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L’aeroporto è il nostro luogo naturale

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Photo by Dennis Gecaj on Unsplash

di Domitilla di Thiene*

L’aeroporto è il nostro luogo naturale, il nostro utero accogliente, la luce artificiale, i pavimenti lucidi e le vetrine luminose, ci forzano alla veglia, al luccichio del viaggio, alla promessa della partenza, ti vedo da lontano, hai una camicia nuova, la barba lunga, ti ridono gli occhi, li abbassi per pudore. Siamo a Istanbul, uno degli scali in cui ci incontriamo più spesso. Lo conosciamo a menadito, il negozio di cachemire d’angolo, l’assurda hall con il cibo.

L’aeroporto è il nostro luogo naturale, non ne abbiamo altri, separati da decenni e continenti diversi, ci incontriamo sulle moquette silenziose, le scale mobili lente, le nostre facce vicine tra 21A e 21B , soddisfatti dalle bottigliette da 37.5 di pessimo rosso, i vetri appannati sopra le nuvole.

L’aeroporto è il nostro luogo naturale, non ne abbiamo altri, ci dà la nausea quando siamo soli, gioia se siamo insieme. All’uscita non c’è mai nessuno ad aspettarci, procediamo sicuri conoscendo il percorso e le porte di sicurezza non abbiamo bagaglio ad appesantirci, l’ultima porta ci spaventa anche se non lo ammettiamo. A Roma troviamo la Magliana e poi la Cristoforo Colombo. Conosciamo l’imbottigliamento prima di San Giovanni, tu ti volti e mi chiedi se vogliamo girare prima.

A Gerusalemme prendiamo la 443, a me non piacciono le barriere alte che nascondono i settlements oltre le colline, i blocchi militari che ci fermano. Ci accoglie la dolce collina di Al Quds, piena di luci bianche e azzurre, il loro nazionalismo univoco.

A Stoccolma c’è sempre la neve, anche se è estate. Ti vedo con la giacchetta di lino, a meno quindici, ancora la sabbia del deserto sullo zaino, aspiri avidamente una sigaretta, hai i jeans stretti e ti allontani nel ghiaccio mentre aspettiamo l’autobus, non vuoi far sentire lo svedese degli annunci dell’altoparlante al telefono, starai gelando penso, ragazzetto magro degli anni settanta.

A Khartoum mi aspetti in mezzo alla folla all’uscita vetrata. Due ore per i controlli, non si capisce mai da dove escono i bagagli, welcome to Africa mi dicono per prendere in giro il mio visibile indispettimento, mi vieni incontro tra le teste velate, arrivo sempre a notte fonda, non resisti mai dall’abbracciarmi di fronte a un paese bloccato dalla sharia, non ti restituisco l’abbraccio e mi svincolo imbarazzata di fronte allo sguardo severo di un vecchio col turbante, allora mi trascini via quasi di peso, verso la macchina, la portiera è ancora rotta, mi infili dallo sportello di dietro, uscire dal parcheggio è un’impresa di diplomazia e autodeterminazione. Siamo sull’Africa road, trafficatissima nonostante l’ora, l’aria è piena di sabbia c’è stata una Abbouba[1] nel pomeriggio, non diciamo nulla, ogni tanto ti volti a guardarmi, sorridi.

L’aeroporto è il nostro luogo naturale, fuori siamo un po’ spersi. Mi porti sempre l’acqua all’arrivo, frizzante nei paesi in cui c’è, liscia negli altri.

L’aeroporto è il nostro luogo naturale, è quello che ci definisce, non importa se è un arrivo o una partenza, importa il nostro incontro, non dobbiamo andare da nessuna parte.

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[1] Abbouba: tempesta di sabbia

* Testi di Domitilla Di Thiene sono apparsi su Cadillac, L’Inquieto, Nazione Indiana e su minima&moralia con Mille volte hai detto vado.

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