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Su “L’albero e la vacca” di Adrian Bravi

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(Immagine: Rousseau il Doganiere, Il sogno.)

di Marino Magliani

Adrian Bravi scrive nella nostra  lingua dopo essere nato in Argentina, averci vissuto più di vent’anni e aver pubblicato il suo primo libro in castellano. Scrivere nel castigliano che si parla in Argentina significa farlo in una  lingua incredibile e imprendibile come un’anguilla, che parlano solo loro, dandosi, caso unico, del vos. E’ una lingua che possiede tutte le sfumature possibili per descrivere il flâneur, o, tanto per dire, tutte le gradazioni per qualificare il brocco, intenso come ronzino, e che racconta – scarseggiando da quelle parti le antichità storiche – i luoghi come fossero miti. Da qui la magica Buenos Aires di Borges e quella malinconica di Arlt e la Pampa estrema e gauchesca di Ricardo Güiraldes.

Prima dell’ottimo L’albero e la vacca ( Nottetempo, 2013), ma proprio pochi mesi fa, avevo letto un racconto di Bravi, Quella volta che Sabato mise mano alla pistola, apparso sulla rivista Reportage. Il racconto parla di una strada periferica di Buenos Aires, dove una famiglia, stanca delle innondazioni che devastavano l’area dove vivevano, si è trasferita. Nel nuovo quartiere il bambino gioca a calcio per la strada con los chicos e gioca molto anche a nascondino. A volte va a nascondersi nel giardino di una casa (immaginate i giardini delle case porteñe di periferia, che sono grandi e lunghi, e circondano la casa, o così mi pare di ricordarli), e ci sono alberi e erba alta, in autunno cadono le foglie e nessuno le rastrella, e rampicanti, molta edera, e nella casa ci vive un vecchio che a volte s’incavola perché i ragazzi fanno rumore, e a volte esagera… Quel vecchio è Ernesto Sabato, l’autore de L’angelo e l’abisso (di recente ristampato da Sur, e tradotto da Raul Schenardi).

Ed è stato tutto questo – quando ho saputo che usciva L’albero e la vacca, e Adrian mi ha detto che era la storia di un bambino che saliva su uno strano albero e che da lassù vedeva una grande e maestosa mucca bianca – a farmi pensare che L’Albero fosse un libro ambientato in Argentina. Perché? Ma per il bambino rimasto laggiù (o lassù sugli alberi) a giocare davanti al club Defensores, per quel bambino che si divertiva a scalare gli alberi nel giardino abbandonato di Sabato. E invece no, L’Albero di L’albero e la vacca si trova nel parco di Recanati, la cittadina dove risiede Bravi, ed è un tasso mortifero che produce certe bacche velenose. Adamo, il bambino, un giorno comincia a farne uso e da quel giorno vedrà il mondo come mai l’aveva visto. Adamo è una specie di Barone Rampante, da lassù il mondo è un altro, da lassù si scopre addirittura cosa fa la gente dietro gli alberi, uomini e donne, uomini che tengono ferme le donne contro i tronchi.

Perché Adrian Bravi, dovete saperlo, ma forse lo sapete già, è un maestro della prosa comica e visionaria. Ma anche della solitudine, i suoi personaggi incredibili, il padre che per certe versi avremmo tutti quanti voluto avere, e le cose della vita, la separazione dei genitori, alla quale Adamo assiste… e come se della quale seguisse le tappe dalla quota del tasso. E la lingua che si estende e guarda lontano come a quella specie di infinita pampa, con le sue frasi che vanno fin dove arriva la capacità polmonare del lettore… Che è la lingua incredibile che hanno inventato i portegni.

Succede, a proposito della lingua che usa Bravi, una cosa bizzarra, che mi ha fatto pensare a un romanzo come Il tempo materiale di Giorgio Vasta. La lingua del ragazzino Nimbo è stupendamente gelida e non sua, lingua dei grandi, si dice, mentre in Adamo succede l’opposto: la lingua che Adamo usa per raccontarsi bambino, e che ce lo mostra davvero bambino schiacciato contro quel cielo fin dove arriva la ramaglia del tasso, lingua che pensa e sogna e lo fa solo come succede ai bambini che davanti hanno il mondo senza tempo perché immortali – anche se osservano le cose che muoiono, e le piante e le bestie e addirittura i nonni che amano e che un giorno se ne vanno – quella lingua, come per miracolo, alla fine si scopre che non era la lingua del bambino, ma la lingua di un Adamo grande. E che il tempo, forse, in parte, se n’era andato.

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  1. […] di MARINO MAGLIANI, “minima&moralia”, 19 novembre 2013 […]



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