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L’amore osceno in “Candore”, l’ultimo romanzo di Mario Desiati

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L’ultimo romanzo di Mario Desiati ha un’epigrafe mancata che dice così: ‹‹T’avrei lavato i piedi/oppure mi sarei fatta altissima/come i soffitti scavalcati di cieli/come voce in voce si sconquassa/tornando folle ed organando a schiere/come si leva assalto e candore demente››. È un estratto, da me amputato perché emergesse la parola “candore”, del Lamento della sposa barocca (octapus) di Claudia Ruggeri. Sono versi che Desiati conosce bene, avendo curato Inferno minore (peQuod, 2007), una raccolta postuma sul lavoro di Ruggeri, morta suicida a ventinove anni nel ’96.

Oggi emerge una curiosa convergenza su quella parola dai pochi (o troppi) sinonimi, amica della poesia più che della prosa, e che per Ruggeri parrebbe luminescenza, di certo “demente”, mentre per Desiati, tra le tante altre cose, il contrario di “scabrosità”, nonché il titolo del suo nuovo romanzo edito da Einaudi: Candore, appunto. La sovraccoperta bianca coi culi in fila su una banda nera non fa pensare a Voltaire, alleluia, né allo stesso Desiati, forse alle Muchachas di Katherine Pankol o alle Fimmini di Buttafuoco, ma prepara a un’ironia che non ti aspetti, perché cozza sia col titolo che con l’autore, e che invece è la bandiera di questa rivoluzione desatiana.

Diciamolo subito: Candore è un romanzo sul porno senza scene di sesso, una specie di Pinocchio che comincia con Lucignolo anziché con Geppetto, in cui la pancia di Roma fa sia da pescecane che da Paese dei Balocchi, ma a ben vedere dà e toglie come Mangiafuoco. Di fate madrine ce ne sono troppe, tante da esaurire (e per poco far fallire) il paragone. Martino Bux, protagonista dal nome foriero di anomalie, è un uomo completato dalla sua passione per la pornografia, e dal segreto sovraesposto delle donne che la animano: Marilyn Chambers, Kristi Myst, Marina Lotar, Moana rappresentano le “Tutte” di cui è innamorato con sincera devozione. Corteggia generi, categorie e metodi di fruizione, dai cinema a luci rosse allo streaming, dalle VHS ai database online, fino ai locali, sfiorando la vita delle star e sgobbando per ceffi “del settore”, in un continuo andirivieni tra esaltazione e scoramento.

L’autore scrive, nei ringraziamenti, che ‹‹Martino Bux ha la storia del porno cucita addosso››, ed è vero. È un uomo colto, in un mondo che rifiuta – meglio, rifugge – il suo sapere. La vittima di un’emarginazione che, sorprendentemente, è il grande tema del romanzo. ‹‹A cosa serve amare qualcuno che non ti capisce?››, si chiede Desiati tramite Luisa, la Fermina Daza in pillole che riequilibra il sottotesto di Candore. La risposta, silenziata, è che non serve a niente, anzi ci distrugge, logora le speranze, si alimenta di illusioni candide, delicate come organi interni.

Martino ama per tutta la vita, non ricambiato, la Roma in cui si trasferisce, esasperato, dalla Puglia, le donne che lo tradiscono o lo evitano, il mondo “normale” su cui fa l’equilibrista: ombre e luci, night e chiese, scambisti e spose giovani. Lui sta in mezzo, forse in alto. A un certo punto del romanzo porta una pornostar completamente siliconata a provare un abito da sposa: è commosso, eccitatissimo. Le due parti di questo mondo, rappresentate all’ennesima potenza dalle loro maschere più significative, si incontrano. Martino crede, per un attimo, che le commistioni siano plausibili, che lui stesso possa farcela: a capire, a farsi capire. Poi desiste, tradito nuovamente dal mondo formale.

Dice: ‹‹Per me il bene era il popolo della notte e il male i moralisti, la buoncostume››. Una riflessione che lo spoglia degli abiti, indossati per tre quarti del romanzo, dell’avventuriero derelitto (Pinocchio, Lucio l’asino, qualche eroe assurdo e innocente di Francesco Nuti) e lo appesantisce con quelli del mostro. È un elephant-man, una venere ottentotta, un Quasimodo, la creatura di Frankenstein priva, però, di segni particolari: uno sfigato, si direbbe, più che candido sbiadito. Domanda: ma allora Desiati ha scritto quello che ci si aspettava da un libro del genere, ovvero la storia di un maniaco incompreso che ironizza come Humbert Humbert ma fa meno danni? Risposta: no, ha reinventato Jean-Baptiste Grenouille di Süskind e l’ha scagliato contro la retorica, armato solo del suo candore.

E cioè di meraviglia, perché il candore è quello che non ti aspetti da chi “si fa un nome” nel mondo dell’osceno. Come lo splendido finale conferma, Martino Bux è effettivamente portatore innocente di un messaggio d’amore incomprensibile, travestito, sfibrato dal moralismo. Se la tesi di Desiati è sentita – e cioè che il destino del difforme è bastardo, perché non ha senso amare chi non ci capisce –, Candore si candida a diventare il nuovo libro, come negli anni Ottanta lo fu Il Profumo, sulla potenza feroce del romanticismo, sul desiderio di essere amati nonostante. Anzi, di distruggere i nonostante, le foglie di fico, la scabrosità.

Anche Pasolini – che di questa importante frattura tra i mondi era il simbolo in vita, prima di diventare, assurdamente, la bandiera di chi si smarca dal popolare – viene investito, come ha già evidenziato Massimiliano Parente, dalla luce di Martino Bux. Il protagonista di Candore lo paragona più volte a Rocco Siffredi, quindi lo “abbassa”, dipingendo l’incubo di chi in Italia è pensatore per vocazione, difensore delle distanze, il vero moralista culturale. Mario Desiati, come il suo Martino, compie il miracolo di imbarazzare questo moralismo, di umiliarlo con romanzo-contropiede, libero e divertente. Un ponte fra tutti i mondi, costruito con gentilezza.

Nicola H. Cosentino (1991) è nato a Praia a Mare e vive a Cosenza, dove cura per l’Università della Calabria un progetto di ricerca su Michel Houellebecq e le distopie contemporanee. Ha esordito come autore pubblicando Cristina d’ingiusta bellezza (Rubbettino, 2016) e alcuni racconti per Colla e Nuova Prosa. Il suo ultimo romanzo è Vita e morte delle aragoste, uscito a luglio 2017 per Voland.
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