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L’allucinazione perversa di Darren Aronofsky si chiama “madre!”

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«La relazione di una coppia viene messa a dura prova quando alcuni inattesi ospiti si presentano a casa loro, gettando nello scompiglio la loro tranquilla esistenza». Questa la sinossi del film riportata sul sito di Venezia 74.

E ora facciamo un gioco.

Step 1, provate a immaginare il peggiore dei vostri incubi.

Non occorre pensiate al più violento, truculento e devastante che vi sia capitato. Può essere un incubo di ordinario terrore. Però, è importante che sia persistente. Intimo e apocalittico ad un tempo. Un incubo che lascia tracce durevoli: polarizza l’emotività per ore, condiziona una giornata intera. Nei giorni a seguire riaffiora e riprende a pungere, a turbare. mother! si propone di recare questo effetto.

Step 2a, l’incubo e l’Altro.

Quell’incubo vi riguarda, investe la vostra sfera privata, però  ̶  questo è essenziale  ̶  non compromette completamente la vostra esistenza. L’incubo coinvolge anche l’Altro: la persona più vicina, il luogo in cui vivete. L’incubo a un certo punto si impossessa dello spazio più intimo. Per questo, la casa, il grande Personaggio del film, è collocata in un luogo isolato, impreciso e probabilmente irraggiungibile. Gli effetti dell’incubo riguardano il pianeta, fino a lambire la genesi del creato. E infatti, il sogno orrorifico di Aronofsky punta al massimo filosofico, a penetrare il corpo origine di ogni cosa: la madre.

Step 2b, l’incubo e  «la vita reale».

Ecco quindi di cosa è composto mother!: fatti razionali, corrispondenze e coincidenze con la vita reale, colori accesi e colori spettrali, divagazioni, ellissi, dettagli inquietanti, motivi che proliferano, motivi che appaiono e svaniscono, personaggi che fanno cose strambe e aggressive, forze inarrestabili e profonde, taglio-buco-sangue, buco, ancora buco. Infine, naturalmente, tutte le altre cose recidive o ineffabili che una spiegazione non ce l’hanno.

E adesso scrivete bene tutto. Fate in modo che l’incubo sia spericolato, seducente e punitivo. Fate che abbia  ̶  anche questo è essenziale  ̶  un climax ascendente angoscioso. Quando avrete in mano una sceneggiatura che vi convince, andate da un produttore e provate a farvi finanziare il film. Secondo voi, quale può essere lo step 3? Non si fa il film, a meno che non siate Darren Aronofsky.

Questa premessa ludica per dire che se Aronofsky ha potuto realizzare il più sadico e ombelicale dei suoi film è perché aveva un certo percorso alle spalle e un pubblico consolidato a cui rivolgersi. mother! non esisterebbe senza Il cigno nero e The Wrestler; non avrebbe ragion d’essere senza π  ̶  Il teorema del deliro, Requiem for a Dream e The Fountain  ̶  L’albero della vita. Ciò non lo risparmierà dall’esporsi ad attacchi duri (a Venezia alla fine della proiezione stampa più d’uno ha gridato vaffanculo! allo schermo) o all’evidenza dell’irrisolto che (oltretutto) si compiace di sé stesso, ma lo solleverà dal rischio di essere tacciato di mancata coerenza autoriale o di qualunquismo cinematografico.

Infatti, giusto o sbagliato che sia, mother! è un punto di arrivo: è l’ultima tappa dell’odissea di Darren Aronofsky. Inoltre, è l’esemplificazione che l’ossessione di un autore può traboccare, e questo eccedere magari non ci piace, ci irrita, ci fa incazzare, non ne condividiamo il modo, non ne condividiamo gli assunti, le simbologie e l’epilogo, ma è talmente indubbia la potenza visiva sprigionata sullo schermo che è difficile alzarsi e abbandonare la sala; diventa difficile non farsi trascinare nel vortice dell’allucinazione perversa che Aronofsky genera e attraverso cui manifesta la sua fiera, radicale autorialità.

Adagiato sulle eteree ma solide spalle di Jennifer Lawrence e temprato dalla fisicità disturbante di Javier Bardem, mother! è una macchina fabbrica-angoscia rovesciata davanti agli occhi (sul corpo – verrebbe da dire) dello spettatore. Una macchina collegata a un piedistallo narrativo svalvolato che dissemina e accumula motivi senza preoccuparsi di raccoglierli, ma dal magnetico allestimento visivo e sonoro; dalla poderosa  ̶  consapevolmente deragliante  ̶ estensione.

A partire dall’arrivo dei loschi e polanskiani Michelle Pfeiffer e Ed Harris, la bionda hitchcockiana Jennifer Lawrence intraprende una discesa agli inferi che porta giù con sé anche chi guarda. Mentre lo scrittore Bardem combatte la sua crisi creativa, alla giovane che si dedica con premura a risistemare e a dipingere casa viene affibbiato ogni tormento.

Al suo desiderio di intimità e raccoglimento, Aronofsky infligge la violazione, la moltiplicazione dello strazio; al bisogno di chiarezza, risponde con il caos. Ma non è forse questa la parabola di tutti i personaggi dei suoi film? Lo slancio verso un’autoaffermazione che incorre obbligatoriamente nell’autodistruzione? E la chiave di mother!, per chi scrive almeno, non sta nel moto di partenza o nel punto di arrivo, non sta nella disamina di un rapporto di coppia palesemente squilibrato, e neppure nell’hangover da metafore che il film produce. La chiave è il percorso, lo svolgersi della parabola, il presente assoluto con cui la macchina da presa osserva, srotolata il proprio sguardo e si allarga verso il compimento, il rovesciamento, oltre sé stessa.

Questo ci tiene incollati alla sedia, questo giustifica la nostra presenza in sala, questo ci autorizza anche a gridare vaffaculo! quando sopraggiungono i titoli di coda: l’agitazione ininterrotta e sfrenata, l’orrore in presa diretta che quella notte di sonno lucido ha inflitto.

Infine, alla luce di quanto detto, isoliamo uno dei molti sottotesti del film per sottolinearne l’egemonia, ce lo rammenta un’esclamazione, depredata sarà pure la creazione, ma per Aronofsky la madre torturata è, oltre ogni sviluppo o degenerazione possibile, una madre che lotta strenuamente per la vita.

Antonia Conti è nata a Livorno nel 1980. Si è laureata in Storia e critica del cinema all’Università di Pisa con una tesi sull’adattamento cinematografico di opere letterarie. Dal 2010 vive a Roma, dove lavora in ambito editoriale.
Commenti
3 Commenti a “L’allucinazione perversa di Darren Aronofsky si chiama “madre!””
  1. Anna scrive:

    Articolo acuto e interessante. Anche io ho appena finito la mia recensione del film e ho dovuto cambiarla dopo aver letto alcune critiche che hanno capovolto la mia percezione della storia. Non so se hai avuto modo di leggere quanto si dice a proposito del doppio binario su cui corre l’interpretazione della storia: quello naturalistico-ecologico e quello biblico.
    Secondo la prima prospettiva il film si presenta come una denuncia sociale all’abuso che facciamo del nostro pianeta. La casa, infatti, immersa in quel paesaggio dalla bellezza innaturale, rappresenterebbe la Terra e la coppia un Dio Creatore ed egoista che vive per il mito di se stesso e un’umile Madre – Mother ! – Natura. La distruzione operata dalla folla delirante sul finale è la denuncia del male che facciamo al mondo in cui viviamo.
    A ciò si aggiungono i riferimenti biblici: il primo uomo che bussa alla porta, Adamo, che in una scena mostra una ferita all’altezza della costola mancante. La moglie dalla curiosità molesta, Eva. I figli, Caino e Abele, e il bambino offerto in sacrificio come un Cristo di cui i fedeli mangiano il corpo.
    Il film resta un’orgia raccapricciante di violenza gratuita che, come dici tu, lo spettatore di sente anche “sul corpo”. Ma sono prospettive interessanti su cui mi è piaciuto ragionare e, nel caso non le avessi già trovate, pensavo potessero solleticare anche te!

  2. antonia scrive:

    Ciao Anna, quello che scrivi è vero. Il film lancia moltissimi input di natura concettuale, i sottotesti “binari” suscettibili di interpretazione sono davvero tanti. Però, mother! mi ha colpito e interessato soprattutto per la sua fisicità. Non credo sia “un’orgia raccapricciante di violenza gratuita”, quanto piuttosto un’opera teoricamente straripante (in questo, forse sì, pretestuosa), ma carnalmente, cinematograficamente potente.
    Grazie per aver letto e apprezzato il mio pezzo!

  3. Cecio scrive:

    non posso che non apprezzare un pezzo scritto da chi mi ha fatto vedere
    “Il principe delle maree”

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