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L’America di Giorgio Vasta

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Questa recensione è uscita sull’ultimo numero di Linus, che ringraziamo.

Se cercate qualcosa di nuovo sull’America non prendete l’ultimo libro di Giorgio Vasta. D’altronde se pure sarà possibile dire qualcosa di nuovo sul luogo più saturo di rappresentazioni al mondo, il punto di Absolutely nothing non sembra quello. Insieme al fotografo Ramak Fazel e all’editrice (e fotografa) Giovanna Silva, Vasta ha percorso per quindici giorni il deserto americano, attraversando California, Arizona, New Mexico, eccetera, fino in Louisiana.

Le note sociologiche pur presenti e per lo più affidate alla bocca di Fazel, attingono a una sedimentazione discorsiva cresciuta fino a diventare una sorta di serbatoio comune del pensiero sugli USA (non luoghi, nomadismo, tensioni utopiche, confusione di realtà e finzione, ecc.). Ma l’America di Vasta è soprattutto un pretesto, qualcosa di funzionale al testo, alla scrittura. I luoghi visitati non sono neutri, semplicemente valgono su un piano simbolico più che aneddotico, cronachistico o altro.

In questo senso il deserto, le aree dismesse e defunzionalizzate, le città fantasma, si rivelano particolarmente adatte alla sensibilità dello scrittore, al suo descrittivismo spinto, alla microscopia del banale e del disadorno che sembrano collocare Vasta (qui più che mai) sulla scia di uno scrittore ossessionato dai dettagli e dalla fredda neutralità dello sguardo come Georges Perec.

Ogni cosa si trasfigura nella lente di Vasta, ogni minuzia diventa oggetto di una polimorfa e puntigliosa perlustrazione onomastica dove Il pensiero si agita irrequieto tra connessioni e digressioni. Eppure dietro l’apparente freddezza autoptica, dietro l’asettica precisione lessicale e il continuo sforzo intellettuale trapela un furore trattenuto, una reticenza: il pudore malinconico e autobiografico da cui nasce il libro: il senso di una perdita.

Persino il viaggio nel suo insieme materiale resta un punto indefinito e irraggiungibile al di là (o al di qua) delle parole che leggiamo: “Il nostro viaggio americano è stato irripetibile” scrive Vasta, “il racconto serve a cancellare le tracce”. Il tempo ritardato della scrittura (il viaggio è del 2013 ma capiamo leggendo che il libro è stato scritto molto dopo), la scelta di presentare gli eventi in maniera cronologicamente casuale, sottolineano questa distanza dai fatti, come i paesaggi desertici e i luoghi disumanizzati replicano il senso di perdita.

Ideale punto di arrivo, centro degli sforzi della scrittura è il nulla: anatomia del vuoto, autopsia dell’assenza, meticolosa formulazione dell’absolutely nothing, come se la potenza della lingua derivasse dal suo fallimento ostinatamente replicato, con metodo, con il rigore di un rituale suicida. Il deambulare randomico tra vuoti e sparizioni diventa esso stesso un vuoto, un memoria che dilegua nell’atto della trascrizione. Dialogare con i fantasmi, coltivare una frustrazione, esaurire il dicibile, spingere il racconto fino al punto in cui non c’è più nulla da dire, fino ad ammutolire, sparire: ci sono pagine di gioco, di ricamo, di aereo virtuosismo, ma è questa pulsione tra il macabro e il nostalgico, questa attrazione del nulla, che fonda il libro, la sua sostanza umana, e la sua originalità come racconto di viaggio.

Quanto alle foto infine, nonostante la presenza costante dei fotografi come personaggi che accompagnano il narratore, l’impressione è che le immagini si muovano a lato del racconto, o per conto proprio: quelle di Fazel, molto belle ma poco godibili nel formato minuscolo in cui vengono presentate alla fine del volume; quelle di Silva, che invece s’intercalano al testo in maniera per lo più didascalica.

Carlo Mazza Galanti è nato a Genova nel 1977. Ha lavorato in Francia come ricercatore universitario prima di tornare in Italia, a Roma, dove vive e lavora. Scrive su diversi giornali e riviste, in particolare Alias, il manifesto, D di Repubblica, lo Straniero, Nuovi Argomenti, Orwell. Traduce romanzi dal francese.
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