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La zona neutra

di Giorgio Fontana

Si è parlato molto del caso di Paola Caruso, la collaboratrice del Corriere che – dopo sette anni di collaborazioni – non è stata assunta come sperava e dunque ha iniziato uno sciopero della fame.

In alcuni commenti su Facebook ho già espresso il mio parere al riguardo: la situazione delirante dell’Italia odierna mi porta a comprendere ed empatizzare questo gesto estremo, ma non a condividerlo. Lo sciopero della fame è una modalità di intervento fortissima e che deve essere motivata da precisi valori civili, al di là di una qualunque battaglia personale. So che lo sciopero della Caruso sta acquisendo questo valore, certo – ma le ragioni individuali che l’hanno portata a farlo rischiano di farlo cadere nel mero ricatto morale. E le conseguenze di un ricatto morale sono tremende: domani non mangio più io perché non mi assumono qui, domani non mangerà più lui perché lo pagano 6 euro invece di 12, eccetera. Dove fissare i paletti? Quando e come diventa giusto rischiare la vita per ottenere qualcosa? Lo sciopero della fame della Caruso è equiparabile alle proteste degli operai immigrati senza diritti saliti su una gru a Brescia? (Io credo proprio di no). E ancora: perché a me non è mai saltato in mente di fare lo sciopero della fame, nonostante lavori da cinque anni come precario e abbia cambiato diversi mestieri?

Domande. Ora però vorrei proporre una riflessione a latere, una sorta di punto di partenza e insieme sfondo comune per tutte le questioni sollevate.

E cioè: negli ultimi anni stiamo assistendo a un restringersi sempre più rapido di quella zona neutra fatta del semplice esercizio dei propri diritti: la zona esistenziale e civile, per essere più precisi, nella quale esercitare un proprio diritto non è determinato dall’uso di un potere. Esempi: essere pagati puntualmente per una collaborazione; attraversare le strisce pedonali senza rischiare la pelle perché nessuno si ferma; pretendere uno scontrino. Eccetera.

La zona neutra (la cui ampiezza a mio avviso definisce lo stato di salute civile di un paese) è limitata in basso e in alto da due zone estreme: una nera, in cui c’è l’assenza totale del diritto, e una bianca dove invece vige l’abuso del potere.

Ora. La cosa più atroce – e che ho provato sulla mia pelle diverse volte, specie negli ultimi tempi – è l’idea che se tu provi a rientrare nella zona neutra, sei uno stronzo. Sì. Sei tu, il debole, quello cacciato nella zona nera, a non poter alzare la voce – a comportarti male, a non essere un collaboratore fidato, un lavoratore silente e dedito, eccetera. Non importa quanta passione e dedizione ci metti. E non importa nemmeno che il tuo referente sia un giovane o un vecchio. Come si supera la barricata e si entra nella zona bianca, la stragrande maggioranza di chi avrà a che fare con te si comporterà come un padrone anche quando non lo è: perché ti considera, automaticamente, inferiore. E perché ritiene che il suo abuso di potere incontrerà il plauso di chiunque.

Una legge non scritta ma che ho sentito ripetere spesso da molti professionisti, nel giornalismo degli ultimi tempi, è la seguente: finché sei collaboratore preparati a subire le peggio angherìe. Ma se per qualche motivo diventi interno, puoi anche permetterti di non fare un cazzo. Io non so se sia una prassi vera o meno. Dal punto di vista della ricerca universitaria, ad esempio, mi sembra molto verosimile: date solo una scorsa al numero di pubblicazioni o all’effettiva presenza in ateneo dei professori ordinari una volta diventati tali, e vi accorgerete che appena ci si siede su una poltrona sicura, ogni dovere diventa un’opzione.

Che piaccia o no, il mondo dell’informazione funziona così. Tutte le riviste che leggete funzionano così. I portali online che leggete? Così. Ci sono eccezioni, sicuro. Così come ci saranno già difensori del buon lavoro che alzeranno il dito verso questa mia generalizzazione. Ma, di fondo, nove volte su dieci, quando leggete un pezzo questo è stato scritto da un povero cristo sottopagato, che lavora probabilmente in remoto, e i cui diritti anche più basilari (sapere quando e quanto si riceverà un compenso) sono calpestati.

Ma attenzione: credete davvero che fra questa prassi e i SUV che vanno a cento all’ora sulle strisce pedonali e i commercianti che non fanno scontrini e il presidente del Consiglio non ci sia alcuna relazione? Pensate sia solo un problema legato al mondo editoriale o a quello più ampio ancora del lavoro?

No, non è così. Il problema è generalizzato e ci siamo dentro tutti. E quello che mi lascia più sconfortato, quello che mi distrugge di più, è l’idea che la zona neutra della difesa e dell’esercizio dei propri diritti venga da un lato erosa da un abuso sempre più sfacciato del potere, e dall’altro porti a considerare come sacrosante soluzioni che rasentano un preteso martirio. Nessun’altra chance. Tutti soli. O cani o padroni.

Ma per avere ciò che mi spetta devo essere un martire? Io non voglio essere un martire. Non ne ho alcuna intenzione. La condotta etica sta diventando eroismo? Io non voglio vivere in un mondo dove fare del bene – fare il bene comune, comportarsi secondo le regole – significa essere degli eroi.

Oggi ho imbucato un’application per un PhD in un’università del Canada. Non so cosa augurare a Paola Caruso: so cosa augurare a me.

Commenti
21 Commenti a “La zona neutra”
  1. sergio garufi scrive:

    “finché sei collaboratore preparati a subire le peggio angherìe. Ma se per qualche motivo diventi interno, puoi anche permetterti di non fare un cazzo. Io non so se sia una prassi vera o meno”

    lo è eccome.

  2. Grazie, Giorgio. Bel pezzo, bella considerazione, bella contestualizzazione (che nel casino mediatico degli ultimi giorni davvero pochi hanno fatto).
    MS

  3. eFFe scrive:

    Condivido. La tua suddivisione tra zona neutra, bianca e nera mi ha fatto tornare in mente Agamben quando dice che l’idea di campo (inteso come campo di concentramento, luogo di abolizione del diritto e di mero uso/abuso di potere) è il paradigma attraverso cui comprendere, da una prospettiva politica, la società di oggi. In questo caso, zona bianca e nera coinciderebbero.

    In bocca al lupo per il Canada! 😉

  4. Massimo scrive:

    Non potrei essere più d’accordo; è esattamente quello che ho pensato subito, appena ho sentito della protesta di Paola Caruso.
    Il panorama qui è sempre più desolante… in bocca al lupo per il Canada.

  5. Claudia B. scrive:

    Io il PhD l’ho già fatto, a Londra. Dopo 12 anni all’estero sono tornata indietro e ora insegno nella vituperata scuola italiana, e udite udite, mi trovo molto bene. La lotta si fa con convinzione se ci si crede (io ed altri dottori di ricerca la facciamo da qui:http://precariementi.splinder.com/post/23638646/appunti-per-una-narrazione-che-accomuni dove parlo proprio di questa vicenda).
    Se non ci si crede, hai voglia distinguere le zone in sfumature cromatiche, e puntare il dito contro chi la fa, avendo già il biglietto per il Canada in tasca.
    In bocca al lupo, comunque. Claudia

  6. Marco Candida scrive:

    In bocca al lupo per il Canada.

  7. carmelo scrive:

    condivido le considerazioni che fa Fontana;
    il fatto di cronaca che lui cita mi spinge a fare una piccola considerazione:
    se posso darti del tu tu definisci la
    zona neutra fatta del semplice esercizio dei propri diritti
    detta così tutti gli italiani sono pronti a giurare di farne parte.
    Io aggiungerei dei propri ed altrui diritti, evitando in tal modo di malintendere “i propri diritti”, con i propri interessi.

    secondo punto, quello cruciale è la mancanza di senso del bene comune, dell’idea cioè che i nostri comportamenti possano essere orientati in funzione e mai in contrasto con il bene collettivo.
    Quella donna da te citata sta cercando di opporsi a un problema collettivo (quindi anche sociale politico), ovvero lo sfruttamento anche illegale del lavoro precario, in modo individuale.
    Il che vuol dire intanto che non ha perso ogni fiducia nella possibilità di una lotta politica per una soluzione politica di quel problema.

    terzo punto: questo episodio è l’emblema di questo ultimo ventennio: ognuno pensi ai propri interessi (scambiati per diritti), non importa se in modo legale o illegale, se a scapito del bene comune; tutto è concesso, non pagare lo scontrino, parcheggiare in terza fila, non pagare le tasse, costruire abusivamente, fare affari con la mafia, avvelenare la terra, vendere il proprio corpo, tutto è concesso per il soddisfacimento dei propri interessi (personali, familiari, corporativi); non solo è concesso ed è legittimato, ma puo’ essere persino rivendicato senza vergogna: basta osservare l’assoluta mancanza di vergogna e di senso di colpa, e di totale mancanza del principio di responsabilità delle nostre classi dirigenti.

  8. carmelo scrive:

    scasate c’e’ un non in più:
    il che vuol dire che ha perso——-

  9. giorgio fontana scrive:

    claudia: non ho alcun biglietto per il canada in tasca, né ho mai detto di averlo. ho mandato un’application. non mi sembra che fare un’application ti metta in una posizione privilegiata o ti faccia sedere su un pulpito da cui predicare.
    per ora, e da anni, sono precario come chiunque altro e faccio la mia vita come chiunque altro, e se scrivo queste cose è perché cerco di capire e credo che la razionalità e la comprensione siano fondamentali per questo paese. altrimenti non avrei scritto tutte le cose che ho scritto.
    per favore, non attribuirmi posizioni non mie.

  10. Claudia scrive:

    Giorgio, mi spiego meglio:
    mandare una domanda per un PhD significa di fatto avere le valigie pronte, che tu abbia il biglietto in tasca o che tu non lo abbia. Lo so perché l’ho fatto, anzi di application ne ho mandate tre, e sono stata accettata in tutte e tre le università del Regno Unito dove l’ho mandata. Il biglietto non ce l’avevo, fisicamente, ma è chiaro che aspettavo solo il via per comprarlo. Non solo avere mandato una domanda di PhD non ti mette in una posizione privilegiata, ma neppure averlo completato, pubblicato la tesi, avere insegnato a contratto per anni nella stessa università dove lo hai fatto, e in altre università, ti mette in nessuna posizione privilegiata, perché alla fine sei un precario comunque, anche se il titolo del tuo contratto a tempo determinato suona molto fico, come Postgraduate Teaching Assistant, oppure Temporary Assistant Lecturer. Fa molto fico, ma tradotto per il volgo significa “precario della ricerca”. Le prospettive? Non meglio di qui. Il sistema baronale è ancora più feroce perché surrettizio, i tagli alla ricerca severissimi, i pensionamenti non vengono sostituiti con grave perdita di cattedre nel settore umanistico tutto, italianistica in particolare (seguita a ruota libera dal russo). Insomma, esiste una mitologia della fuga all’estero che sarà bene esplorare con maggiore cognizione di causa, perché le favole che si raccontano hanno finora impoverito il paese di teste pensanti, con i risultati che ben si vedono.
    Per entrare nel merito del tuo articolo, tu sostieni che la giornalista si sia sottoposta a un martirio per una battaglia che è personale. Bhe, a me questa battaglia non sembra affatto personale, come non era personale lo sciopero della fame delle maestre a settembre, come non è personale l’episodio degli operai saliti sula gru. Si tratta di focoloai di rivolta che è necessario trattare con la dovuta importanza, focolai in cui si manifesta per il semplice rispetto di un diritto del lavoro che in Italia esiste, ed è messo a dura prova da una cattiva prassi che tu collochi in zone cromatiche, e che io continuo a chiamare illegalità e sommerso, termini che non sono affatto passati di moda. Non è certo la giurisprudenza che offende indebolisce ogni giorno i lavoratori: è questo continuo mantenere separata e distinta la narrazione dei focolai di lotta come se fossero vicende in cui ogni combatte per il suo, e non piuttosto una insofferenza generale per una condizione lavorativa condivisa in cui ognuno nella sua categoria subisce continui abusi.
    Lo dico a chiare lettere: mi spiace, mi spiace veramente leggere sul blog di minimum fax, lo stesso editoe che ha pubblicato il libro di Girolamo, che va in ben altra direzione, un articolo che tratta con tanta sufficienza il tema della lotta per un obiettivo che deve essere comune, invece di dare voce a chi ha qualcosa di ben meglio da proporre che la solita trita fuga all’estero, il solito distogliere lo sguardo da un problema così serio come il mancato rispetto di diritti acquisti in anni di lotte sindacali e che stiamo rischiando di perdere, anzi, che una parte dei lavoratori con l’applicazione della L30 di fatto ha già perso.

  11. Claudia B. scrive:

    Giorgio, ho provato a risponderti, ma il blog non prende il mio commento probabilmente perché ho fatto l’errore di inserire il link al sito e ora non mi prende più lo stesso testo.
    In ogni caso, trovi la mia risposta qui:

    http://precariementi.splinder.com/post/23638646/appunti-per-una-narrazione-che-accomuni/comment/63359068#cid-63359068

  12. giorgio fontana scrive:

    ciao claudia, grazie. ti ho risposto lì, copioincollo anche qui:

    1. l’essere “disposto a partire” non significa “l’avere il biglietto pronto” per come l’hai inteso tu nel tuo primo commento (e cioè come una condizione da cui guardare, in maniera sprezzante, dall’alto verso il basso una situazione). che poi sia disposto a partire, è una questione puramente mia, non una proposta generale (vedi ultimo punto).

    -2. non capisco – davvero! – perché l’immagine delle zone cromatiche ti irriti. cercavo esattamente di spiegare quello che dici tu, e questa frase mi sembra chiara: “negli ultimi anni stiamo assistendo a un restringersi sempre più rapido di quella zona neutra fatta del semplice esercizio dei propri diritti: la zona esistenziale e civile, per essere più precisi, nella quale esercitare un proprio diritto non è determinato dall’uso di un potere.”
    non stavo giocando coi colori, stavo parlando esattamente di sommerso e precarietà e problemi reali. lo ripeto in lungo e in largo in tutto il pezzo (es. “a cosa più atroce – e che ho provato sulla mia pelle diverse volte, specie negli ultimi tempi – è l’idea che se tu provi a rientrare nella zona neutra, sei uno stronzo. Sì. Sei tu, il debole, quello cacciato nella zona nera, a non poter alzare la voce – a comportarti male, a non essere un collaboratore fidato, un lavoratore silente e dedito, eccetera.”).

    3. “tu sostieni che la giornalista si sia sottoposta a un martirio per una battaglia che è personale”. non esattamente. credo che il suo gesto abbia una risonanza universale, ma che di fondo parta da ragioni personali (che sono meno gravi di altre – parlavo degli operai saliti su una gru apposta, perché loro non hanno ALCUN diritto, altro che essere assunti). e nello specifico, credo che non sia un gesto che porti a soluzioni – se non, appunto, a soluzioni personali. che fine ha fatto ora paola caruso?

    4. dici: “Non è certo la giurisprudenza che offende indebolisce ogni giorno i lavoratori: è questo continuo mantenere separata e distinta la narrazione dei focolai di lotta come se fossero vicende in cui ogni combatte per il suo, e non piuttosto una insofferenza generale per una condizione lavorativa condivisa in cui ognuno nella sua categoria subisce continui abusi.”
    ma io non ho mai sostenuto che sia “la giurisprudenza” (?!) a offendere e indebolire i lavoratori. anzi, parlo proprio di abusi di potere orribili e disgustosi, di prassi che umiliano il lavoro, eccetera.

    5. “invece di dare voce a chi ha qualcosa di ben meglio da proporre che la solita trita fuga all’estero”: il riferimento alla “trite fuga all’estero” era puramente personale ed era nelle ultime due righe del mio pezzo. le ultime due, e le meno rilevanti. l’articolo in sé non parla affatto di questo. in nessun modo.

    in sintesi: se il mio pezzo ti è sembrato un pezzo che tende a separare e atomizzare i lavoratori e inneggia a fughe strafighe all’estero e non prende in considerazione il problema reale del paese, francamente non so cosa dire. il mio scopo era l’esatto opposto. sollevare delle domande, cercare delle soluzioni che non terminino nel sacrificio singolo (e che in effetti non ha portato a niente, se andiamo a guardare, in termini di risoluzione del problema generale), e problematizzare la questione.

    ciao

    giorgio

  13. giorgio fontana scrive:

    (attenzione: non sto pretendendo di essere riuscito a realizzare lo scopo che avevo in mente. figuriamoci, son qui apposta per discuterne e cercare di migliorare e chiarire quanto ho scritto. però, realmente, non vedo i punti esatti del mio pezzo dove le tue obiezioni attaccano – su tutte il lungo discorso della “fuga”, che come ti ho detto era solo un elemento buttato lì come chiusa finale. se me li indichi capisco meglio. grazie.)

  14. carmelo scrive:

    ho letto con molto interesse la risposta di claudia su PrecarieMenti.
    Grazie al gesto estremo (“estremo”, si badi bene niente affatto estremista”” come claudia sembra pensare) “paula ha riavuto il suo lavoro, si dice, e probabilmente ha in qualche modo richiamato
    l’attenzione pubblica su un fenomeno gravissimo che riguarda il lavoro precario, irregolare, supersfruttato.
    Il gesto “estremo” ( e, aggiungo, individuale ma soprattutto finalizzato a denunciare una condizione personale) in questo caso mi pare che evidenzia in modo chiaro e inequivocabile l’assenza di una presa di coscienza collettiva di questo grave problema sociale e, quindi, l’assenza di pratiche di lotta collettive.
    La vera domanda è:
    perchè di fronte a una ingiustizia (che non riguarda solo i giovani “che operano tra istruzione, ricerca ed editoria”, ma riguarda tutti i giovani che lavorano in tutti i settori ) di dimensioni socialmente rilevanti, non c”e un’opposizione collettiva e solidale e forte ?
    perchè, detto in altre parole, non solo i 20.000 precari nel settore dell’editoria ma le centinaia di migliaia di giovani precari (per di più dotati di elevate competenze ) che lavorano in tutti i settori dell’economia, non uniscono le loro forze per rivendicare con azioni collettive e politiche i loro diritti ?
    Queste azioni individuali mi fanno venire il sospetto che nascano da una rassegnazione allo stato delle cose. Se ci rassegna allo stato delle cose allora l’unica soluzione che resta è quella individuale, trovare cioè il modo di passare dalla sfera dei diritti negati a quella dei privilegi. Come diceva Fontana, se passi dall’altra parte allora non fai piu’ un cazzo.
    qual è il messaggio che rischia di passare di fronte al getso estremo della ragazza ?
    che non ottieni un lavoro regolare perchè ne hai diritto e per hè dimostri di avere le competenze e le qualità per poterlo svolgere. Ma solo attraverso le relazioni, le conoscenze o…. i gesti estremi.

  15. Claudia B. scrive:

    @Giorgio, ti ho risposto su PrecarieMenti, e ricopio la mia risposta anche qui:

    Rispondo ai punti nell’ordine che hai seguito tu.

    1. Scusami, ma siccome il blog di minimum fax non è il tuo blog personale, permetterai che nel momento in cui decidi di rendere pubblico il fatto che stai mandando domande all’estero, questo possa essere interpretato come un esplicito invito ad andarsene dall’Italia. Altrimenti, non vedo in quale altra forma i lettori dovrebbero sentirsi coinvolti dalle tue personalissime titubanze. Mica stiamo su facebook, suvvia.

    2. Te lo spiego volentieri. Mi irritano questi cromatismi perché intellettualizzano un dramma che colpisce questo paese non certo da oggi, ma che oggi è esacerbato da una legislazione sulla flessibilità che ha di fatto legalizzato gli abusi. Rimanessimo almeno concordi sul lessico, si farebbe meno fatica a capirsi, visto che questo dramma colpisce tutti quelli che non hanno un contratto a tempo indeterminato.

    3. Mi piacerebbe sapere qual è il criterio secondo cui il dramma del mancato rinnovo di un contratto di un lavoratore atipico è più grave della mancata assunzione di un altro gruppo di lavoratori in nero. Stiamo facendo la classifica di chi è più sfigato? Il gesto della giornalista non doveva portare a soluzioni, ma spingere a parlare del problema, e credo che in questo obiettivo sia riuscita bene. Ti chiedi che fine abbia fatto: ebbene, la risposta l’avresti trovata da te sul suo tumblr, se ti fossi preso il disturbo di informarti prima di scrivere, cosa che è sempre consigliabile, specie se si pubblica in luogo della rete parecchio frequentato.

    4. Vedo che trasecoli alla parola “giurisprudenza”. Forse ti sfugge che se vuoi essere preso sul serio discutendo di problematiche del lavoro, sarebbe necessario che usassi un lessico appropriato, nello specifico afferente all’ambito del diritto del lavoro. Altro che cromatismi.

    5. Vedi il punto 1.

    Infine, perdonami Giorgio, ma in tutta sincerità se il tuo pezzo mi è sembrato (a me lettrice) un pezzo che tende a separare i lavoratori e inneggiare alle fughe all’estero senza prendere in considerazione il problema reale del paese, mentre il tuo scopo era l’esatto opposto, be’ forse il tuo pezzo andava calibrato (soprattutto dal punto di vista stilistico) in maniera più efficace.
    Non confondiamo, per favore, l’esercizio (peraltro un po’ sterile, in questo contesto) di problematizzare la questione, con il rendere il problema godibile agli amanti della bella prosa, perché ci manca solo il delirio onanistico-estetizzante sul precariato, e poi siamo a posto.

    @Carmelo: sul tema “rassegnazione” ti invito ad informarti meglio.

  16. carmelo scrive:

    @claudia
    ti ringrazio dell’invito, anche se ho il sospetto che è un modo un po’ superbo e tracotante di liquidare la discussione.
    Resta il fatto che non ho risposte alla mai domanda:
    Perchè di fronte a un abuso non c’e’ una mobilitazione di solidarietà da parte di tutti i 20.000 precari che lavorano nel settore dell’informazione?
    perchè i suddetti precari non si mobilitano insieme e denunciano non solo l’ingiustizia delle leggi sui contratti di lavoro “atipici” ma fin’anche le illegalità sistematicamente compiute dai datori di lavoro?
    Perchè non si protesta contro selezioni mai basate sul merito ma sempre e comunque sulle clientele, le parentele, le relazioni?
    Il getso di quella ragazza è la soluzione estrema per risolvere un problema individuale. Che poi se ne aprli, se ne parla da anni ma non cambia niente.
    Chi decide di andarsene da questo paese, di fronte al mancato riconoscimento della propria professionalità e dei propri diritti, fa parimenti una scelta individuale. Che cosa c’e’ di male?
    cosa c’entra la scelta di andare all’estero con il “voler separare i lavoratori” che gia’ sono di per se separati ?
    A meno che tu non misuri e giudichi i comportamenti sulla base della tua esperienza personale.
    Mio nipote, laureato in ingegneria dei sistemi, ha accettato un’offerta da una azienda francese: 1.800 euro al mese + vitto e alloggio, due mesi dopo la laurea. Contro a tempo indeterminato, dopo 6 mesi di prova per verificare la sua professionalità.
    Qual è il problema?

  17. giorgio fontana scrive:

    ciao claudia. sinteticamente:

    1.”ma siccome il blog di minimum fax non è il tuo blog personale, permetterai che nel momento in cui decidi di rendere pubblico il fatto che stai mandando domande all’estero, questo possa essere interpretato come un esplicito invito ad andarsene dall’Italia.”
    il pezzo in origine è stato pubblicato sul mio blog personale. e, ripeto, mi sembra assurdo considerare le ultime due righe di un pezzo che parla di tutt’altro come un invito evidente (ti ricordo che tu hai parlato esplicitamente di “proporre la solita trita fuga”). è come se non avessi fatto altro che parlare di questo per tutto l’articolo!

    2. “Mi irritano questi cromatismi perché intellettualizzano un dramma che colpisce questo paese non certo da oggi, ma che oggi è esacerbato da una legislazione sulla flessibilità che ha di fatto legalizzato gli abusi.”
    era un modo per spiegare la questione. non lo trovo “intellettualizzante”: ho parlato di bianco, nero e neutro. avessi tirato fuori termini postmoderni capisco. e, ripeto, ho insistito a lungo su problemi reali (cfr. le frasi che ho citato). se questo è onanismo intellettuale, non so che dire.

    3. “Mi piacerebbe sapere qual è il criterio secondo cui il dramma del mancato rinnovo di un contratto di un lavoratore atipico è più grave della mancata assunzione di un altro gruppo di lavoratori in nero.”
    non si tratta della mancata assunzione di un altro gruppo di lavoratori in nero: si tratta di un gruppo di persone che non hanno ALCUN diritto – non-persone, per dirla con del lago. immigrati senza permesso sfruttati per due lire, come a rosarno.
    la tua domanda è intelligente, e non voglio fare classifiche di dolore: ma, permettimi una controdomanda. se non c’è davvero alcun paletto e criterio per capire le gradazioni di un problema, allora davvero qualunque tipo di abuso ha la medesima urgenza e parità? qualsiasi? sicura? è davvero la stessa cosa che un essere umano non abbia nulla e che una persona non venga assunta? per capire.

    poi:

    “Ti chiedi che fine abbia fatto: ebbene, la risposta l’avresti trovata da te sul suo tumblr, se ti fossi preso il disturbo di informarti prima di scrivere, cosa che è sempre consigliabile, specie se si pubblica in luogo della rete parecchio frequentato.”
    lo so, e l’ho letto. mi scuso se non ho precisato quanto volevo dire. il suo tumblr me lo sono letto tutto prima di scrivere questo pezzo: quello che volevo dire è: è stato un gesto che ha realmente cambiato qualcosa a livello generale? mi sembra che di abuso dei diritti si parlava anche prima, e molto. io dicevo (e scrivevo) che come soluzione non mi pareva soddisfacente. ma su questo, mi pare, siamo d’accordo.

    4. “Vedo che trasecoli alla parola “giurisprudenza”. Forse ti sfugge che se vuoi essere preso sul serio discutendo di problematiche del lavoro, sarebbe necessario che usassi un lessico appropriato, nello specifico afferente all’ambito del diritto del lavoro. Altro che cromatismi.”
    se trasecolo sulla parola giurisprudenza è perché l’hai usata tu, non io. indicami per favore dove uso un lessico non appropriato: righe precise. così capisco.

    5. non hai risposto alla mia domanda.

    “be’ forse il tuo pezzo andava calibrato (soprattutto dal punto di vista stilistico) in maniera più efficace.”

    accetto volentieri la critica.

    “con il rendere il problema godibile agli amanti della bella prosa, perché ci manca solo il delirio onanistico-estetizzante sul precariato, e poi siamo a posto.”

    non ho fatto niente di questo tipo.

    poi per carità, ognuno legge ciò che vuole: però ti chiedo di rispondere alle mie domande, la 5 in particolare, per onestà intellettuale.

  18. Francesco scrive:

    Esistono ancora condizioni (sociali, economiche, culturali, mentali, altre) per cui gli operai (nel senso di operatori) possano organizzarsi in sindacati, come già avvenne per i sindacati che si occupano oggigiorno dei dipendenti regolari?
    Scusate l’ignoranza (se potete, altrimenti presentatemi il conto).
    Le stesse manifestazioni pubbliche in cortei mi sembrano in via di superamento: possono, al più, fare audience, il che reputo bene, se l’audience fosse veritiero, e se chi si trova dalla parte avversa volesse e potesse ascoltare e averne buona cura.
    Forse avrebbero senso manifestazioni non compatte.
    E’ accaduto così storicamente nella tattica militare: dalle legioni compatte allo sparpagliamento delle unità belliche.
    Spero che non serva arrivare a tanto: penso che non ci starei, perché neanch’io sono eroico, e neppure me la sentirei di manifestare autonomamente, sia pure in collegamento telepatico con altre unità, perché i collegamenti via radio sono oscurabili.
    Temo di essere in grande compagnia (in separazione): le grandi manifestazioni pubbliche sono di masse, e mi piace poco sentirmi coinvolto in una mente assolutistica e semplificatoria.
    Spero che bastino anzi siano bastate le manifestazioni di massa più e meno represse, e i satyagraha di piccoli gruppi e di pochi singoli, affinché noi studiamo i margini di democrazia che abbiamo, sottraendo qualche mezz’ora allo sport passivo e alle chiacchierate senza tema (o con temi scelti inconsapevolmente), e osiamo cambiare partito alle prossime elezioni, se ce ne saranno, e se ci saranno ancora partiti nuovi, ancora puliti, a cui “rischiare di sprecare” il nostro prezioso voto.
    Per fiducia nella super-razionalità ovvero nell’imperativo categorico kantiano.

    Quindi almeno non rivo(l)tiamo i soliti 3 o 4 partiti più o meno platealmente concordi nella spartizione del potere (in 3 o 4 legislature cos’ha fatto la “Sinistra” per limitare il “conflitto d’interessi” ovvero il “quarto potere” del sig. Silvio Berlusconi, contro cui aveva protestato dall’opposizione?).
    Soltanto a titolo esemplificativo,
    http://www.democraticidiretti.org/
    http://www.noeuro.it/
    http://www.miclavez.com/

    Grazie e saluti a tutti!

  19. Claudia B. scrive:

    @Giorgio, ho risposto su PM, e ricopio anche qui:

    Giorgio, tralasciamo che io al punto 5 non leggo alcuna domanda, mi pare che tu pretenda un’analisi puntuale del tuo articolo, cosa che sinceramente non ho il tempo di fare. Mi ha dato fastidio, e dopo averlo riletto più volte, continua a non convincermi, il bisogno di attribuire a comportamenti illeciti una cornice letteraria, trasponendoli in una specie di torta tricolore peraltro senza percentuali. Tutto il paragrafo in cui illustri le tre zone (da “la zona neutra” a “il plauso di chiunque”) è una lunga generalizzazione, nella quale non è affatto chiaro cosa tu intenda con “abuso di potere”, mentre è molto chiaro cosa intendi con “zona nera” e ho giò avuto modo di dire che la pratica di non assunzione ha già un nome, e questi ricami letterari creano solo confusione in chi li legge.
    Ad ogni modo, senza voler fare della filologia, il tuo brano non mi convince soprattutto perché è tutto fatto di pars destruens, mentre manca totalmente la parte costruttiva. Sostieni che non avevi intenzione di invitare alla fuga all’estero, ma una frase di chiusura come quella hai messo tu per quanto mi riguarda è un preciso invito.
    Per quanto concerne invece il fraintendimento sulla parola “giurispudenza”, non mi riferivo a contenuti specifici del tuo testo, ma intendevo che se la cattiva prassi di cui tu parli nel tuo testo inquina la vita di chi si inserisce nel mondo del lavoro con contratti atipici, la risposta risiede nel procedere contro chi non rispetta i termini del contratto scritto, che pur non garantendo tutele sociali, deve garantire per lo meno il pagamento regolare delle prestazioni d’opera. Dopodiché, un contratto che non garantisce alcuna tutela al di fuori della mera retribuzione per la prestazione è da rifiutarsi a priori se l’aspirazione è quella di inserirsi come lavoratore dipendente. E’ chiaro che se il lavoratore stesso a non passa ai fatti tutelandosi sindacalmente, di conseguenza si verificano abusi di ogni genere, e questo è anche il motivo per cui sono i lavoratori atipici in primo a luogo che dovrebbero stare uniti, piuttosto che porsi scetticamente nei confronti dell’efficacia della protesta di un singolo. Ti dici che per vedere rispettato il tuo lavoro non vuoi doverti trasformare in un maritre, e nessuno può darti torto. Tuttavia permetterai che nel momento in cui viene passato il collegato lavoro, non è più possibile pensare che la situazione migliori se non aderendo a forme di protesta, siano esse singole o collettive, per quanto estreme. Tutto qui. Spero che ci siamo chiariti, buon lavoro, Claudia

    @Carmelo, velocemente, non perché io voglia liquidare con supponenza un dibattito che peraltro potrebbe svilupparsi in maniera interessante, ma perché questo dibattito è già incorso da parecchio tempo in rete e fuori. Per trovare una risposta alle tue domande puoi interpellare direttamente i precari che ti circondano (ce ne sono in ogni ambiente di lavoro, pubblico e privato, con diverse tipologie contrattuali) oppure informarti in rete su quali sono i movimenti e su come si sviluppa la protesta, puoi anche leggerti PrecarieMenti dall’inizio, dove abbiamo postato materiale che sicuramente ti potrà dire molto sui quesiti che sollevi.

  20. giorgio fontana scrive:

    @claudia.

    scusa, intendevo il punto 3, non il punto cinque. refuso di fretta.

    comunque, non volevo un’analisi filologica. volevo che mi indicassi dei punti chiari dove ti sembra che faccia “letteratura” (perché continuo a non capire dove e come ci siano dei ricami letterari).
    ma non voglio rubarti tempo: anche perché mi sembra che in ogni caso siamo su posizioni interpretative di quanto ho scritto così opposte che è inutile tornarci su.

    buon lavoro a te.

    giorgio

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