IRENA

L’alba dei libri viventi

IRENA

Questo pezzo è uscito su Linus di aprile: ringraziamo la testata.

In questo momento nel nostro pianeta esiste una comunità di 68 persone, ciascuna delle quali ha imparato un libro a memoria. Il progetto, pensato dall’artista norvegese Mette Ervadssen, si chiama Time has fallen asleep in the sunshine, come la riga di un libro che, nel celebre romanzo di Ray Bradbury Fahrenheit 451, si conficca nella memoria di Montag, il protagonista, «come se fosse incisa da una punta d’acciaio». Il progetto è in corso da anni, i performer si chiamano l’uno con l’altro «libri viventi» e di tanto in tanto, nel corso di un festival, incontrano il pubblico (uno spettatore alla volta).

Quando andò in scena a Bologna, nel 2014, «i libri viventi» erano stati messi a disposizione all’interno della Biblioteca comunale, dove potevano essere richiesti al desk. A quel punto ci si sedeva in un angolo – libro vivente e lettore\ascoltatore – creando un incontro eccezionalmente intimo, fondato sul potere arcano della memoria e sull’amore per la letteratura.

L’ultimo esito del lavoro, andato in scena di nuovo a Bologna tra il 26 e il 29 aprile nel corso di Live arts week, consiste in una riscrittura (e pubblicazione) dei testi, sempre e ancora a memoria. Con Irena Radmanovic e Muna Mussie, due delle artiste\performer coinvolte, abbiamo parlato della prima fase di Time has fallen asleep in the sunshine.

Come avete saputo di questo progetto?

Irena Radmanovic: Tramite Silvia Fanti di Xing (organizzazione culturale nata nel 2000 a Bologna che progetta eventi come il Live arts week, dove il lavoro di Mette Ervadssen è stato ospitato già nel 2014, Ndr). Silvia stava organizzando Time has fallen asleep in the afternoon sunshine ed era alla ricerca di nuovi «libri viventi». Ero terrorizzata all’idea di imparare un intero libro a memoria e quando le ho chiesto se avevo un po’ di tempo per pensarci, mi ha risposto «si, domani mi puoi dare una risposta». Dopo una notte di sogni limpidi e di angoscia, ho fatto una telefonata e ho deciso di arruolarmi nella biblioteca dei libri viventi.

Muna Mussie: Nel 2013, mentre vivevo a Bruxelles, venni a sapere del progetto, ospite quell’ anno del Kunsten Festival des Arts. Un amico mi disse di presentarmi alla Bibliothèque Royale di Bruxelles. Alla reception trovai una donna molto gentile: «Je suis un livre, la Métaphysique des tubes de Amélie Nothomb». Il mio libro iniziò a parlare e io a leggerlo con le orecchie. Si creò subito una forte intimità. Questa donna era lì per me, per incarnare un libro. Restai spiazzata dalla capacità di memorizzare una tale quantità di testo.

Come hai scelto il libro?

IR: Da principio avevo pensato a Cuore di tenebra. Mi sono esercitata per qualche giorno, ma non riuscivo a procedere. Successivamente ho adocchiato Casi di Daniel Charms, quando poi, nella libreria, ho finalmente visto Il fucile da caccia di Inoue Yasushi (libro pubblicato in Giappone nel 1949 e in Italia, da Adelphi, nel 2004; oggi è alla sua XVIII riedizione, Ndr). Appena ho cominciato a leggerlo ci siamo incontrati. Scorreva come un fiume, senza fermarsi. Una gemma e una sorgente continua.

MM: Anche se amo più i saggi e la poesia, la scelta è caduta su Lessico famigliare di Natalia Ginzburg (pubblicato con Einaudi nel 1963; l’ultima edizione è del 2014, Einaudi Super ET, Ndr) regalato da una amica arrivata a Bruxelles. Ho subito apprezzato la scrittura pulita e non sentimentale, pur trattandosi di autobiografia. È un romanzo scritto con l’affetto di chi è coinvolto e con il distacco di uno storico.

Quanto tempo è servito a memorizzare?

IR: Non è un tempo lineare, quantificabile. A volte la memoria è veloce e lo spazio a disposizione infinito, a volte no. Sono stata contattata a novembre 2013, a dicembre c’è stato il primo incontro con Mette e abbiamo debuttato ad aprile 2014. Tre mesi e mezzo circa, inclusi momenti di pausa.

MM: Forse 5/6 mesi. Non ricordo bene. Il tempo serve innanzitutto a metabolizzare l’idea di ciò che stai per fare, poi al rapporto tattile e visivo con il libro, infine a memorizzarlo.

Quali tecniche hai usato?

IR: durante il primo incontro con Mette, a Bologna, abbiamo parlato delle tecniche di memorizzazione conosciute o già sperimentate da altri libri viventi. Il mio approccio è stato eclettico: leggere e ripetere, trascrivere la pagina a memoria o riascoltarmi in cuffia dopo aver registrato con la voce tutto il libro. Mi sono allenata leggendolo a memoria a persone a me vicine. All’epoca lavoravo alla biglietteria del teatro Arena del sole, a Bologna, e le mie colleghe erano diventate le mie cavie preferite. Oppure durante un viaggio in treno mi focalizzavo su uno o una dei passeggeri cui leggevo a bassa voce, senza farmi sentire o scoprire.

MM: Ho cominciato come si fa con le poesie a scuola, strofa per strofa. Non era un testo da interpretare, come mi è capitato per il teatro. Era come stare su una barchetta in mezzo al mare e non vedere altro che acqua. Non sapevo dove andavo nè quando sarei arrivata. Entrare in questo progetto è stato un vero atto di fede. Il momento migliore era la mattina, ancora nel letto, quando il corpo è leggero, semiaddormentato e il cervello ancora confuso, ma riposato. Le parole, studiate il giorno prima, arrivavano alla mente senza sforzo e senza sforzo riuscivo ad inglobarne di nuove. Questo dormiveglia aveva il sapore di un sogno lucido. Studiavo in casa ma a volte riuscivo a concentrarmi solo ai giardini, in metro, nelle piazze o nei bar. In queste occasioni di studio «mondano» sentivo di fare qualcosa di segreto ma alla luce del sole. Una tecnica è stata, anche per me, quella dell’ autoascolto: registravo e poi mi riascoltavo. Durante questi ascolti riuscivo a ricordare in quale riga della pagina e dopo quale virgola era collocata una determinata parola e quale emozione mi aveva suscitato leggerla e rileggerla. Bastava assorbire il suono. Era uno studio passivo che attecchiva nel subconscio.

Pensi che la memoria e il cervello ne abbiano avuto beneficio?

IR: Non amo considerare il corpo diviso in parti, però sì, penso di aver goduto di un beneficio e di una sorta di piacevolissimo massaggio.

MM: Ho una pessima memoria, quindi per me è stato un toccasana e credo che chiunque possa imparare un libro a memoria.

Mette Edvardsen usa un’espressione che non conoscevo: «learning by heart»…

IR: È il modo della lingua inglese per il nostro «imparare a memoria». Esiste anche un libro – è stato d’ispirazione per alcuni dei libri viventi – che si chiama By Heart. È una raccolta di 101 poesie da imparare a memoria scelte da Ted Hughes (poeta, scrittore ed ex marito di Sylvia Plath, Ndr).

MM: In francese è «apprendre par cœur», imparare col cuore. Questa espressione per me introduce al mio rapporto con il libro e percorre differenti piani: tecnici, formali, sonori, emotivi, trascendentali. L‘alchimia creata da un libro provoca emozioni, ci fa vibrare. Forse perché le parole sono segni che permettono di enunciare ed assemblare altri segni, che veicolano emozioni. Anche le persone sono intrise di segni che la vita gli ha lasciato. Perciò a volte ci’innamoriamo delle persone come c’innamoriamo dei libri.

Memorizzare un libro forse rischia di occupare troppo spazio, nella vita e nella mente…

IR: Occupa spazio nella vita di tutti i giorni e magari ruba tempo alla lettura di altri libri, tuttavia, come dice Lao Tzu: «senza lasciare la mia casa, io conosco tutto l’universo». La casa, per me, era Il fucile da caccia.

MM: La vita e la mente sono una immensità di fronte al tempo molto relativo che puo’ prenderti un libro, letto o mandato a memoria che sia.

Lavora a La 7. Ha scritto per diversi quotidiani e periodici. È autore di Macao, un ebook sulla vicenda della torre occupata a Milano. È autore di un reportage narrativo sul romanziere Michel Houellebecq e il movimento raeliano. Dal settembre 2012 tiene un tumblr sul quindicennio 1970-1985.
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