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Il rumore profondo che fa un matrimonio quando si spezza

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Pubblichiamo la recensione di Annalena Benini a Lacci, il nuovo romanzo di Domenico Starnone pubblicato da Einaudi. Ringraziamo l’autrice e Il Foglio. (Immagine: Willy Ronis, Die Verliebten an der Bastille)

Ora mi è tutto chiaro. Hai deciso di tirarti fuori, di abbandonarci al nostro destino. Desideri una vita tua, per noi non c’è spazio. Desideri andare dove ti pare, vedere chi ti pare, realizzarti come ti pare. Vuoi lasciarti alle spalle il nostro mondo piccolo ed entrare con la tua nuova donna in quello grande.

Vanda ad Aldo, in “Lacci” di Domenico Starnone (Einaudi)

Aldo ha lasciato casa sua, ha lasciato sua moglie, ha lasciato i bambini. Si è innamorato di un’altra donna, anche se con Vanda non userà mai la parola amore, per non ferirla oltre, per non sentirsi dentro un romanzo rosa e per l’impossibilità di strappare i lacci che lo legano a lei, che ha sposato all’inizio degli anni Sessanta, e da cui ha avuto due figli. Vanda è giovane e soffre tantissimo, gli scrive lettere rabbiose e razionali, gli chiede di tornare, lo accusa, lo minaccia e dice: “Se tu te ne sei scordato, egregio signore, te lo ricordo io: sono tua moglie”. Aldo non può scordarlo, perché a un certo punto i lacci ricominciano a tirarlo verso di lei, verso di loro, una forza invisibile ma carica di senso di colpa e sofferenza (anche paura) lo richiama indietro, gli fa credere di poter aggiustare tutto e di doverlo fare.

“Lacci” è la storia spietata e precisa del rumore profondo che fa un matrimonio quando si spezza, e della ferita che porta con sé anche quando si è deciso, con sofferenza, di ricominciare, di tornare ognuno al proprio posto: a casa, con i figli, con una moglie consumata dal dolore e dalla rabbia, che ha perso il suo splendore, e di cui lui non ricorda più nemmeno un minuto di splendore. Domenico Starnone ha dato voce a tutti, ha dato a ciascuno una risposta al dolore: ai figli bambini e poi adulti, alla moglie giovane e poi anziana (“ora che sono vicina agli ottant’anni, posso dire che della mia vita non mi piace niente”), e al marito, padre, amante, Aldo, che si muove fra loro come un sonnambulo, schiacciato da quello che ha fatto, e poi dal suo sacrificio, dal fallimento della felicità, propria e altrui, dalle cose da restituire e quelle da sacrificare, e dalla paura che tutto di nuovo lo travolga, e faccia ancora male.

C’è, in questo romanzo lancinante, velocissimo mentre percorre in profondità una vita intera, e i sospiri di quattro mura, l’idea che a tenerci insieme a volte sia qualcosa di cattivo, di danneggiato, perfino di sadico, che non si riesce a perdonare e quindi non si cancella, ma ci accompagna. La figlia, ormai molto più grande della madre quando soffriva intensamente e furiosamente per il marito, ricorda il giorno in cui ha visto, bambina, l’altra vita del padre e l’ha desiderata.

Si erano appostati per strada, per volere della madre (anche questo un gesto sadico, violento), aspettando che il padre uscisse dal portone con la nuova fidanzata: “In quell’occasione io guardai quella ragazza attentamente e mi si ruppe intorno l’organismo unico di cui ero parte. Pensai: com’è bella, com’è colorata, da grande voglio essere identica a lei. Di quel pensiero sentii subito la colpa, la sento ancora, è una vita che la sento. Mi resi conto che non volevo più assomigliare a mia madre e che perciò la stavo tradendo”. Si rendeva conto di desiderare quella cosa che assomigliava alla felicità, anche se aveva impedito un’altra felicità: adesso era lì che avrebbe voluto specchiarsi. Non più nel rancore, nella furia del dolore, nell’impossibilità del perdono. Questi sentimenti, poi, si sono aggrovigliati, e Domenico Starnone è riuscito a raccontare fino in fondo tutto quello che hanno creato, e ciò che hanno distrutto.

Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975. Giornalista, scrive sul Foglio e altrove di libri, persone e di quello che succede.
Commenti
18 Commenti a “Il rumore profondo che fa un matrimonio quando si spezza”
  1. sergio garufi scrive:

    bella recensione, leggerò il libro.

  2. scrive:

    Il terrore di leggere qualcosa che potrebbe esplodere in ogni casa, in ogni esistenza. Eppure vogliamo sentircele raccontare storie di dolore, di crescita, e di resoconti. Perché?
    Credo che prenderò tremando questo libro.
    Comunque, bella questa recensione.

  3. laura scrive:

    comprato. divorato in due giorni.
    bello bellissimo. doloroso e definitivo.
    da rileggere.

  4. Wif scrive:

    E’ tutto troppo schematizzato (non ho letto il romanzo , deduco dalla recensione) Ogni persona, anche “una moglie”, degli anni ’60 , può ribellarsi, reagire, non sognarsi neppure di mandare i figli a fare gli spioni, può cercarsi un’altra vita, sola o con un altro uomo, divorziare, risposarsi, eccetera. Il dolore dei figli , così come viene descritto, sembra quasi un dogma. La realtà era ed è assai più complessa, specialmente in quegli anni, dove tutto stava saltando per aria, molto più di oggi. a meno non si tratti di un “caso unico” o raro, dove la donna è inferiore, non ha pensato alla propria vita se non legata a quell’unico uomo, e un mucchio di altri stereotipi “strazianti”, ma non è affatto così nella lunga vita delle persone. Che bisogno c’è in Italia di un libro del genere (sempre da quel che ho capito dalla rec.)dove resistono arcaismi più nella testa di molti scrittori che nella realtà. Gli scrittori rivolti sempre al passato, alle nostalgie, malate, di donne simili ad animali, a cani perduti senza padrone, a tragedie eterne. Ma forse non ho capito niente dalla recensione, che però, così come è scritta, mi ha davvero sbalordita per il suo spirito ottocentesco.

  5. Liù scrive:

    Letto il libro, bellissimo, spietato, commovente e pessimista. Non sono d’accordo con il commento precedente: il libro descrive invece magistralmente il dolore inaccettabile che è dentro un matrimonio che si spezza, anche ai nostri giorni. Realistico, vero, bruciante. Ma è evidente che tutto l’evolversi della situazione riflette la posizione molto personale dell’autore e, oserei dire, molto maschile: Starnone “punisce” in quanto donna il personaggio femminile della vicenda e la trasforma – sia pure attraverso il dolore incolpevole procuratole dall’abbandono del compagno – nel personaggio più negativo dell’intera storia. Da vittima a carnefice, sia del marito apparentemente contrito, sia dei figli, ai quali Vanda avrebbe inflitto il proprio dolore con effetti più perversi di quelli subiti per l’abbandono del padre. Questo mi è sembrato un colpo basso. Una sorta di assoluzione catartica di colui che tradisce.

  6. rosa scrive:

    Lo leggerò. La recensione mi ha convinto. Non é solo per sentire quel ‘rumore di fondo’ quasi spiando il dolore di una famiglia, ma soprattutto per riflettere con maggiori dati sul labile confine fra l’andare ed il restare, che ognuno di noi vede prima o poi da vicino e che resterà sempre impresso come un viaggio non fatto, una decisione presa senza una perfetta cognizione, un potenziale errore scampato o tragicamente vissuto… La cosa più bella é che mai e poi mai potremo essere certi di aver fatto la scelta giusta e, quel rumore resterà nella nostra testa come quello del mare in una conchiglia. .. alla quale ci sembrerà di accostare l’orecchio ogni volta che dubitiamo della nostra vita della sua impostazione. Auguri a tutti per la propria vita!

  7. cetty scrive:

    Ha ragione Liu. Spietato e bellissimo! Letto in pochissimi giorni.

  8. Cornetta Maria scrive:

    C’è sempre una seconda versione delle verità: perché non affrontare il discorso della leggerezza con cui s’instaurano rapporti che dovrebbero essere meditati, collaudati e solo alla fine consacrati col vincolo del matrimonio? Oggi s’inneggia ai diritti individuali senza curarsi minimamente delle conseguenze di questo modo infantile di vivere i legami. Sono favorevole alla convivenza preventiva (e senza figli) perché è il solo modo per mettersi alla prova, per valutare se l’altro “ci calza a pennello ” o finiremmo solo per “sopportarlo”. LE CONVINZIONI (con la “i”) costruiscono le CONVENZIONI (con la “e”) e mai il contrario!

  9. Cornetta Maria scrive:

    Mi dispiace che l’addio a questo blog coincida con la festa dell’amore, non disturberò più nessuno con i miei commenti.Promesso!

  10. am scrive:

    Lo leggerò perchè mi appartiene anche se nella mia storia c’è un lieto fine senza rimpianti o recriminazioni ed ormai ben lontano da tutto questo travaglio … nessuno può giudicare nessuno , nè chi va nè chi resta , chi ritorna e chi riaccoglie , è tutto così unico e personale pur passando sempre e solo attraverso un indicibile dolore !

  11. Rosetta scrive:

    E’ un romanzo forte, profondo, che vede il dramma dello sfacelo di una coppia dai punti di vista diversi della moglie, del marito e dei due figli. Si finisce per dar ragione a tutti, non ci sono “colpe”: quello che è accaduto è accaduto e ha lasciato dolore, tanto dolore in tutti i protagonisti. Anche i figli sono stati colpiti (come accade spessissimo nella realtà dei divorzi).
    Le varie parti del romanzo sono sapientemente intrecciate tra di loro, e il finale è sorprendente.
    Il protagonista si rende conto del dolore della moglie, ma sembra incapace di resistere alla tentazione di una vita diversa, più “giovane” e spensierata, accanto a una donna che lo affascina. Non sente moltissimo i figli, non li aveva seguiti molto nemmeno prima della separazione, però ogni tanto è preso da sensi di colpa verso di loro.
    Finché si arrende e reintra in famiglia. Ma lo strappo ormai non si può più ricucire.
    Rivisti da vecchi, i due protagonisti appaiono come consumati dal “disamore” che li ha separati prima, ricongiunti dopo. E i personaggi dei figli, ormai nell’età di mezzo ma distrutti anch’essi dal dolore di un’infanzia in cui il sostegno dei genitori è mancato e le loro figure precocemente de-idealizzate, sono ancor più devastati nel momdo interno, incapaci di vivere, incapaci di perdonare.

  12. Maria Gisella Catuogno scrive:

    Letto in un giorno.Bello e amaro com’è spesso la vita. Racconta l’impossibilità di spezzare legami senza lacerare ma anche la profonda “ingiustizia” di non poter fare nuove (e legittime?) scelte. Insomma, un bel casino…

  13. gloria gaetano scrive:

    Complesso, originale, il libro di Starnone. I due punti di vista sulla vita di coppia e di famiglia rimbalzano dall’uno all’altro dei protagonisti, che si lanciano la palla, che nel tiiro cambia di forma, di colore, di dimensioni. E’ in questa sconnessione di piani si svolge la narrazione, un po’ dolorosa, mentre rimane incomprensibile la decisione di continuare a vivere insieme. Solo verso la fine la narrazione si ricompone e i due protagonisti della triste e sofferta storia, cominciano a comprendere le loro storie,che sembravano diverse, ma che infine si ricongiungono in una narrazione unitaria e comprensibile.
    Ma Starnone, ha anche una sensibilità critica viva e appassionata per alcune scrittrici. Infatti ho letto un’intervista sulla Ferrante, che si diceva fosse l’alter ego di Starnone.,che però non ha il punto di vista
    della scrittrice, la cifra stilistica e non sarebbe mai in grado di raccontare le storie di una madre e una figlia,del rapporto tra amiche, storie ambigue, a volta sofferte, complicate , con continui ritorni e scelte negate, ma poi riprese. Un mondo di affetti, di legami affettivi , di maternità, di ambizioni contrastanti, piene di contraddizioni.
    Lo si comprende quando si leggono le parole, il risentimento, il rifiuto della moglie di un modo di presentare la realtà. Trovare un lingiaggio comune tra uomo e donna, una comunicazione che usi modi narrativi uguali , è difficile. E allora si resta legati non a legami affettivi, ma a lacci, catene.
    Una scrittrice che Starnone apprezza molto è Marosia Castaldi. Lo colpisce il suo stile nuovo, ma non di neoneoavanguardia. Complesso, ma viscerale e ,insieme, vero e sofferto.
    ‘. Marosia racconta un calvario di donna, racconta la sofferenza femminile a uno stato di raffinazione quasi insopportabile. Nightwater è un nightmare: un incubo che, per la sua verità, va al di là di qualsiasi racconto dell’orrore. La lunga catena di madri e di figlie, che escono ed entrano l’una dall’altra, l’una nell’altra – Maria Berganza, Rosa Berganza, Amelie, la madre della bambola di pezza, la bambola di pezza, l’io che si racconta mentre scrive, le sue figlie, tutte con le loro età diverse continuamente confuse, bambine, adulte, spose infelici, donne abbandonate, assassine assassinate, straziate dalle loro ossessioni autodistruttive, – è tesa sopra lo stesso martellante paesaggio di passione per la vita e paura-desiderio di morte.
    Chiudo, torno a pregarvi. Vi prego. Leggete per spassarvela? Leggete per trovare conferma a quello che già sapete? Leggete per sentirvi eroi o eroine senza macchia e senza paura? Non volete neanche vagamente pensare che presto o tardi vi offriranno un calice imbevibile e chiederete che ve lo allontanino e nessuno ve lo allontanerà, è il vostro calice, vi tocca, non c’è niente da fare? Allora, per favore, cambiate abitudini almeno in questa occasione. Questo non è un testo di intrattenimento. Non è una storia che acquieta. È un’onda anomala che fa molto male, perché è vivo, lotta con la vita e per la vita. Lotta soprattutto per la sopravvivenza della letteratura. Se non gli diamo tempo e sguardo di lettori, vuol dire che peggio per noi, ci meritiamo quello che passa il convento.’ D.S.
    E non mi dispiacerebbe leggere recensioni delle grandi scrittrici italiane: Morante, Ortese, Ramondino, Ferrante, Sanvitale, Castaldi, Mozzillo., di cui si parla troppo poco nei blog letterari.

  14. marisa Panci scrive:

    Ieri sera al Piccolo Eliseo ho visto la rappresentazione teatrale tratta dal libro omonimo “LACCI” interpretata da un’ottima compagnia di sei artisti tra i quali Silvio Orlando. Tutti bravi e perfettamente calati nei loro ruoli tanto dolorosi e così vicini alla realtà di tante famiglie in disgregazione per varie ragioni, tradimenti, problemi economici, difficoltà educative etc..etc..Io ho 78 anni e vivo assieme a mio marito da 52 anni di matrimonio e 6 di fidanzamento.. siamo cresciuti insieme? abbiamo lottato? spesso mi domando che cosa abbiamo condiviso di più della ns. vita sicuramente il ns. ruolo di genitori nella formazione educativa e morale delle ns. figlie. Siamo stati presenti nella scuola ci siamo confrontati con gli insegnanti collaborando ed opponendoci per quello che la legge ci consentiva. Le abbiamo lasciate fare le loro scelte culturali ed affettive etc..etc.. non ci siamo mai tormentati sui temi della libertà individuale e sui sacrifici che abbiamo sostenuto. Oggi la ns. vita possiamo considerarla scorrevole ma comunque io sento che manca di qualcosa di gratificante per ambedue, l’espansività, la tenerezza e mi domando che cosa abbiamo sacrificato del nostro Io per rispettare le regole all’interno delle quali il matrimonio e le sue convenzioni ci hanno tenuti? Leggerò il libro di Starnone c’è sempre tempo per capire. Marisa

  15. Sandra Sassaroli scrive:

    si ma, alla fine la rigidità di lei della difesa di una scelta sentimentale (il rispetto di un contratto) è segno di una grave mancanza di immaginazione, di capacità di voltare pagina, e lui, lui ne esce come un personaggio tragico e grandioso che sa sbagliare e sa capire e sa tornare. e accompagnare fino alla fine con la consapevolezza di ciò che ha perduto. Vanda è una figura di donna antica, severa, (fa pensare a salvatore settis) i tradimenti di lei solo presunti, punitivi, e Aldo porta in se coraggiosamente tutto il peso della modernità. Io avrei lasciato a lei almeno un briciolo di fantasia in più.

  16. Marie Laure Borg scrive:

    Non ho letto ancore Lacci ma mi sorpende che nessuno di voi abbia pensato a I giorni dell’abbandono di E. Ferrante.
    Come è impossibile non pensare a Via Gemito quando si legge L’amore molesto.
    Ancora una storia di coppia. Felice questa ( economicamente per lo meno)

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