a novant’anni, sul Eluana Englaro che ha ancora il ciclo – oggi lo spettacolo politico di Salvini e dei suoi omologhi è luttuoso, si nutre soltanto del godimento della morte di chi annegando ci garantisce di poter restare più sicuri sulla zattera, con l’illusione che non stiamo andando invece lentamente alla deriva.

Commenti
7 Commenti a “La zattera. Ovvero perché il 2018 è stato l’anno del godimento per la morte altrui”
  1. Roberto scrive:

    ‘“Sono contento quando un barcone affonda” dichiara un politico italiano a una trasmissione radio, e sentendo le sue parole la mia mente vola a quand’ero studente di liceo e leggevo per la prima volta i terribili versi di Lucrezio: “Suave, mari magno turbantibus aequora ventis, / e terra magnum alterius spectare laborem”, “È dolce, quando nel grande mare i venti sconvolgono acque tranquille, guardare da terra il grande affanno degli altri”. Dunque, nel guardare le sofferenze degli altri, sentendo che non sono e non saranno le nostre, c’è un piacere.’

    http://www.ferdinandocamon.it/articolo_2013_07_11_LucrezioEINaufraghi.htm

  2. sergio falcone scrive:

    Caro Roberto io, ad osservare le sofferenze altrui, sofferenze che non sono le mie, non provo nessun piacere.
    Provo un senso di sgomento e di grande impotenza. Un individuo da solo può ben poco. Non bastano le buone intenzioni, ci vogliono tanti cuori. Progetto e organizzazione…

  3. Engy scrive:

    il godimento per le altrui sciagure per quanto mi riguarda non trova riscontro nella vita reale, ma soltanto sui blog e sui social, nella stragrande maggioranza dei casi, e indipendentemente dalle simpatie politiche di ciascuno, ieri come oggi; indipendentemente dal lurido ignorante razzista fascista nazista designato del momento …

  4. Marco scrive:

    Non so, l’atteggiamento di questo governo verso gli immigrati e il Decreto Sicurezza sono assolutamente vergognosi, ma il cinismo (godimento mi sembra eccessivo) verso le morti altrui è di vecchia data, e non caratterizza certo solo gli ultimi 6 mesi. Per restare solo al tema “zattera”, vorrei ricordare che dal 1993 al 2018 (governi Berlusconi, Prodi, Monti, Letta, Renzi, ecc. ) sono morti nel Mediterraneo più di 34.000 persone, e che nel 1997 (governo Prodi, che anch’io ho votato) morirono 81 persone per l’affondamento della nave albanese Kater Rades, a causa del blocco navale (cioè quello che oggi vorrebbe fare la fascista Meloni) attuato da un governo di centrosinistra. Per non parlare dell’appoggio che tutti i governi che si sono succeduti hanno dato alle insensate guerre in Iraq e Afghanistan, ai cui orrori ognuno di noi ha assistito comodamente seduto davanti alla tv.

  5. sergio falcone scrive:

    Christian, non trovò più sul sito un tuo gustosissimo articolo, quasi uno scherzo, nel quale elencavi le attività ossessive e ripetitive, ripetendole, di Matteo Salvini…

  6. Roberto scrive:

    Mi chiedo quando e perché abbiamo iniziato a tollerare, o talvolta a favorire, simili derive. Trovo solo una spiegazione: l’indifferenza che ha preso tanti di noi per le sorti del nostro prossimo.

  7. STEFANO scrive:

    Mi permetterei di commentare che secondo il mio punto di vista non si tratterebbe di “godimento della morte altrui” ma non di riuscire a comprendere perché queste persone muoiono, perché queste persone lasciano le proprie terre…chi ha mai ha pensato quando abbiamo un cellulare in mano che senza il coltan, che proviene dalla Repubblica Democratica del Congo, anche Bill Gates non riuscirebbe a far funzionare il suo cellulare.. e dello sfruttamento di quei lavoratori e poi a quanto viene rivenduto il coltan..e a tutti quei palestinesi che vengono uccisi dai cecchini israeliani che hanno occupato le proprie terre…
    Direi quello ci manca è acquisire la consapevolezza…
    Grazie per l’attenzione. Stefano Valsecchi

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