L’anima del presente nell’Italia anni zero

di Giorgio Vasta

Per passare al setaccio il tempo presente occorre un crivello raffinato in grado di filtrare e rendere riconoscibili i diversi materiali che danno forma alla nostra contemporaneità. Ognuno dei sedici racconti che compongono Anatra all’arancia meccanica (Einaudi Stile Libero 2011, con un testo introduttivo di Tommaso De Lorenzis) può essere considerato uno strumento di depurazione e rivelazione, ogni testo un diverso calibro e dunque una diversa selezione della sostanza di questi primi dieci anni del nuovo millennio. Scritti infatti in un arco di tempo che va dal 2000 a oggi, i racconti del collettivo Wu Ming si confrontano con qualcosa che, forse azzardando, potremmo chiamare mood in Italy, vale a dire il nostro stato d’animo nazionale (effetto anche di rivolgimenti internazionali), un mostro sentimentale che appare contrastato e sfuggente, molteplice e tendenzialmente psicotico.
Se dunque la scrittura sceglie di confrontarsi con la fisiologica patologia di questi anni diventando a sua volta proteiforme per intercettare e restituire il carattere sbriciolato dei cosiddetti Anni Zero, la lettura si farà perlustrazione di stili differenti, un confronto con forme espressive eterogenee: dai resoconti ferocemente tragicomici del mondo cinematografico ed editoriale italiano (in Benvenuti a ‘sti frocioni 3 e in Tomahawk), testi nei quali grottesco e dato oggettivo coincidono e la parodia è una distorsione minima rispetto a quanto è davvero accaduto, alla tonalità teneramente partecipe di Momodou, dove la narrazione muove da un fatto di cronaca e percorre a ritroso la miccia delle esistenze di chi in quel fatto di cronaca è coinvolto per chiarire che un cliché sociale è un luogo nel quale si pretende di semplificare la complessità dell’umano, passando per il racconto di un tentativo assembleare italiano frantumato e manicomiale, quando l’iniziativa politica soccombe a una miriade di distinguo (in Bologna Social Enclave), fino al passo mite e discorsivo di American Parmigiano, nel quale un’investigazione filologica sul formaggio reggiano è lo spunto per ricostruire logiche e bizzarrie delle politiche di protezione di un marchio, dimostrando che è possibile cavare senso anche dal caseario (e la narrazione questo fa: significa l’apparentemente insignificante).
Si potrebbe immaginare che in questi racconti il mutare delle forme sintattiche e delle scelte lessicali discenda dalla struttura plurale di Wu Ming; questo avrà un suo peso, ma l’impressione più forte è un’altra: Wu Ming sa che ogni retorica è una formalizzazione tramite la quale si prova a dire il mondo, un tentativo di farlo esistere, e sa che ogni retorica è una macchina stilistica che deve essere esplorata e collaudata, smontata, rimontata e sparigliata, ininterrottamente messa alla prova per rivelarne il funzionamento attraverso il funzionamento medesimo (o attraverso il suo incepparsi). Perché una comprensione profonda delle retoriche serve a far fronte a tutto ciò che è potere: serve a far fronte alle sue retoriche (in particolare il dittico composto da Pantegane e sangue e Canard à l’orange mécanique – dove Topo Lino e Anatrino si ribellano al proprio stereotipo pretendendo una libertà che il mondo Bizney/Disney non vuole loro riconoscere – è una travolgente e stravolgente contronarrazione del potere).
Anatra all’arancia meccanica è un mandato di comparizione recapitato alla realtà italiana, un inventario di codici fiammeggiante e malinconico, un’esplorazione del presente alla fine della quale ci rendiamo conto che il mood in Italy che da dieci anni assorbiamo e generiamo è un ibrido caotico, un tempo che nasce morendo: e che al potere, soprattutto quando è senile e snervato come in questo paese, va opposta una corroborante vitale visionarietà. Anche quella del racconto.

Questo articolo è uscito su La Repubblica.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
Commenti
6 Commenti a “L’anima del presente nell’Italia anni zero”
  1. paolo onofri scrive:

    Vasta, uno che è, con ogni evidenza, una spanna sopra gli altri (dove “gli altri” sono, in primo luogo, gli stessi Wu Ming [opinione personale non argomentata per brevità e mancanza di tempo, scusate]) dovrebbe, a mio parere, rifuggire da una commistione prolungata con quella “Repubblica delle Lettere” (come la chiama, con scelta a dir poco infelice, Mozzi) in cui “Ardir protervo e frode, / Con mediocrità, regneran sempre, / A galleggiar sortiti”.
    Capisco che suona come il lamento di un bisbetico inacidito, ma è un auspicio sincero che nasce dal desiderio di vederla approfondire e s-catenare ciò che (sempre a mio avviso) nel suo pur superbo esordio (e nel simil-reportage palermitano) è ancora in qualche modo bloccato, vincolato a un fondo troppo “perbene”. E frequentare certi lidi temo che non aiuti.
    Comunque grazie per tutto, e spero che non prenda questo commento nel modo sbagliato.
    Paolo Onofri, Roma

  2. Ogni testo narrativo è una “produzione mondo”, come, mi sembra, ha ben chiaro Vasta. Ogni “mondo posto in essere” deve rammentarci che non esiste una “realtà” ma infiniti codici attraverso i quali il “qualcosa” (U.Eco) posto fuori di noi si riproduce indefinitamente.
    “Wu Ming sa che ogni retorica è una formalizzazione tramite la quale si prova a dire il mondo, un tentativo di farlo esistere” (g.Vasta). Spero, come afferma Vasta, che i Wu MIng siano “abitati” da tale consapevolezza trascendentale (ho qualche dubbio). C’è bisogno di scrittori coscienti della loro funzione produttiva.

  3. Arthur Cravan scrive:

    “Sentieri erranti” sei per caso lo stesso che WuMing ha rimproverato in questa discussione:
    http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=2444
    perché scriveva in modo esoterico ed élitario?
    Il blog linkato è lo stesso.

  4. Larry Massino scrive:

    Ho letto qualche giorno fa uno dei racconti: imbarazzante, umorismo da giornaletto del liceo, assolutamente speculare alla volgarità cinepanettonara che intenderebbe ironizzare, scrittura da centro commerciale. se vi riesce parlar bene anche di questa roba qui siete fritti.

  5. Arthur, sono lo stesso. Mi farebbe piacere, però, che si discutesse di contenuti (ed eventualmente di contenitori) ma senza banalizzazioni. Nell’articolo cui fai riferimento non ho ricevuto una sola notazione capace di incrementare la discussione. Solo risposte piccate e infastidite. Nella recensione di vasta si fa rifereimento agli stessi argomenti : trascendentali e produzione-mondi.

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  1. […] ora è appena stato ripubblicato The White Album, presso Il Saggiatore (n.b. dopo aver letto Anatra all’arancia meccanica di Wu Ming Il Saggiatore per me sarà sempre e comunque ”Il Sarchiapone”, giusto per rimanere nel tema […]



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