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L’Album inedito di Roland Barthes

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All’interno delle principesche manifestazioni che lo scorso anno hanno celebrato il centenario della nascita di Roland Barthes, inclusa una superba mostra di manoscritti e lettere al museo Pompidou, l’editore Seuil ha pubblicato Album, a cura di Eric Marty: si tratta di un libro che riunisce inediti, immagini, documenti, archivi e lettere che, al di là della loro ovvia eterogeneità, costituiscono un’importante via di lettura dell’opera del semiologo francese.

Come sempre, non in ogni momento in primo piano, ma comunque sempre con arguzia tra le linee dei molti documenti qui raccolti, l’attenzione di Barthes si sofferma sulla lingua e sul linguaggio, forse il luogo dove il suo pensiero si è fatto più originale, certamente una risorsa ancora attuale: perché Roland Barthes, già da giovanissimo, aveva intuito il potere e la pericolosità del linguaggio e così, attraverso la ricerca linguistica che segnerà tutta la sua vita, tenterà di farne uno strumento di ripudio e sconfessione di quel potere che al suo interno tutto comprende.

Il Saggiatore, con una puntualità invidiabile che conferma ancora l’ottimo lavoro nel panorama italiano degli ultimi anni, ha tradotto il volume (la traduzione molto accurata è di Deborah Borca) e permette così al lettore italiano di addentrarsi in questo poderoso puzzle di quasi 500 pagine che racchiude non solo il pensiero di Roland Barthes, ma anche il suo modo di porsi nei confronti di ammiratori, amici o colleghi, ben esemplificato dagli inediti qui raccolti, ma soprattutto dalle lettere (tra gli altri a René Char, Georges Perec, Jacques Derrida, Jean Cayrol e Antoine Compagnon) che costituiscono forse la parte più interessante del libro.

Il curatore Eric Marty, si sofferma proprio su questo aspetto: «Bisogna tenere conto peraltro – scrive Éric Marty nella prefazione al volume – che Barthes è forse uno degli ultimi autori in grado di produrre una corrispondenza postuma, visto che l’atto di scrivere, dopo la sua morte, e la progressiva scomparsa delle lettere hanno reso la pratica epistolare un gesto del passato». In questo sta la ricchezza e la bellezza delle sezioni che riportano i carteggi, perché, come aggiunge Marty, è proprio questo aspetto, il fatto di essere quello di Barthes uno degli ultimi carteggi, che conferisce alle lettere del critico un’aura di tempo ritrovato, per rubare le parole all’amato Proust. Inoltre in queste lettere, come ha notato Giorgio Fontana, si può rintracciare anche una certa idea di cosa significa questo particolare tipo di scrittura: scrittura come comunicazione fra due persone, che vive di un tempo lungo che si incarna nelle attese talvolta febbrili, scrittura come scambio privato di riflessioni e pensieri.

In generale in Album troviamo proprio tutto Barthes, ed è anche per questo che può essere un ottimo viatico per addentrarsi nell’opera dello scrittore: si trova il critico teatrale, il fine lettore, ma anche lo scrittore dallo spirito più sociologico o da semiologo.

Ma forse, il fattore decisivo per opere come questa, sta nel chiedersi a chi si rivolge, o dovrebbe rivolgersi questa raccolta di scritti. Il punto forse più importante, come già sottolineato da altri in altre occasioni, è quello di non lasciare che il libro parli solo agli addetti ai lavori o ai nostalgici ammiratori dello scrittore francese, perché in queste pagine sono contenuti spunti e idee su insegnamento, critica letteraria e umanità che meritano la più ampia diffusione.

Roland Barthes è un personaggio di un’altra epoca, lo si constata leggendo le lettere, è l’uomo della gentilezza anche all’interno della polemica, è l’uomo della disponibilità verso chi chiede consiglio, ed è il maestro, nel senso meno autoritario possibile del termine, sotto cui sono cresciuti intellettuali delle generazioni successive (una su tutti Julia Kristeva: Album riporta la lettera che Barthes le scrisse dopo l’uscita di Semeiotiké dove le scrive di essere «inquietato, trasformato, conquistato» dal testo, e si preoccupa, come un tenero padre, per la sua salute: «vorrei dirle inoltre che sono preoccupato per la sua salute: sono sicuro che lei non si riposa abbastanza; dovrebbe prendersi due mesi di pausa in un centro di riposo»).

Le lettere più commoventi sono quelle che Barthes scrive negli anni della sua formazione, sono lettere segnate dalla malattia, dalla tubercolosi e dai ricoveri in sanatorio. Scrive Roland Barthes, proprio durante un ricovero, ad un amico, con toni quasi proustiani, e non è un caso che la lettura della Recherche di situi proprio in uno dei lunghi momenti di malattia: «Ho ereditato la psicologia del malato: un’inezia mi spaventa, un’inezia mi calma. La giornata trascorre in deduzioni, a cercare correlazioni tra sintomi e cause esterne. La tubercolosi è una condizione grave attraverso cui – sia nei fatti, sia nell’immaginazione – si giunge ben presto alla morte».

Da questo punto di vista è particolarmente impressionante lo scritto dal titolo Abbozzo di una società sanatoriale che, partendo dall’esperienza personale del sanatorio, finisce per analizzare i sentimenti di socievolezza volontaria che animano l’uomo: «In una società sanatoriale – scrive Barthes – tutto contribuisce a portare l’uomo a una situazione definita che si fregia degli attributi di una società autentica». Barthes prosegue analizzando il ruolo dei medici, che installano «regole paternalistiche», della «cricca, banda o squadra», che porta ad una «condizione quasi feudale della società», fino però a valutare in maniera lucida, e probabilmente anche dolorosa, come si tratti di un «luogo che vive su se stesso, riservato a coloro che lo abitano», chiudendo con insofferenza su un dubbio non difficile da sciogliere: «che i sanatori siano delle grandi famiglie è fuori di dubbio. Ma, se siamo obbligati a frequentarlo, dobbiamo farci complici di una familiarizzazione tanto allegra della malattia?».

Il volume si chiude con gli schemi, riprodotti in anastatica, così come alcune delle lettere sparse tra le pagine del libro, dell’ambizioso progetto narrativo che Roland Barthes non riuscì mai a concludere, intitolato, in maniera apertamente dantesca, Vita Nova. Il progetto, squisitamente narrativo e di cui si può rintracciare un prodromo in Barthes di Roland Barthes, doveva essere diviso in otto sezioni: il sommario che è arrivato a noi, comprende «Incidenti, in Marocco di recente…», «Serate parigine» e «Diario di lutto».

Su quest’ultima sezione in particolare Barthes già si era concentrato, tenendo appunto un diario dei suoi due lutti, il primo quello del padre in età infantile, l’altro, ben più pesante e in età adulta, della madre. Il lutto per la perdita della madre, sarà il soggetto di Dove lei non è, uno dei libri più personali e penetranti di Roland Barthes, la straziante cronaca di una vita che a causa di una morte è costretta a cambiare e a riorganizzarsi («non avere nessuno a casa a cui poter dire: tornerò alla tale ora, o a cui poter telefonare», scrive in un passaggio Barthes).

Ma il libro, purtroppo un po’ dimenticato dai lettori barthesiani, contiene un carattere fondamentale della sua opera: non è possibile dividere narrazione e critica, e così la riflessione sulla morte della madre diventa il luogo dell’accusa al linguaggio per la sua incapacità di dire la morte. E in questo senso vanno letti anche i grandi libri di Barthes come La camera chiara o Il grado zero della scrittura, non come dei semplici saggi ma come dei grandi romanzi sulla fotografia o sulle narrazioni.

Album è una pubblicazione molto preziosa, un tesoro attraverso il quale entrare nella vita di Barthes: più volte all’interno di queste lettere Roland Barthes parla del suo romanzo, alternando momenti di frenesia con altri di depressione, e il progetto della Vita Nova ne è la testimonianza più lampante; un desiderio di scrittura imperituro e mai realizzato.

Ma non è forse anche questa raccolta un romanzo, certo bizzarro e frammentario, della fenomenologia amorosa del suo autore?

Matteo Moca si è laureato in Italianistica all’Università di Bologna con una tesi su Landolfi e Beckett. Attualmente studia il surrealismo italiano tra Bologna e Parigi, dove talvolta insegna. Tra i suoi interessi la letteratura contemporanea, la teoria del romanzo e il rapporto tra la letteratura, la pittura e il cinema. Suoi articoli sono apparsi su Allegoria e Alfabeta2. Collabora con varie riviste di carta, in particolare con Gli Asini, rivista di educazione e intervento sociale, con Blow Up per la sezione libri e con L’indice dei libri del mese e online (DUDE Mag, Crampi sportivi, Nazione Indiana, ecc.).
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