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L’America vent’anni dopo Columbine

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

A vent’anni di distanza dall’eccidio commesso nella Columbine High School, la crescita delle stragi di massa negli Stati Uniti è esponenziale: nel solo mese di agosto sono state assassinate 53 persone e nel 2019 il numero degli assalti armati con almeno tre vittime è salito a 38, toccando l’apice tragico del massacro nel centro commerciale Walmart a El Paso.

Il 20 aprile del 1999, due teenager, poi suicidatisi, uccisero dodici studenti e un insegnante della Columbine, ferendo altre 24 persone. Si trattava del quinto attentato più sanguinoso negli Stati Uniti dalla Seconda Guerra Mondiale. Oggi è fuori dai primi dieci della triste classifica. Dopo la Columbine, sono andati in scena 165 attacchi, che hanno provocato 959 morti e 1053 feriti.

«Dieci anni fa, quando cominciai a scrivere Oliver Loving (Neri Pozza, 18 euro, 351 pagine, traduzione di Massimo Ortelio), il mio pensiero era rivolto alla Columbine e all’eredità indelebile di quanto accaduto in quel momento della storia americana. Mentre scrivevo quel tipo di stragi non era ancora divenuto così comune: ormai è un’epidemia sociale», dice lo scrittore texano Stefan Merrill Block, finalista al Premio Gregor von Rezzori 2019.

Il romanzo è ambientato a Bliss, in Texas. Hector Espina Junior, ex studente ventunenne, armato di un fucile, comprato a una fiera di armi, compie un assalto durante il ballo della scuola. Nello spazio temporale di un minuto, Hector decide di interrompere la vita del diciassettenne Oliver Loving, che finisce ricoverato in coma vegetativo nella Crockett State Assisted Care Facility. L’azione violenta stravolge tutto il mondo, la comunità e gli affetti che ruotano intorno all’adolescente. Riuscirà mai a tornare a comunicare o in realtà non smetterà mai di farlo?

Block, perché ha scelto di scrivere in seconda persona?

«La prima stesura del romanzo era integralmente in prima persona. Mi interessava ricreare una persona persa ed era il fulcro del testo. Andando avanti nel lavoro mi sono reso conto della mia fascinazione per il resto della famiglia: ogni componente era attaccata alla propria idea di chi fosse Oliver. Lo stesso avviene per la sua città e la nazione che si autoanalizza o appare indifferente: Oliver incarna la vittima davanti alla quale ognuno di noi si riposiziona. Credo che il cambio di prospettiva renda universale la questione del come ci confrontiamo col dolore».

Qual è l’impatto della presenza assenza di Oliver sui famigliari che lo vegliano?

«Proprio questa ricerca mi ha condotto nella storia. Proiettiamo nell’assenza delle persone amate i nostri desideri e mi interessava capire fino a dove ci si potesse spingere. Mi aveva colpito e ispirato un caso di cronaca. La vicenda di un uomo belga, Rom Houben, entrato in uno stato vegetativo a causa di un grave incidente e dei danni cerebrali riportati. Poi analisi approfondite, mostrarono come potesse ascoltare, percepire e processare le informazioni, ma restava prigioniero del corpo senza poter interagire».

S’instaura una comunicazione nel silenzio di Oliver?

«I suoi silenzi in realtà aiutano a descrivere la personalità di chi gli sta vicino. È come se li costringesse a mostrare la propria natura. Tutti lottano per comunicare e stabilire un contatto più stretto con l’assenza. Un evento così doloroso fa emergere storie diverse, nelle quali ogni personaggio cerca di sopravvivere».

Lo stato vegetativo amplifica e modifica la misura del dolore?

«Nella città texana, Bliss, in cui ho ambientato il romanzo, c’è stata una sparatoria in una scuola mentre scrivevo. Questi eventi vengono consumati molto velocemente dall’opinione pubblica e da chi li racconta con la voracità della diretta. Ma gli effetti sono a lunghissimo termine. E lo stato di Oliver raffigura questo dolore non cicatrizzato, che cerchiamo di rimuovere o nascondere dopo lo shock iniziale. Occuparmene, ho avvertito fosse un’urgenza politica».

Qual è il segno più profondo lasciato dalla strage alla Columbine High School?

«La vicenda della Columbine ha aperto un nuovo scenario per le stragi di massa in America: la spettacolarizzazione della morte. È stato un vero momento di svolta drammatico, nel quale abbiamo cominciato a realizzare non solo che potesse avvenire, ma che sarebbe accaduto coinvolgendo tutte le comunità anche scolastiche».

Da che cosa è caratterizzato il dibattito sul tema?

«È estremamente condizionato dalle divisioni politiche. Da destra si spinge affinché si armino anche i bravi ragazzi per difendersi dai cosiddetti cattivi. A sinistra ritengono folle tale ricetta e che occorra controllare e limitare seriamente la diffusione delle armi. Quest’ultimo aspetto è fondamentale, ma non è l’unico fronte. Dalla creazione degli Stati Uniti è sempre esistita una capillare circolazione delle armi: perché si assiste in questa fase storica e culturale a un’esplosione di questa forma di violenza?».

Ci aiuti a rispondere. Si tratta di qualcosa di ineludibile?

«Non penso sia irrevocabile dall’esperienza americana, seppure l’eredità della violenza sia qualcosa d’inscritto nella storia e psicologia nordamericana. L’evento della Columbine è stato un ritratto inedito della nostra società. Nell’attuale forma e misura è un fenomeno molto recente. È un sintomo della lacerazione degli Stati Uniti e delle ragioni che tengono insieme il Paese. Persone terribilmente sofferenti e lucidamente spietate, ritengono le armi uno strumento per trasformare lo struggimento privato in un’agonia pubblica. È un modo per annunciare la propria sofferenza, infliggendola agli altri».

Intravede soluzioni?

«La parte critica e la scia dolorosa delle stragi sono lunghe. C’è chi reagisce con forme di partecipazione e attivismo politico, come sta avvenendo nel caso di Parkland, ma la questione fondamentale è posta dai molti suicidi di chi è sopravvissuto a quella violenza. Il dolore ormai attraversa un’intera generazione ed è un fatto collettivo, non individuale. Quando per i media la storia è finita, per i sopravvissuti è appena all’inizio. Eventi di questa portata dovrebbero essere trattati come calamità e disastri, concentrandosi sulle vittime e non sui carnefici. In questo senso il ruolo di controllo dei social media sarà decisivo: non bisogna dare spazio ai deliri dei killer, che diventano un modello da emulare».

Perché ha scelto che il killer fosse un messicano?

«L’ho fatto per esporre il terribile pregiudizio, spesso taciuto, verso i messicani americani, che anima la mia terra d’origine, il Texas, e di frontiera col Messico. Una xenofobia apparentemente sotto traccia, ma sempre pronta a incendiarsi. Intendevo far emergere la distanza tra “noi” e “loro” che si sta sempre più acuendo e non ha bisogno di un muro fisico».

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
Commenti
2 Commenti a “L’America vent’anni dopo Columbine”
  1. Claudio Giusti scrive:

    Tenete presente che negli Usa ci sono, quando va bene, 15.000 murders all’anno.

  2. Claudio Giusti scrive:

    Ovvero ben più di 300.000 murders in vent’anni

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