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“L’acciaio in fumo. L’Ilva di Taranto dal 1945 ad oggi”, un estratto

Pubblichiamo, ringraziando autore e editore, un estratto da “L’acciaio in fumo. L’Ilva di Taranto dal 1945 ad oggi” di Salvatore Romeo, pubblicato da Donzelli.

di Salvatore Romeo

La Taranto che si apprestava ad accogliere il siderurgico era una realtà che usciva da un decennio di deindustrializzazione, esito inevitabile (e tardivo) della trasformazione del “modello di sviluppo” dell’industria italiana –  da supporto dell’apparato bellico a produzione di massa di beni di consumo. La vicenda dei Cantieri mostra il disperato tentativo di mantenere artificialmente in piedi una realtà la cui unica energia vitale rimasta era probabilmente l’orgoglio delle sue maestranze. Il passaggio di testimone dalla navalmeccanica alla siderurgia segna per Taranto l’ingresso, con dieci anni di ritardo, nel secondo dopoguerra, cioè nella nuova fase della modernizzazione dell’economia italiana, in cui sempre meno contano i sommergibili che avevano fatto grande la navalmeccanica ionica, e sempre più diventano indispensabili i coils per la produzione di auto, frigoriferi, lavatrici ecc; in cui tramonta la produzione “sul pezzo” tipico della cantieristica tradizionale e si impone definitivamente il processo “in serie”, altamente standardizzato e tendenzialmente automatizzato – e, di conseguenza, il vecchio operaio “di mestiere” lascia il posto al nuovo “operaio-massa”. Tuttavia tale consapevolezza può apparire chiara oggi, a più di mezzo secolo di distanza, ma per gli uomini e le donne dell’epoca quegli anni furono traumatici. Alcuni videro disgregarsi un’identità e una condizione economica conquistate a fatica; molti furono costretti a emigrare. Solo oggi, su impulso di una generazione che ha vissuto marginalmente quelle esperienze, con gli occhi e la coscienza dei bambini, iniziano ad emergere alcune di quelle storie, ma siamo ben lontani da un racconto approfondito e corale. Quello resta il sottofondo da cui emergono le prese di posizione dei partiti, gli ordini di mobilitazione dei consigli sindacali, gli appelli dei vari settori della società civile. È utile segnalare un elemento di fondo: la straordinaria unanimità che si sarebbe registrata nella rivendicazione del siderurgico – e la convinzione con cui tutte le componenti della società locale condussero quella battaglia – è l’altra faccia dell’ostinazione con cui nel corso degli anni ’50 gli stessi soggetti – e cono lo stesso grado di consonanza – cercarono di difendere la navalmeccanica. Alla base sembra esserci la percezione di un rischio finale – l’immagine della morte ricorre continuamente nel dibattito dell’epoca (…) –: il timore che la città, cambiato radicalmente il contesto che le aveva conferito un ruolo determinato nel quadro dell’economia nazionale, avesse smarrito la sua necessità storica. D’altra parte, proprio sulla sua “necessarietà” in rapporto alle esigenze del paese Taranto aveva fondato la sua identità fino a quel momento. Una condizione che, nella crisi, si ribaltava in provvisorietà, cioè in radicale mancanza di senso. Necessità e provvisorietà sono in definitiva i poli di una dialettica destinata a segnare la storia della città ionica fino ai nostri giorni. Il presupposto di tutto questo è un modello di sviluppo che in diversi momenti si dimostra estremamente aperto all’orizzonte nazionale, ma altrettanto separato dalla dimensione territoriale. L’identità della Taranto moderna è un corollario di quella che il paese assume nelle diverse fasi della sua trasformazione, mentre resta sullo sfondo il rapporto col contesto locale, in particolare con le campagne circostanti. Quella peculiarità è il prodotto dell’azione dei soggetti che hanno plasmato lo sviluppo della città ionica, tutti grandi protagonisti della vita nazionale. Da questo punto di vista gli esiti della irizzazione dei Cantieri sono emblematici: l’Istituto accetta di andare incontro alle istanze politiche che, dalla periferia al centro, gli vengono rivolte, ma conduce l’operazione in autonomia, dandole infine una torsione “produttivistica”. È questo uno schema che vedremo ricorrere, in maniera accentuata, nel caso del siderurgico, e che in quel momento caratterizza l’equilibrio fra politica e impresa pubblica. Tale impostazione tende a stabilire un nesso fra porzioni significative dell’economia locale e le dinamiche del sistema produttivo nazionale per il tramite degli interessi e delle strategie delle grandi imprese che controllano le principali realtà produttive del territorio. Di qui il dualismo strutturale del contesto locale, la sua integrazione subalterna nell’economia del paese, ma anche la dipendenza reciproca fra queste due dimensioni, che fanno di Taranto città necessaria e necessitata.

(Fonte foto)

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