biblio lamp

Lampedusa è un grumo

biblio lamp

Ecco quel che ho capito, alla fine, dopo aver trascorso una settimana a Lampedusa per il progetto di residenza letteraria #sconfinarealampedusa. Tutte quelle voci e quelle verità di Lampedusa che raccontano timori e spaesamenti.

di Evelina Santangelo

Lampedusa è un grumo, un gomitolo inestricabile. Appena ti sembra di averne preso un capo, quello ti sfugge di mano o ti porta verso un nodo da cui parte un nuovo capo della stessa matassa. È uno di quei luoghi in cui arrivi convinta di aver capito abbastanza, e da cui te ne vai carica di incertezze e verità prismatiche che, a secondo da dove le osservi, ti restituiscono impressioni e pensieri in fuga, impossibili da ordinare in un discorso pacificato e cristallino. Lampedusa è, a suo modo, lo specchio deformante in cui si riflettono contraddizioni e conflitti di questo nostro tempo in cui passato e presente deflagrano.

Già il paesaggio ti spiazza.

Da una parte, il paese asserragliato su un’estremità dell’altopiano che, tra panchine, bar, negozietti alla moda assiepati lungo una pavimentazione perlacea («marmo tunisino» mi spiega qualcuno), scivola verso il porto con il suo traffico di pescherecci e camion frigorifero destinati ai mercati ittici siciliani e di mezzo mondo.

Alle spalle, l’imponente tavolato calcareo di pietre e rocce calve, aridissime, appena contrastate da oasi di incongrui pini marittimi impiantati, da stranieri in suolo straniero, nel tentativo di addomesticare una terra inospitale che incombe come una minaccia e che, da questa parte dell’isola, ti inchioda infine in una vertigine di falesie e scarpate a precipizio su un mare che sgomenta.

Basta scorrere la sua storia, d’altro canto, per farsi un’idea di cosa abbia significato nei secoli trovarsi al centro del Mediterraneo, tra la Tunisia e Malta, per questi 20 metri quadrati d’isola remoti e, allo stesso tempo, strategici.

Perché Lampedusa è stata, con alterne vicende, terra di insediamenti colonici (nordafricani, fenici, greci, romani, maltesi… e infine siciliani con le colonie agricole volute dai Borboni nel 1843) e terra disabitata, come lo era quando fu concessa dal re di Spagna e delle Due Sicilie al Principe di Lampedusa che in varie riprese provò a disfarsene fino a rivenderla infine alla Corona.

Terra di miraggi come quello di Diderot che in quest’«isoletta deserta del mar d’Africa» pensava si potesse fondare «una piccola comunità di gente felice in mezzo al mare».

Terra di approdo, assistenza e rifugio: per cristiani in fuga dalle persecuzioni musulmane; per navi pirata, vascelli corsari barbareschi, flotte crociate.

Terra di eremiti di fedi diverse (musulmani e cristiani) o abbastanza furbi da dividere le loro grotte in ambienti destinati ai due culti, e così salvarsi la pelle.

Terra di commerci floridi (monete romane, arabe, turche, veneziane, francesi e maltesi, tra i reperti trovati sull’isola) e di sfruttamenti inopinati: disboscamenti per la produzione di carbone e rastrellamenti di banchi di spugne nell’Ottocento, e, in tempi più recenti, terra di lottizzazioni selvagge e abusivismo edilizio per cavalcare l’onda di quel turismo di massa che lì, paradossalmente, cominciò a riversarsi all’improvviso in seguito a un atto di guerra, il lancio di due missili scud dalla Libia.

Terra così remota da poterci impiantare dopo l’Unità d’Italia una colonia penale o da poter dimenticare e abbandonare a se stessa nel secondo dopoguerra, quando solo il rifiuto compatto di tutta la popolazione a esprimere il proprio voto portò (nel 1964) per la prima volta un rappresentante del Governo a mettere piede a Lampedusa (cento anni dopola proclamazione dell’Italia unita).

Eppure, Lampedusa è anche terra dalla posizione così nevralgica da costruirci già nel ’68 un aeroporto civile e diventare, dagli anni Settanta, «la punta più avanzata nel Mediterraneo del dispositivo bellico italiano e Nato, centro d’intelligence e spionaggio», come spiega il giornalista Antonio Mazzeo, con tutto quello che ne consegue: un paesaggio di fili spinati e reti che delimitano zone e presidii militari, un proliferare di antenne radar, ponti radio, tralicci, telecomunicazioni militari che si ergono arcigne su riserve naturali, zone d’interesse comunitario, dominano aree marine protette in un conflitto insanabile tra ciò che quella terra è, per ragioni di difesa, e ciò che vorrebbe essere per bellezze naturalistiche.

Una terra infine che ha fatto strame della sua storia e della sua memoria, di cui oggi rimangono tracce minime pazientemente portate alla luce e ostinatamente custodite in questi anni da un ente privato, l’associazione dell’Archivio Storico Lampedusa nell’indifferenza generale (un solo lampedusano tra i 42 soci).

Così, è incredibile come, nonostante questa gigantesca opera di rimozione e azzeramento della memoria collettiva, oggi tutto quel passato (remoto e più recente) sembri riaffiorare, come riaffiorano dalle profondità del suolo certi fantasmi, riversandosi simultaneamente nelle contraddizioni di un presente fatto di nuovi commerci floridi alimentati dalla pesca d’altura e da un turismo sempre più di massa; di nuovi sfruttamenti inopinati e abusi edilizi per trasformare in benessere quel turismo; di nuove colonie di pena e di nuovi business che ruotano attorno al dramma della migrazione e all’accoglienza, come adombra qualcuno; di nuovi approdi in cerca di riparo e salvezza, e di nuovi miraggi di felicità, la felicità sorprendente, la fame di vita che sprizzava dagli occhi e dalle parole dei ragazzi incontrati all’hotspot dopo una trattativa faticosa con prefetti, questori, ministeri; così come non mancano nuovi abbandoni (non una libreria, una biblioteca per adulti, un cinema nell’isola) e nuovi insabbiamenti della più recente memoria, come è accaduto dopo il naufragio del 2013 quando a Lampedusa, nonostante le richieste del sindaco Giusi Nicolini, non si è voluta lasciare nemmeno una tomba dove onorare e ricordare quei morti.

Da qui, conflitti insanabili tra interessi e visioni diverse, se non addirittura antitetiche. Da qui, una sensazione diffusa di disgregazione e di precarietà, nonché la percezione di muoversi in un territorio dominato da poteri in conflitto tra loro, impegnati in bracci di ferro e ricatti: autorità locali, autorità militari, autorità ministeriali, autorità sommerse innominabili, che si contendono pezzi di territorio da gestire secondo logiche incompatibili che si esasperano nelle due visioni e vocazioni contrapposte di una Lampedusa-terra-di-frontiera da difendere, munire, sigillare in nome della sicurezza, e una Lampedusa-terra-di-confine da aprire, rendere permeabile ai contatti tra genti diverse, facendone laboratorio di cooperazione, di una visione euromediterranea d’Europa.

Perché la prima cosa che t’investe, se arrivi a Lampedusa con il desiderio di capirne di più, è un groviglio di voci dissonanti che s’accavallano e faticano a quadrare insieme.

«Bisogna salvare il turismo dalla cattiva pubblicità dei media». Questo genere di questioni le sperimenti all’istante nel respiro di sollievo di una turista appena arrivata che si compiace di come ce ne siano pochi di migranti, tutto sommato, meno che a Milano, mentre il negoziante si adegua, sospira a sua volta, evoca una battuta di cattivo gusto sui pesci e sui morti annegati, poi sorride amaro.

«Qui bisogna costruire ospedali, abbassare il prezzo spropositato della benzina, dei voli per turisti e locali», e questo lo dicono gli albergatori ma anche chi ha sperimentato quanto costi curarsi a Palermo, Agrigento o a Catania, cioè quasi tutti.

«Qui bisogna finirla con la retorica dell’accoglienza e dell’eroismo, con le cartoline patinate», dicono in molti, moltissimi, insofferenti nei confronti di slogan di comodo, sensazionalistici, di passerelle a uso e consumo di chi le attraversa, e c’è chi aggiunge che quella retorica nasconde «i problemi reali dell’isola», mentre altri precisano invece: «Qui bisogna non far altro che essere umani. Normali». Questo continua a ripetermi una persona che in questi anni ha cercato di dare un nome o una qualche identità ai naufraghi seppelliti tra la fine degli anni ’90 e il 2011 al cimitero di Lampedusa, quando De Rubeis faceva scrivere lapidi così: «Immigrato non identificato di sesso maschile etnia africana colore nero». E se le chiedi perché si ostini in questa lotta impari, lei ti risponde appunto che lo fa per rendere «umane» quelle tombe; come è un gesto umano, normale, per lei, forzare la zona militare, insieme ad altri volontari, per cercare di portare un termos di tè caldo ai «salvati» che approdano al molo Favaloro e si ritrovano davanti polizia in assetto antisommossa e militari.

Qualcosa di simile dice anche il capitano della Guardia Costiera che, quando spiega il suo lavoro, non pronuncia mai la parola «abnegazione», ma ti dà la misura esatta di cosa significhi salvare migliaia di uomini donne bambini in condizioni di grandissimo pericolo per tutti, soccorritori e soccorsi, facendosi una domanda per la quale c’è una sola risposta, senza giri di parole: «E se ci fossi io al posto loro?»

Ed è incredibile come, un attimo dopo, qualcuno possa dirti che lì a Lampedusa le notizie si sanno dal telegiornale, non si vede quasi niente, ed è altrettanto incredibile come questo in parte possa essere vero per chi si rinfresca con una granita in via Roma o prende il sole in qualche caletta dall’acqua cristallina, mentre giù al molo le operazioni di approdo avvengono in fretta con i pullman già pronti che caricano i «salvati» e li portano nel cuore petroso dell’isola, fuori da occhi indiscreti, in fondo al vallone in cui è incistato quel Centro che, negli anni, ha cambiato nomi e destinazioni, a seconda degli umori politici nostrani ed europei, e che oggi è un hotspot.

Un Centro di identificazione-fotosegnalazione-raccolta-delle-impronte che molti vorrebbero fosse più propriamente e umanamente un centro di primo soccorso, appunto, per chi arriva spossato, disidratato, ammalato, ustionato, e altri vorrebbero fosse chiuso e basta, per le ragioni più diverse e divergenti: per umanità, perché è disumano tenere per settimane persone rinchiuse in un campo militare dove dovrebbero stare solo 72 ore, perché è assurdo più in generale applicare una logica «militare» all’accoglienza, e c’è chi lo vorrebbe chiuso per fastidio, nel timore che comprometta quei quattro mesi scarsi di «turismo remoto» in pieno relax di cui vive l’isola, e c’è chi invece vorrebbe fermare una volta per tutte il business dell’accoglienza, liberare l’isola dalla polizia in assetto antisommossa, dai militari, da tutta quella pletora di forze dell’ordine che però, d’inverno, fanno molto comodo, ammette qualcuno, aiutano l’economia dell’isola.

Ed è altrettanto incredibile come quella stessa verità possa suonare falsa, assurda, se ti capita di passare da porto M dove i ragazzi di Askavusa hanno raccolto quel che è rimasto dopo gli sbarchi e i naufragi degli anni passati: vestiti, biberon, corani, bibbie, tubetti di dentifricio, scarpe spaiate, scatole di cibo, barattoli, audiocassette, di quelle che in giro non si vedono più… tutti oggetti esposti lungo le pareti di un magazzino (che è poi la sede del collettivo) in un sacrario che commuove per la modestia, la quotidianità, la povertà di quei resti che evocano drammi immani. Una verità che suona ancora più falsa e più assurda se pensi ai racconti di chi come Costantino Baratta il 3 ottobre del 2013 si è trovato in mezzo a un mare di morti annegati e di agonizzanti da tirare su in fretta nel tentativo di salvarne quanti più possibile o se ti viene evocato da qualcuno il silenzio in cui si è chiuso Domenico Colapinto, il pescatore che quel 3 ottobre,in mezzo a un’ecatombe,si trovò ad essere Dio, che dava la vita e la morte, e, di vita, ripete, non ne riuscì a dare abbastanza.

Poi ti arriva una voce sommessa di una professoressa della scuola media che, in punta di piedi, ottiene dal Comune un locale, vi apre una biblioteca «per bambini e bambine, ragazzi e ragazze». «Centinaia i ragazzini che sono passati da qui», dice con una punta di orgoglio. «Se ne sentiva il bisogno».

Perché a Lampedusa ci sono tanti bambini, più di quanti si potrebbe immaginare. Un tasso di natalità ben al di sopra della media nazionale. Giocano a briscola al tavolo di un bar, scorrazzano con le biciclette, talvolta, alcuni scendono in fondo a via Roma, mollano le bici all’ingresso, entrano al Museo della Fiducia e del Dialogo, si aggirano tra reperti archeologici come la statua di Atena restituita al pubblico dopo anni immemori di abbandono; opere d’arte arrivate dal Bardo di Tunisi, dal Mucem di Marsiglia, dagli Uffizi, da Palazzo Abatellis; disegni infantili di bombe e viaggi della salvezza raccolte nel fango di Idomenei; disegni brutali che raccontano torture come quelli dell’eritreo Adal; video che mostrano salvataggi, frontiere di filo spinato; altari portatili, mappe, planisferi… in un allestimento che vuole far dialogare la Storia con l’Arte e il Presente, e vuole pensare Lampedusa nel mondo.

Fin lì si spinge anche qualche gruppetto di ragazzi sgattaiolati fuori dal Centro, nonostante il dispiegamento di forze dell’ordine, i cancelli, il filo spinato, tutto un dispositivo messo lì a presidio di vite che non è possibileforzare dentro un campo militare per settimane o mesi. Qualcuno lascia anche un apprezzamento sul libro degli ospiti.

In generale, però, sono presenze sparute, umbratili tra i riti dell’estate, i karaoke, le granite, i bar affollati. Chissà che impressione deve far loro Lampedusa durante il letargo invernale, a sua volta sparuta e umbratile, ripiegata in un letargo che alimenta paure, accentua il senso di marginalità e abbandono.

Adesso che è già estate stanno in piedi davanti ai bar che trasmettono una qualche partita, si accovacciano sul sagrato della chiesa oppure, le ragazze soprattutto, passeggiano lungo la via principale. Parlano poco, si fanno sentire il meno possibile, ma se sei tu a chiedere loro qualcosa, capisci che il più grande desiderio è poter comunicare, chiamare qualcuno dei familiari arrivato in Svezia, Inghilterra, Germania. «All’altro capo d’Europa», provi a spiegare ricevendo in cambio uno sguardo spaesato di chi non ha un’idea chiara nemmeno di dove sia esattamente l’isola o comunque non ha mai pensato fosse talmente remota dal resto d’Europa.

L’ultima voce, la più impensabile, ti arriva alla fine. È la richiesta di un paio di donne con il capo coperto che, quando ti avvicini, timidamente ti spiegano: stanno cercando dell’olio per capelli. «Sì, perché a loro dà fastidio avere i capelli in disordine» ti ha detto la direttrice del Centro quando le hai chiesto il perché di quei copricapo che portano quasi tutte, cristiane e musulmane. E a te, mentre accompagni le due donne in un supermercato, torna in mente quella storia di Sandro Pertini che, nel carcere di Santo Stefano a Ventotene, ogni sera ripiegava gli indumenti in un gesto estremo, dignitoso, umano.

Così, alla fine, hai una sola certezza: le sorti d’Europa e del mondo si giocano in periferie così, marginali e nevralgiche, ora dimenticate ora portate alla ribalta, a seconda di quel che esige il pensiero prevalente o da far prevalere; periferie dove le frontiere munite si sono trasformate per forza di cose in confini permeabili come lo erano in un passato remoto e come li ha sognati l’Europa nascente; dove la marginalità con il corredo di incertezze, fragilità, precarietà economiche è costretta a fare i conti con una nuova centralità tutt’altro che insulare;dove arretratezze culturali sono messe alla prova in sfide di civiltà e umanità impensabili, in cui i pregiudizi, le xenofobie, gli arroccamenti identitari s’infrangono, per forza di cose, travolti da urgenze che hanno a che vedere con il dare la vita o la morte.

Abbandonare queste periferie al loro destino o servirsene per mettersi a posto la coscienza, ti viene da pensare mentre ti avvii verso l’aeroporto,significherebbe rinunciare a ricucire una possibile Europa inclusiva, solidale, intelligente (come vorrebbe il piano di sviluppo europeo 2020), capace di dialogare con il mondo che, volente o nolente, ci sta venendo addosso, chiedendo proprio all’Europa e agli stati che ancora intendono farne parte a pieno titolo (non a mezzo servizio… per puro e miope interesse nazionale) di essere all’altezza di questi tempi nuovi che esigono coraggio di pensiero e di azione, non nostalgie d’antan che, come dimostrano gli ultimi eventi, portano solo nuove divisioni, paure, incertezze e disgregazioni.

Commenti
Un commento a “Lampedusa è un grumo”
Trackback
Leggi commenti...
  1. […] so, come sapeva e non si stancava di dire Elie Wiesel, forse – non dobbiamo mai dimenticare). La segnalazione è una descrizione di Lampedusa (luogo allegorico di ciò che siamo e di ciò che saremo, quanto nessun altro in […]



Aggiungi un commento