1enia

“L’Abisso” di Davide Enia: non c’è bisogno di ideologie per fare la cosa giusta

1enia

di Chiara Babuin

“Io non sono di sinistra, anzi, tutt’altro, proprio l’opposto”, dice il sommozzatore del nord Italia, grande come una montagna, e aggiunge: “In mare ogni vita è sacra. Se qualcuno ha bisogno di aiuto, noi lo salviamo. Non ci sono colori, etnie, religioni. È la legge del mare”. Siamo a Lampedusa, il mare è il Mediterraneo e il sommozzatore è uno dei tanti professionisti che prendono servizio nelle operazioni di soccorso, assieme alla Guardia Costiera e al personale medico sanitario.

Il luogo (Lampedusa) è importante, perché da sempre, antropologicamente, è il territorio che detta legge, formando ed educando l’individuo. E per quanto l’uomo sia un essere culturale, che si serve di questa sua abilità intellettuale per strutturare la società in cui vive, qualunque legge istituzionale che non tenga conto degli antichi precetti della Natura è una legge destinata a fallire nel suo proposito etico e politico: bene lo sapevano i greci, che tanti miti hanno lasciato per insegnarcelo.

E dunque, c’è una legge di mare: salvare chi ha bisogno d’aiuto; e una legge di terra: seppellire i morti.

Ne fa un precetto esistenziale Vincenzo, colui che cura tutte le mansioni del cimitero di Lampedusa, per il quale non ci sarebbe stato più sonno, se non avesse recuperato i cadaveri da un barcone, giunto sulle rive dell’isola nel lontano ‘96. Nessuno riusciva ad avvicinarsi all’imbarcazione, per il tanfo dei corpi in decomposizione. Vincenzo fu l’unico a tentare e riuscire nell’impresa. E lavò, sistemò, seppellì e diede una croce di legno a ognuno di quei cadaveri. Perché così doveva esser fatto.

Questi e molti altri sono i personaggi di Appunti per un Naufragio (Sellerio Editore, 2017), di Davide Enia, da poco disponibile anche in audiolibro grazie ad Emons Edizioni.

Sono “appunti”, annotazioni, perché una storia intera non è possibile, a oggi, da raccontare. All’incontro di presentazione dell’audiolibro, avvenuto il 31 gennaio 2019 all’Alcazar di Roma, Enia spiega proprio la sua difficoltà nel trovare le parole per raccontare qualcosa che definisce “smisurato”, ricordando che Primo Levi ci impiegò 12 anni per narrare la sua prigionia nel campo di concentramento. E fu uno dei più reattivi a livello temporale. È “smisurato”, perché ciò che sta accadendo da più di 20 anni in quella fascia del Mediterraneo è la Storia – quella con la “s” maiuscola – ed è qualcosa di enorme da assimilare per un essere umano, che non può far altro che elaborare ciò che Enia chiama “il trauma” di un simile evento sull’uomo.

E quindi “appunti”, perché la frammentarietà ritma il contenuto e lo rende più digeribile e approcciabile. “Appunti”, perché come racconta ancora Enia, affondando le mani nelle sue radici culturali, una tessera musiva non dà verità, ma un insieme di tessere dà la potente immagine del mosaico.
Tutto questo, mentre il “naufragio” (materiale, spirituale, personale, collettivo) è in atto.

Appunti per un naufragio è un libro che contiene le testimonianze di chi vive nell’isola degli sbarchi: sommozzatori, autoctoni, volontari, Guardia Costiera, personale medico sanitario (CISOM) e dello stesso Enia. È la storia di ciò che sta accadendo nel Mediterraneo, senza filtri tv, senza chiacchiericcio politico, senza populismi, buonismi o mistificazioni: la pura realtà. Che è, appunto, insopportabile.

Il peso di ciò che vede Enia, quando assiste in prima persona a uno sbarco, è straziante. Lo vede anche negli occhi e nel fascio di nervi che attraversa i corpi di tutte le persone dell’isola con cui parla. Ciò di cui loro sono testimoni è qualcosa che scardina talmente tanto la normalità della vita, che tutti sembrano sotto shock, come chi va in guerra. Sembra di essere proiettati in un film dell’orrore in cui l’acqua e il sale deformano i corpi e li rende irriconoscibili; su ogni singola donna (viva o morta) vengono trovati immani segni di stupro; spesso chi riesce ad attraccare, aspetta sul molo un’imbarcazione che non arriverà mai, in cui c’erano mogli, figli, amici: famiglie distrutte. Poi c’è la fatica di chi trae in salvo questi disperati: soccorritori che devono decidere in frazioni di secondo chi salvare e chi no, perché il mare non perdona e se sbagli una mossa, t’inghiotte per sempre; oppure salvataggi in mare aperto perfettamente riusciti, ma che nel tragitto verso la terraferma si tramutano in una carneficina: nemmeno il freddo perdona chi non ha più energie per affrontarlo. Molte volte, è anche una questione di tempo: un’ora in più o in meno in mare equivale a perdere o salvarsi la vita.
Un orrore, questo, che si ripete da più di vent’anni nell’isola, tanto da gettare qualsiasi persona coinvolta in un abisso esistenziale.

E L’Abisso è proprio il titolo della riduzione teatrale che Enia fa del suoi Appunti per un naufragio. L’attore compie questa operazione non per mero vezzo artistico, ma perché diventa una figura cardine di tutte le narrazioni del mondo: il testimone. “Avevo bisogno di mettere distanza tra me e i fatti”, dice l’artista.

Ma chi è Davide Enia? Classe 1974, Enia è drammaturgo, attore e romanziere palermitano. Assieme ad altri grandi attori come Ascanio Celestini, Marco Paolini e Mario Perrotta, è un esponente del cosiddetto teatro di narrazione, ovvero quella forma di messa in scena minimale (sparisce l’impianto scenografico o se ne dà solo un pallido accenno), in cui l’attore si profonde in un monologo narrativo, a volte accompagnato da qualche musicista.

Spesso, questa tipologia di performance diventa teatro civile, nel senso che ciò che l’attore narra ha a che fare con la sfera sociale e politica contemporanea. Ma non si tratta di un racconto didascalico di una data realtà, bensì di una narrazione che varia spesso dalla prima alla terza persona; ha in sé dialoghi diretti e indiretti; presenta una moltitudine di personaggi che vengono formati, strattonati, esaltati, a volte distrutti, da un determinato contesto. Insomma, è una narrazione mitica (la musicalità è infatti alla base di tutto), che parla di storie individuali, per formare una memoria collettiva.
Ne, L’Abisso, esattamente come nel precedente Maggio ‘43, Enia si fa raccoglitore e depositario di storie che altrimenti andrebbero perdute e le consegna al pubblico, mirando alla loro coscienza. Un grande aiuto in ciò, lo danno le musiche di Giulio Barocchieri, che sembra evocare suoni e litanie dalla tradizione di quella terra antica, complessa e unica, che è la Sicilia. Si percepisce un lavoro grande e profondo tra musica e parole, tra musicista e attore.

L’eccezionalità degli spettacoli di Enia, oltre alla sua tecnica di recitazione, si trova nel suo grandissimo potere catartico: le atrocità che emergono nel racconto, riescono quasi sempre a confluire in una dolcezza poetica che apre davvero il cuore. In particolare, ne L’Abisso l’attore palermitano oltre a portare in scena gli effetti di una strage di sconosciuti innocenti, intreccia anche la sua storia personale con il padre e lo zio, che sta morendo di cancro. Situazioni che gli permettono di affrontare il grande tema della Morte, e quindi della Vita, in maniera uguale, ma opposta: l’una è una tragedia collettiva, l’altra una disgrazia individuale.

Sono tanti gli interrogativi che l’attore muove durante lo spettacolo, ma raramente li esprime, bensì li sottende, perché sa che il potere del racconto è quello di far nascere spontaneamente le domande in chi lo ascolta.

Ciò che ci regala Enia con il suo spettacolo, oltre a delle preziosissime testimonianze (in primis, la sua) su quello che realmente sta succedendo nel Mediterraneo e momenti di reale commozione, è forse una delle più grandi contestazioni all’attuale governo Lega-5 Stelle. Un Governo che fa chiudere i porti, come se chi vi vuole attraccare, lo facesse con intenti ostili, da conquistatore, quando invece è solo un approdo di passaggio (Enia spiega bene che molti migranti hanno parenti in Nord Europa) o di rinascita. Un Governo che non consente di salvare chi ha bisogno, non rispettando l’atavica legge del mare, né quella della terra, non permettendo di seppellire i morti, in quanto non è concesso l’attracco. Un Governo che non si fa quindi remore a condannare a morte delle persone allo stremo delle forze e che anzi fa dimettere e arrestare cariche istituzionali che davano a questi disperati un reale aiuto, mettendoli in condizione di rifarsi una vita, lasciandosi l’orrore alle spalle. Un Governo, dunque, che mira a disseminare sofferenza e morte, in nome di una sicurezza che non potrà mai garantire e che anzi mina, dal primo giorno della sua istituzione.

È un Governo che è massima espressione di questo naufragio che è l’era contemporanea, in cui l’etica sembra essere sparita, la repressione degli istinti individuali trova sfogo naturale in un odio sociale, costruito a tavolino (l’invenzione del nemico) e i punti di riferimento vengono sepolti da retorica di una pochezza disarmante.

Ma il grande merito di Enia è proprio quello di raccontare di persone che di fronte alla più straziante sofferenza altrui, fanno quello che devono fare: aiutare.
Non sono eroi. Sono i giusti. E i giusti nell’abisso imparano a nuotare, altrimenti sanno che non vedranno mai la luce del sole.

PS: Enia è in tour per tutta Italia con il suo spettacolo. Qui potete trovare tutte le date.

Commenti
2 Commenti a ““L’Abisso” di Davide Enia: non c’è bisogno di ideologie per fare la cosa giusta”
  1. asd scrive:

    “ricordando che Primo Levi ci impiegò 12 anni per narrare la sua prigionia nel campo di concentramento”

    Strano, perché “Se questo è un uomo” uscì nel 1947

  2. Chiara Babuin scrive:

    Ho riportato le parole di Enia, il quale probabilmente si riferiva alle interviste (non antecedenti al ’63).
    Vero è che il romanzo è del ’47, ma uscì per una piccola casa editrice (Francesco de Silva), che ne stampò solo 2500 copie, cambiandone anche il titolo (da “I sommersi e i salvati” – poi ripreso dall’autore per un suo celebre saggio del ’86- a “Se questo è un uomo”). Einaudi, su cui pesò l’opinione sfavorevole sia della Ginzburg che di Pavese, lo bocciò: erano usciti sin troppi libri sullo stesso tema. E questo è importante per il discorso che fa Enia e per il nostro tempo: spesso non si capisce l’importanza del testimone. Di un argomento così legato al presente, ma soprattutto all’inconscio di massa, SI PRESUME che la gente non ne voglia sentir parlare.
    Einaudi pubblicò “Se questo è un uomo” solo nel 1958. Il successo del libro ha svelato, invece, che le persone avevano in sé una moltitudine di domande che anelavano risposte. Giustamente, visto che molte di loro erano miracolosamente scampate all’apocalisse.

    Grazie dell’appunto, che mi ha permesso di chiarire un aspetto importante.

Aggiungi un commento