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L’America dell’odio a buon mercato. “Il fratello buono” di Chris Offutt

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Nel descrivere la cenere, Robert Walser identificava due aspetti, la pazienza e l’arrendevolezza, rivelatori dell’incapacità di attuare alcuna resistenza, al pari di un ricordo di cui non si dirà più nulla. L’approdo a una esistenza condotta nell’attesa e nell’insignificanza è l’esito del dramma di un uomo smarrito e accecato dal dolore della perdita, identificato da Chris Offutt ne Il fratello buono (traduzione di Roberto Serrai, minimum fax) per indagare gli esiti della violenza nel costante capovolgimento di ruoli vittima/carnefice.

Originario di Lexington, Kentucky, incluso da Granta tra i venti migliori narratori delle ultime generazioni e insignito nel 1996 del Whiting Award per la narrativa e la saggistica, Offutt diventa noto al pubblico italiano per le raccolte di racconti Nelle terre di nessuno, A casa e ritorno, il romanzo Country Dark e il memoir Mio padre, il pornografo, tutti usciti per minimum fax.

A caratterizzare anche Il fratello buono come il resto della sua produzione è il tema dell’identità e la predilezione per figure di emarginati e piccoli criminali in contesti dominati da un’idea di fedeltà alla famiglia, ancor prima che al lavoro e alla terra. Come nucleo sociale primario, è il perno di ogni sua narrazione, a partire dai meccanismi costruiti sulle omissioni sino alla complessità della sua rete di rapporti, ai suoi compromessi e ai suoi vincoli.

L’inesorabilità del male, il retaggio violento di un’America raccontata dal quotidiano di piccole comunità centro-occidentali tra il Kentucky e il Montana, dominano una narrazione verticale sviluppata aderendo alla forma della memoria, tra esperimenti di rimozione e strenui tentativi di salvezza.

Sceglie un’angolazione solo in apparenza prevedibile, quella di un uomo che sino all’assassinio di suo fratello aveva trascorso una vita ordinaria. Virgil Caudill si riconosce nei boschi e nelle montagne in cui vive, prova conforto nel sentire i latrati dei cani e distinguerli, trova pace nel mettersi in ascolto dello scroscio dell’acqua. È un uomo che non ha mai realmente provato l’urgenza di lottare per una causa perché avulso dagli interrogativi di un presente accettato con le sue regole e convenzioni. La monotonia del suo quotidiano e l’indole pacata paiono far intravedere per lui un futuro scritto. La tragedia sancirà una trasfigurazione anzitutto interiore nell’esperire l’incapacità di alcun tipo di struggimento.

Amato e odiato al contempo per la sua impulsività, suo fratello Boyd appare irresistibile nella sua franchezza, ma nasconde una natura oscura. La sua presenza imponente nella narrazione è filtrata dal racconto postumo che gli altri restituiscono a Virgil che cerca così di comprenderne tardivamente aspetti inesplorati.

“I ricordi scorrevano nella sua testa lenti come un corso d’acqua sotterraneo su un letto di calcare facendosi strada attraverso crepe sottili: Boyd che chiedeva a Virgil se voleva una ciambella e poi lo prendeva per il collo e diceva: «Eccola qui, buona vero?»; Boyd che leggeva la Bibbia per quelle parti del libro di Ezechiele dove Oolibà viene condannata perché fa la prostituta dopo essere stata stuprata dagli egiziani; Boyd che gli insegnava a giocare a poker con un mazzo di carte unte”.

La scelta di fondere narrativamente la tematica pubblica a quella privata si inserisce in senso più ampio nella raffigurazione di un quadro di mancata rigenerazione, sia nell’esistenza del singolo che della collettività. Al Kentucky dei contrabbandieri di liquore, dove sentirsi a casa tra querce e aceri, pini e noci, con la percezione di sicurezza nel vivere con “le colline ai fianchi e una sola strada per arrivare a casa”, e dove “non potevano esserci sorprese” perché “tutto ti arrivava dritto in faccia”, Offutt accosta il Montana come luogo del non riconoscimento di sé, dove avvertire di essere fisicamente insignificante.

È il Montana. Più mucche e meno burro, più fiumi e meno acqua, e si può vedere più lontano eppure vedere meno cose che in qualunque altro posto.

Tra bar senza insegna con vecchi hippie, motociclisti, indiani, cowboy e reduci del Vietnam, la realtà cittadina amplificherà la sensazione di isolamento e la profonda solitudine di chi vive nella percezione di un perenne smarrimento.

Si sentiva come un uomo che avesse abbandonato la propria religione senza trovare un rimpiazzo.

Come per il rifugio del suo protagonista, il silenzio rappresenta anche per l’autore la condizione per costruire un’opera la cui prosa non ricade in enfasi critica e retorica ma si fonda sulla storia anonima della gente della sua terra, con una particolare attenzione per gli umili e gli sconfitti che a loro modo obbediscono a un codice inserito in un orizzonte violento e brutale.

La scelta di imperniare il romanzo attorno alla figura di Virgil permette all’autore di travalicare continuamente il solco tra il prima e il dopo, marcato da un peso che impone di lavare l’onta con altro sangue o di fuggire, e che determina l’impossibilità del ritorno.
Quello sguardo personale permette a Offutt di delineare un dramma privato, reso anzitutto nella personale dimensione di ricerca del silenzio come zona franca dove acquietare l’insopportabile percezione di inadeguatezza nel convivere con la perdita.

Il significato del tragico non rimane confinato nella sfera individuale, ma assume nell’opera una valenza sociale: l’esperienza di un profondo sradicamento culturale, affettivo e fisico diventa il prisma per analizzare la deriva del patriottismo. La condizione dello straniero non solo permette di evidenziare le anomalie di un arroccamento cieco, ma conduce a interrogarsi in termini nuovi su tali contraddizioni.

Tutto quello che so è che avete uno strano modo di essere liberi. Non pagate le tasse e non avete la patente. Coop non crede nell’ora legale, e poi non credete nella scuola.

Lo sguardo esterno che si posa su una piccola comunità del Montana in fondo esula persino dai luoghi prescelti perché racchiude in senso più ampio una riflessione sul retaggio della violenza in relazione all’acuirsi delle disuguaglianze sociali, alla strumentalizzazione di valori e ideali di libertà al fine di giustificare la negazione delle istituzioni e la rivendicazione di un uso incontrollato delle armi. In tale immaginario distruttivo la violenza appare necessaria non solo per contenerne altra, ma per prevederla, fomentando odio razziale e costruendo pericoli da cui guardarsi.

Si domandò perché le persone si unissero solo per combattere, invece che per proteggersi. Era vero anche nel Kentucky. Niente avvicinava una famiglia più di una minaccia a uno dei suoi membri, fino ai cugini di secondo o terzo grado.

La storia dell’America contemporanea trova in queste pagine una interpretazione feroce, ardente e grottesca. Non esistono eroi positivi nelle narrazioni di Offutt perché la raffigurazione del bene e del male non ricade su rigide distinzioni ma evidenzia, attraverso le storie che si intrecciano a quella principale, la fragilità e la vulnerabilità dell’individuo, la miseria umana tra efferatezze e inaspettati slanci di compassione.

Le contraddizioni insite nel riconoscimento della democrazia a fronte di un rifiuto delle istituzioni, delle sue leggi e delle forze che dovrebbero guidare la collettività rivelano una anomala concezione della giustizia, resa nel tratteggio sapiente dell’ironia come strumento per dare forma all’abisso tra ideali e realtà.

Un’inchiesta americana in chiave narrativa che pone al centro la miseria, la diffidenza ottusa e cinica delle piccole comunità elette come protagoniste, volti che delineano nei gesti del quotidiano la componente tragicomica di contesti in cui non sembra esistere un riscatto, una concreta via di salvezza in un orizzonte privo di prospettive di cambiamento. Sono le loro voci a rivelare indirettamente al lettore i pericoli di un livellamento del pensiero generato da tentativi di fomentare odio che attecchiscono per l’incapacità di liberarsi dal pregiudizio.

Ad assegnare profonda originalità alla narrazione la scelta di non ridurla a una trama che contiene una valenza di denuncia sociale e politica, ma di aprirsi a una ricerca estetica nel compiere continue immersioni e emersioni nelle oscurità della psiche – “Ogni molecola del suo corpo era in guerra con sé stessa” –, con un dialogo continuo, e a tratti predominante, con gli elementi naturali.

I temi che permeano il romanzo – la perdita, l’abbandono, la solitudine, l’alienazione, lo sradicamento, il significato della colpa e la condanna inflitta dalla vendetta nel convivere col dopo – trovano un efficace controcampo narrativo nel continuo ricorso ambientale reso attraverso correlazioni, metafore e immagini.

Non si tratta tuttavia di una mera rappresentazione paesaggistica, ma di una ricerca inesausta sulla condizione umana resa nel continuo rimescolamento di piani rispetto al mondo animale, a una natura ostile e ai suoi meccanismi di dominio. Basta osservare assieme al protagonista un albero di carrubo nell’istante in cui le sue spine trattengono gli insetti poi mangiati dagli uccelli. La vista di uno di quegli uccelli, poi infilzato a causa di un forte temporale e presto divorato da un procione, porta a chiedersi quale animale avrebbe invece sbranato l’uomo che fosse rimasto inchiodato a quelle spine: “la risposta gli arrivò con forza: sarebbe stato un altro uomo”.

La scrittura squarcia un passato dai toni cupi e lucenti per sovrapporlo a un presente reso a partire dai colori di paesaggi dalla parvenza rassicurante ma di cui sembra impossibile sentirsi parte. Per lo studio formale, la cura estrema riservata alla parola, il profilo linguistico e le sfumature sottotraccia, la prosa esatta rivela accenti poetici e slanci descrittivi che rendono rarefatti i confini tra fisico e metafisico.

Il cielo era spesso privo di nubi. Forse era ovvio che fosse rimasto lì. C’era meno bisogno di riempire il vuoto che aveva dentro, quando era circondato da una quantità equivalente di spazio libero.

Offutt intesse un lungo e inesorabile addio attraverso la condizione vissuta da chi è preda di un lutto ancor più doloroso rispetto alla perdita di un fratello, perché è quello per la propria fine. Sonda i più profondi recessi del dramma negli esiti che conducono all’amara consapevolezza di non avere un passato e di vivere un presente senza identità: “C’era solo un ineludibile adesso”.

Un compito dell’abbandono destinato a rimanere insoluto in un tempo dominato dalla colpa, dal rimorso e da un vuoto di cui è tardi per sbarazzarsi.

Alice Pisu, nata nel 1983, laureata in Lettere all’Università di Sassari, si è specializzata in Giornalismo e cultura editoriale a Parma dove vive. Collabora per diverse testate di approfondimento, tra cui L’Indice dei libri del mese, minima&moralia, il Tascabile. Libraia indipendente, fa parte della redazione del magazine letterario The FLR -The Florentine Literary Review.
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