Swing and a Diss: Mildred (Frances McDormand) and Willoughby (Woody Harrelson) discuss Mildred's Burma-Shave-inspired quest for justice in Three Billboards Outside Ebbing, Missouri

L’America di Ebbing, Missouri

Swing and a Diss: Mildred (Frances McDormand) and Willoughby (Woody Harrelson) discuss Mildred's Burma-Shave-inspired quest for justice in Three Billboards Outside Ebbing, Missouri

di Simone Bachechi (Questo pezzo contiene spoiler.)

Tre manifesti a Ebbing, Missouri è film dalle atmosfere coeniane, i cineasti che hanno diretto la (bravissima) Frances McDormand in opere come Fargo, dove la stessa interpreta il ruolo dello sceriffo.

Ma qui, è lei a chiedere giustizia. Perché in questo film dallo humour nero, tra i favoriti nella corsa agli Oscar, firmato da Martin McDonagh, la protagonista Mildred (Frances McDormand, appunto), interpreta una madre divorata dai sensi di colpa, alla quale è stata brutalmente uccisa la figlia. Il suo unico scopo è quello di ottenere giustizia con ogni mezzo, fino all’ultima ratio della vendetta, scavalcando anche la legge, quella che dovrebbe risolvere il caso, incarnando appieno quello spirito in parte anarcoide e libertario del paese dei pionieri.  I tre manifesti del titolo sono dunque l’urlo di una madre che ha perduto l’affetto più grande e che scardina la cittadina del Missouri dal torpore e l’accattonaggio morale con la sua determinazione all’ottenere giustizia.

Willoughby, lo sceriffo di Ebbing dice: “ci ha dichiarato guerra”. Tutto il film è la piccola grande guerra di Mildred contro tutto e tutti per ottenere giustizia per sua figlia, in primis contro la polizia inetta e razzista. E il razzismo è un tema non troppo secondario del film, del quale proprio la polizia sembra farsi interprete come Mildred denuncia alla troupe televisiva: “la polizia è troppo impegnata a torturare la gente di colore per risolvere un crimine vero”. Ma Tre manifesti a Ebbing, Missouri, parla anche dei vizi della cosiddetta America profonda; sembra quasi di ritrovarsi nelle atmosfere di FlanneryO’Connor, forse non a caso “citata” nel pubblicitario che stampa i manifesti e che si può notare intento a leggere un suo libro quando Mildred si presenta nel suo ufficio. Quell’America e quei luoghi, dove il razzismo, la paura, il conformismo pseudo-religioso porta i cittadini a rintanarsi nelle più  rassicuranti convenzioni, magari poi accorgendoci che queste derivano da trascorsi più o meno traumatici, come  nella figura dell’agente Dixon (Sam Rockwell) succube della madre, presumibilmente gay, personaggio straordinario che nel corso della narrazione sviluppa una propria progressione etica e trasformazione. Proprio lui, l’inetto, il razzista, il balordo, anche se con la divisa e che lo porta ad essere una delle figure più  potenti dell’ intero film.

La sceneggiatura è sontuosa, non a caso ha fatto incetta di riconoscimenti ovunque e tiene lo spettatore incollato alla poltrona fino alla fine. L’anelito e il dilemma morale è quello che spinge lo spettatore a dover prendere posizione. Se è normale parteggiare da subito per Mildred, nel corso del film, soprattutto dopo il suicidio dello sceriffo, per il cancro che lo sta divorando e non per le implicite accuse mossegli, dopo le sue commoventi lettere lasciate alla moglie, a Dixon e a Mildred stessa, qualche dubbio si può insinuare e il dilemma come nell’Antigone sofoclea diviene quello tra la legge degli uomini e quella del sangue.

Il plot originario si snoda in un complicato intreccio da thriller poliziesco per scoprire l’assassino. Se la locale polizia poteva apparire quantomeno complice omertosa del brutale omicidio, man a mano si insinuano più profonde riflessioni sulla stessa liceità del rispondere alla rabbia con la rabbia. La frase a suo modo ingenua gettata come un sasso nello stagno dalla altrettanto ingenua compagna diciannovenne dell’ex marito di Mildred, “la rabbia genera altra rabbia”, è come una dolce farfalla che spiega le ali in un altrimenti crudo far west dei sentimenti dove vige la legge del più forte.

A questo proposito, si segnala l’intensità del brano della lettera post-mortem che lo sceriffo Willoughby consegna all’agente Dixon dicendogli che per fare il detective, quello a cui l’agente aspira, serve l’amore, proprio questo, quella cosa che declinata al proprio lavoro, ma anche in senso più ampio è la cura del dettaglio. Il tutto è condito da una colonna sonora bellissima e da un humour folgorante, brutale e sanguigno (anche in senso letterale); su tutte basterebbe la scena di Mildred che strappa di mano il trapano al proprio dentista, il quale aveva fatto un esposto contro i manifesti affissi e che viene trafitto all’unghia da Mildred con lo stesso trapano.

La scelta morale su da quale parte stare è lasciata agli spettatori con un bellissimo finale aperto degno di questo grandioso film, quando Mildred e l’ispirato agente Dixon, completando il proprio riscatto morale, decidono di avviarsi in auto per andare a uccidere uno stupratore, anche se a questo punto sappiamo non essere in realtà quello della figlia di Mildred, come una sorta di giustizia divina che sopraggiunge. O forse no, non lo faranno, chiudendosi il film con i due in auto che si confessano i propri dubbi su quello che avevano deciso di intraprendere, e si riservano di decidere strada facendo.

Commenti
6 Commenti a “L’America di Ebbing, Missouri”
  1. Alessandro scrive:

    Questo è un temino di uno studente delle medie, non una recensione. Minima & Moralia, sforzatevi di mantenere la passione o chiudete, non spegnetevi così.

  2. Elvezio scrive:

    Credo che dovreste avvisare il lettore del fatto che nell’ultimo paragrafo viene rivelato il finale del film.

  3. Elvezio scrive:

    Come non detto, ho notato solo ora che avete avvisato all’inizio e non ero attento io, mi scuso e vi ringrazio.

  4. Federico Francesco Guzzi scrive:

    Mi ha terribilmente annoiato; scopiazzato (senza ritegno) dai film dei Coen, vuole mettere sul tappeto i problemi e le nevrosi della società della provincia americana in atmosfere surreali, miste a black comedy, ma è (tutto) fuori tempo massimo. Su questi temi, con potenza inaudita (e rimanendo a roba recente) passare per Fargo – la serie – stagioni 1-2 e 3. Oramai il cinema sta nelle serie.

  5. Milena scrive:

    Il film è bellissimo e pure la recensione che direi calda e affettuosa. E’ vero che sembra un film dei Coen e forse in questo sta una parte della sua bellezza. Fuoriesce la necessità di “cose” grandi che abbiano un senso e che si possano capire con il cuore e la testa. Insieme, come non è facile trovare nei nostri giorni quotidiani e piccoli, quasi bruttini…Forse per questo Frances Mc Dormand cammina come in western di John Ford..

  6. il film è interessante. ben interpretato e diretto. Non sono d’accordo col recensore che definisce la sceneggiatura “sontuosa”. alcuni dei personaggi sembrano affetti dalla sindrome di tourette. 😛
    il finale mi è sembrato strappato, comunque non adeguato sebbene aperto, e nemmeno “grandioso” come il resto del film è stato definito.

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